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I sentimenti – Pedagogia del dolore innocente, beato don Carlo Gnocchi pt. 6

Don Gnocchi Pedagogia del dolore innocente

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: I sentimenti – Pedagogia del dolore innocente, beato don Carlo Gnocchi pt. 6
Domenica 16 giugno 2024

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

VANGELO (Mc 4, 26-34)

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”.
Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”.
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a domenica 16 giugno 2024. 

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal quarto capitolo del Vangelo di san Marco, versetti 26-34.

Continuiamo la nostra lettura e meditazione del libro Pedagogia del dolore innocente del beato don Carlo Gnocchi.

Né tali sentimenti, ispirati dalle ragioni della fede, possono e devono abolire la pena e l’oscura angoscia che, dinanzi alla sofferenza di un bimbo, attanaglia il cuore di ogni uomo e dilania le carni e lo spirito, soprattutto di quelli che lo hanno generato.

Il cristianesimo non contrasta e non sopprime la natura e Cristo stesso non ha resistito al pianto per la morte dell’amico Lazzaro e per l’imminente rovina della città di Gerusalemme.

Questo sentimento di estimazione e di venerazione non basta però e non serve se non si tramuta in un senso di operante responsabilità.

ABBIAMO detto che il dolore dei bimbi non trae da sé il proprio valore di grazia, ma dalla sua intima inserzione su quello di Cristo.

Dunque, fermiamoci un secondo, perché ha detto delle cose importanti, che forse è meglio spiegare. 

Avere fede, credere in Dio, non vuol dire – dice il beato don Carlo Gnocchi – “abolire la pena e l’oscura angoscia di fronte alla sofferenza degli innocenti”.

Lo ripeto: lui qui parla dei bimbi, io mi permetto di estendere a tutti, perché ci sono tante persone che sono innocenti, che soffrono innocentemente. È vero, in un bimbo fa molto più effetto, per la sua tenera età, per la sua innocenza, per tante ragioni. Ma ci sono persone adulte, giovani o anche anziane, che soffrono innocentemente, soffrono condizioni di vita senza colpa che, a guardarle, a conoscerle si prova questo senso di angoscia oscuro, questa pena profonda. In confessionale se ne conoscono tante, oppure quando le persone ti parlano, non in confessionale, ma per chiedere aiuto spirituale e confronto spirituale.  

Come si fa a rimanere indifferenti di fronte a un innocente che soffre? E quando un innocente soffre, noi diciamo: soffre sempre ingiustamente, non è giusto! Noi percepiamo questa ingiustizia e diciamo: “Ma perché questa persona che è innocente deve soffrire in questo modo così terribile? Perché deve essere flagellata nel corpo, nell’anima? Perché questo?”. Perché magari non si può fare niente, non la si può aiutare, questa persona. E questo «attanaglia il cuore», questo «dilania le carni e lo spirito»; è vero! Certo, se uno ha di fronte una persona apatica, una persona che non prova empatia, una persona che è insensibile alla sofferenza e al dolore degli altri, vabbè, allora il discorso si conclude subito; ma se noi abbiamo di fronte un essere umano almeno normale, che di fronte a un innocente che soffre si sente dilaniare le carni…

Don Carlo dice che «il cristianesimo non contrasta e non sopprime la natura», questo è fondamentale da sapere e da ricordarci; infatti, Gesù stesso “non ha resistito al pianto per la morte di Lazzaro e per la rovina di Gerusalemme”. È naturale provare sentimenti, è innaturale non provarli; è naturale mostrare i sentimenti. Un bambino mostra tutti i suoi sentimenti: piange, ride, si stupisce, gioisce, soffre; è naturale! È col diventare adulti che noi abbiamo imparato, purtroppo, a sorridere quando nel cuore abbiamo una sofferenza enorme. È da adulti che abbiamo imparato a rispondere “Tutto bene!” a chi ci chiede: “Come va?”, e dentro abbiamo un disastro di dolore. Perché? Perché vogliamo nasconderci, perché abbiamo timore e vergogna dei nostri sentimenti e, soprattutto, abbiamo paura che mostrandoli gli altri ci facciano ancora più male, per cui viviamo nascosti.

Adesso c’è questa cosa del nickname e quindi ognuno si mette il suo soprannome – il proprio nome diventa ancora più nascosto – può scrivere su internet e fare commenti, senza far apparire il proprio nome, una firma, un volto; terribile questa cosa. Perché manca il senso di responsabilità. 

Vedete che don Gnocchi scrive che il sentimento di estimazione deve tramutarsi in un senso operante di responsabilità; tu sei responsabile dei tuoi sentimenti.

Mi ha colpito la storia di una persona che mi diceva che provava dei sentimenti per qualcuno, dei sentimenti di amore molto belli, però aveva timore, aveva vergogna a manifestarli. Poi accade che queste due persone hanno un incidente, e questa persona che provava questi sentimenti molto intensi ha rischiato di morire. Siccome era convinta di morire, allora che cosa fa? Prima di morire, sente che deve dire tutto quello che prova a quell’altra persona che aveva accanto. E quindi dice a questa persona tutto quello che non ha detto fino a quel momento, tutti i suoi sentimenti. Poi sono arrivati i soccorsi, hanno preso in tempo questa persona e questa persona non è morta. E mi diceva: “Ma padre, ma a lei sembra normale che io abbia dovuto arrivare a rischiare di morire per dire a quest’altra persona che cosa provo per lei?”. No, non è normale. Non dobbiamo aspettare di rischiare di morire per dire all’altra persona che cosa proviamo, che cosa avvertiamo nel cuore. 

Il mondo del sentimento è vero che è fluttuante, è vero che va educato, è vero che va calibrato, che va purificato, tutto quello che volete, però non va occultato, non va nascosto; Gesù non ha vergogna di piangere davanti a tutti per Lazzaro, lo fa. Gesù apprezza la peccatrice che piange i suoi peccati ai suoi piedi, che li bacia, li asciuga con i suoi capelli; non ha vergogna e non gli dà fastidio che questa donna compia questo gesto, anzi lo loda. Pensate invece noi quanti pudori – mi viene da dire – proprio antievangelici, antiumani, abbiamo. E quanto ci nascondiamo, quanto le nostre relazioni rischiano di essere inficiate da questa falsità, spesse volte per paura, spesse volte per timore, spesse volte perché non si sa neanche come dire certe cose. Però non cresciamo, così, non cresciamo come uomini, come donne e come cristiani.

E non dobbiamo mai aver paura di sentire la sofferenza, di sentire la pena, di sentire l’angoscia per il dolore innocente, sennò è come la parabola del buon samaritano: noi passiamo accanto a persone devastate dal dolore, passiamo accanto, guardiamo e andiamo; passiamo accanto, diamo una parola di convenienza, di compassione, e ce ne andiamo, senza avvertire, dentro nel cuore, tutto il dolore per quella persona che sta soffrendo in quel modo.

Quando già da sacerdote, un po’ di anni fa, ero stato mandato per un anno, un pomeriggio alla settimana, in una clinica, un ricovero di malati in stato vegetativo – quindi persone affette dalla SLA, piuttosto che persone in coma irreversibile – beh, vi dico che tutte le volte che uscivo… è indescrivibile dire che cosa sentivo dentro! Questo contatto con queste persone che versano in quelle condizioni… alcune magari perché hanno fatto un incidente stradale a causa del fatto che erano ubriache, e vabbè, uno dice: “Almeno posso dare un senso a questa cosa, ha sbagliato e purtroppo è successo”; ma alcune senza proprio nessuna responsabilità. Mi ricordo che una persona di queste, per un attacco d’asma è andato in coma, perché non è stato preso in tempo; un ragazzo molto giovane, una persona giovanissima. 

Si esce sempre con questo senso di pena profondissima; è vero che poi ti guardi intorno e dici: “Che grazia poter camminare, che grazia poter guardare, poter parlare, poter respirare, poter prendere la propria bicicletta e tornare a casa. Che grazia muoversi, essere indipendenti, che grazia!”. Però è anche vero che senti interiormente la pena profondissima per queste persone, per queste sofferenze. E molte di queste sofferenze sono veramente di persone innocenti che… così è, così è successo.

Ecco, appunto, mi sono voluto fermare subito, perché avvertivo che mi avrebbe portato via un po’ di tempo, quindi oggi mi fermo qui.

Impariamo davvero a compatire in modo sano gli altri, non con compatimento ma proprio “con-passione”, e impariamo a non avere timore di provare dentro di noi questi sentimenti di angoscia, di pena, anche senso di oscurità, come dice don Carlo, questo senso di oppressione, perché la sofferenza dell’innocente genera questa cosa. 

Quindi immaginiamoci, quando guardiamo il Crocifisso: l’innocente che soffre per eccellenza, Gesù in croce. Ogni volta che guardiamo il Crocifisso, dovremmo provare questo senso di pena terribile, accompagnato da un senso di responsabilità perché, come vi ho detto tutta questa sofferenza e questi sentimenti che provo, e questa non vergogna dei miei sentimenti – del piangere di fronte a certe situazioni, per esempio – deve poi portarmi a una responsabilità, a un senso grande di responsabilità. 

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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