Catechesi di lunedì 11 dicembre 2017
Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita”
Relatore: p. Giorgio Maria Faré
Ascolta la registrazione della catechesi:
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Brano commentato durante la catechesi:
Libro della Genesi cap 39
1 Giuseppe era stato portato in Egitto, e Potifàr, eunuco del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l’avevano condotto laggiù. 2Il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone. 3Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che il Signore faceva riuscire per mano sua quanto egli intraprendeva. 4Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi, quello lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. 5Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell’Egiziano grazie a Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, sia in casa sia nella campagna. 6Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non si occupava più di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e attraente di aspetto.
7Dopo questi fatti, la moglie del padrone mise gli occhi su Giuseppe e gli disse: “Còricati con me!”. 8Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: “Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nient’altro, se non te, perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?”. 10E benché giorno dopo giorno ella parlasse a Giuseppe in tal senso, egli non accettò di coricarsi insieme per unirsi a lei.
11Un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c’era alcuno dei domestici. 12Ella lo afferrò per la veste, dicendo: “Còricati con me!”. Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e se ne andò fuori. 13Allora lei, vedendo che egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, 14chiamò i suoi domestici e disse loro: “Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per divertirsi con noi! Mi si è accostato per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito e se ne è andato fuori”.
16Ed ella pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. 17Allora gli disse le stesse cose: “Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per divertirsi con me. 18Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori”. 19Il padrone, all’udire le parole che sua moglie gli ripeteva: “Proprio così mi ha fatto il tuo servo!”, si accese d’ira. 20Il padrone prese Giuseppe e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.
Così egli rimase là in prigione. 21Ma il Signore fu con Giuseppe, gli accordò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione. 22Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione, e quanto c’era da fare là dentro lo faceva lui. 23Il comandante della prigione non si prendeva più cura di nulla di quanto era affidato a Giuseppe, perché il Signore era con lui e il Signore dava successo a tutto quanto egli faceva.
Testo della catechesi
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Questa sera concludiamo questo anno 2017, con questa ultima catechesi, prima del tempo di Natale, andando a prendere un testo che narra un evento un po’ particolare, che non so se già conoscete. Siamo nel libro della Genesi, al capitolo 39; in questo capitolo il libro della Genesi sta narrando la storia di Giuseppe, che più o meno tutti un pochino conosciamo, la storia di questo ragazzo che viene tradito dai suoi fratelli per invidia, per gelosia, perché era il prediletto di suo padre – perché “aveva la tunica dalle ampie maniche”, dice la Scrittura.
Giuseppe è il più giovane e, siccome lui fai dei sogni un po’ particolari e glieli racconta con tanto candore, i suoi fratelli capiscono che questi sogni fanno riferimento a loro e a lui, e, alla fine non ne possono più di Giuseppe. Lo prendono e dapprima vogliono ucciderlo, poi vedono che non gli conviene, che non è opportuno, allora lo sbattono dentro una cisterna e lo abbandonano lì. Da lì Giuseppe viene prelevato dagli Ismaeliti e finirà venduto come schiavo in Egitto. Al padre, questi “santi fratelli” racconteranno la storiella che una bestia feroce ha sbranato Giuseppe. Il padre si convince che è stato ucciso, perché tutti i suoi fratelli, in un’associazione a delinquere, condivisa ampiamente, gli portano a casa la tunica dalle grandi maniche piena di sangue e gli dicono: “Ci dispiace, ma è stato sbranato”, così hanno tolto il problema.
Ma la Scrittura dice che, di fatto, Dio era con Giuseppe. E la vita di Giuseppe è una vita piena di peripezie: tra galera, prigioni, insomma, succede di tutto di più, una storia molto interessante.
Siamo al capitolo 39, e adesso leggiamo:
1Giuseppe era stato condotto in Egitto e Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l’avevano condotto laggiù. 2Allora il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone. 3Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che quanto egli intraprendeva il Signore faceva riuscire nelle sue mani. – Quindi: questo Potifar, seppure non fosse un giudeo, un credente nel Dio di Israele, ma un egiziano, si rende conto che c’è qualcosa. Vede che Dio benedice Giuseppe, perché tutto quello che fa va bene, funziona. – 4Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi quegli lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi.
Quindi, se pensiamo da che storia viene Giuseppe – tradito dai fratelli, buttato in una cisterna, recuperato dagli ismaeliti, fatto schiavo e venduto – vediamo che adesso, finalmente, ha un po’ di pace. E non una pace qualunque, una super pace, perché diventa addirittura il maggiordomo dentro la casa di questo egiziano, e diventa un po’ il punto di riferimento di tutto e di tutti.
5Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell’Egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, in casa e nella campagna. 6Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del cibo che mangiava.
Questa che abbiamo visto è la cornice, il contesto nel quale si colloca la storia che questa sera leggeremo. Un contesto e una cornice molto, molto, molto positiva cioè, Giuseppe trova la terra promessa, concretamente. Entra nelle grazie dell’egiziano, suo padrone, e questo gli dà in mano tutto; si fida talmente di lui e vede talmente tanto la benedizione di Dio, che gli dà tutto, non gli chiede più niente, non gli interessa più niente, si fida totalmente di Giuseppe.
Ora Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto.
Giuseppe era un bel ragazzo; era giovane, sicuramente, ed era un bell’uomo, proprio bello.
Dopo questi fatti …
Cioè, dopo quello che vi ho appena raccontato, ossia che Giuseppe è bello e avvenente di aspetto, che gode della fiducia, della stima dell’egiziano, suo padrone, che ovunque va, qualunque cosa fa, qualunque cosa tocca si riempie di benedizione; ora comincia la storia:
Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Unisciti a me!». 8Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?».
Allora, qui bisogna proprio fermarsi un po’. Quando una persona è bella, soprattutto quando è bella dentro – e poi, spesso, è bella anche fuori – attira gli occhi, attira gli sguardi. Una persona bella dentro, con un cuore vergine (nel senso più alto del termine) come quello di Giuseppe, – e questo lo deduciamo dalla frase che lui ha detto e che abbiamo letto adesso – con un cuore così pulito, così trasparente, così onesto, così giusto, così adamantino, attira gli sguardi. Questo ci inizia a far capire che a questo mondo non è un problema essere cattivi, non è un problema essere empi, non è un problema essere come tutti, è un problema essere come Giuseppe. Se tu coltivi e hai capito l’importanza di avere un cuore così – come adesso vedremo – devi stare molto attento, perché tu non abbia a pensare che, siccome tu vivi nella giustizia e vuoi essere giusto, questo è motivo sufficiente per stare in pace. Siccome tu vuoi essere giusto, siccome tu coltivi questa bellezza interiore, allora, tu pensi, di conseguenza che anche gli altri approveranno questa cosa, tu pensi che anche gli altri ti daranno il loro consenso, nutriranno stima, comprensione, santa invidia per questa cosa. Anche gli altri saranno contenti e gioiosi di vedere che tu sei così.
Perché i genitori che cosa dicono ai loro figli? “Mi raccomando, fai il bravo, studia, impegnati, sii onesto, comportati bene, obbedisci ai tuoi professori” e tantissime altre cose. Guardate che, se vi prendono sul serio, voi educate dei martiri, state attenti! State attenti a dire queste cose perché, se un ragazzo viene su così, voi avete educato un agnello condotto al macello, di questo siatene coscienti. Se questo figlio o questa figlia si fideranno della vostra parola, e la metteranno in pratica, inevitabilmente saranno totalmente diversi dal mondo che li circonda e questo è un problema. Perché, come già vi dissi, un chiodo che sporge nel muro, a differenza di tutti gli altri chiodi piantati bene nel muro, verrà battuto continuamente, fino a quando anche lui non entra nel muro; quindi, questo è un problema. Il mondo getta gli occhi su ciò che non gli è proprio, perché lo vuole rendere uguale a sé: quel chiodo deve entrare nel muro, come tutti gli altri chiodi. E guardate, questo non ve lo dico in riferimento solamente, principalmente, all’operato del mondo che sta fuori dalla Chiesa, cioè che non ha a che fare con la Chiesa, che non crede in Dio; questo ve lo dico soprattutto per noi che ci diciamo credenti e che non tolleriamo mai né una diversità, e soprattutto una santità, che sia superiore alla nostra: ci dà fastidio, perché ci mette in crisi, perché ci mette in discussione, perché ci punta il dito addosso e perché ci scopre quelli che noi non vorremmo mai vedere di essere: inconcludenti, incostanti, incoerenti, incapaci di amare, egoisti, narcisisti, orgogliosi, superbi e quant’altro.
«Unisciti a me!» cosa vuol dire? Vuol dire: tradisci tutto. Tu non devi più essere così bello. Su questa diversità, su questa tua bellezza, io devo poter mettere le mie zampe, devo poterla rovinare, abbruttire, sfregiare. La devo poter distruggere, tu devi perdere questa bellezza. Perché questa donna ha calato lo sguardo proprio su Giuseppe e non su tutti gli altri domestici che c’erano in quella casa o qualsiasi altro uomo che era in quella casa? Perché non guardare un altro ragazzo? Insomma, Giuseppe non sarà stato mica l’unico ragazzo! Perché proprio guardare lui?
Perché lui doveva perdere la verginità del suo cuore. E guardate che questo tema della verginità del cuore e della mente è un tema sul quale vi invito a non passare così facilmente sopra. La verginità del cuore e della mente è quella virtù, quella realtà, quello stato, per cui io rimango integro, in-nocente, cioè che non nuoccio agli altri, e non aderisco radicalmente al male, cioè non permetto che il male entri in me; voglio mantenere quella inviolabilità del pensiero e dell’amare (volontà, intelligenza e memoria), mantenere l’inviolabilità della triade che mi costituisce come uomo. Se il mondo si accorge che voi siete così, è finita, inizia l’inferno. Se il mondo vede o se qualcuno vede che voi siete così, se lo sente dentro, è finita. La storia di Giuseppe si ripresenterà, si incarnerà, dentro la vostra vita, patirete la stessa parabola, che adesso vedremo andando avanti.
La risposta che da Giuseppe, innanzitutto è una risposta di giustizia, è una risposta di realtà e lealtà, lui dice: “Il mio padrone non mi domanda conto di quanto è nella sua casa, si fida totalmente di me, e mi ha dato in mano tutto”. Giuseppe riconosce la realtà, quando dice: “Lui, in questa casa, conta esattamente come me”.
Vedete quanto è importante la memoria? Non basta essere intelligenti, non basta essere volitivi, bisogna anche ricordare. Giuseppe sta ricordando i doni ricevuti, e ricevuti in atto, in quel momento lì. E prosegue Giuseppe: “Il padrone non proibisce nulla, se non te”. Questa è la memoria sull’evento storico reale, orizzontale, umano, poi lui fa un salto, e dice: «E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?» C’è un’unione tra il piano orizzontale e quello verticale. Il punto di unione di questa perpendicolare è l’uomo: io sono il punto di unione tra la storia umana e Dio; è lì, in me, che avviene questo punto di unione. Io con la mia scelta non vado solamente a rispondere all’evento umano, io rispondo anche a Dio, “questo è il peccato, questa è la virtù”. E lui, infatti, dice: “Io come posso fare questo peccato così grande davanti a Dio?”.
Non dimentichiamo che Giuseppe è un uomo, non era di natura angelica, era fatto di carne, era giovane e nelle vene scorreva e pulsava sangue. Il testosterone Giuseppe l’aveva come tutti i ragazzi della sua età; gli ormoni funzionavano perfettamente, era un ragazzo normalissimo. Quindi non è che lui non sente, non vede, non percepisce – sia esternamente a sé, in questa donna, sia in lui – qualcosa; sicuramente l’avrà sentito! Non è alieno dal sentire anche lui la pressione della seduzione, ma la memoria, l’intelligenza, la volontà, dicono: “no, non puoi”; per queste ragioni che lui ha appena elencato.
Ma un vergine può essere capito, può essere inteso, da chi vergine non è? No! Guardate, non mettetevi neanche spiegare, è inutile, tempo perso. Anzi, se tu gli dai anche la motivazione, lo iato esistente tra Giuseppe e questa donna, diventa un abisso incolmabile, questa donna dà fuori di testa. Dopo che lui ha detto queste cose qui, questa è persa, perché la differenza tra lei e lui diventa assoluta, totale, e vedersi rifiutata, nonostante tutto, nonostante le spiegazioni, ti fa impazzire. Perché tu ti senti addosso che sei esattamente il contrario di tutto quello che lui ha appena detto. Quindi, lei non è che cade in ginocchio, dicendo: ho peccato, cosa ho fatto! Ho sbagliato! Sì, mi pento; no, si incallisce, si perverte ancora di più dentro questo male.
10E, benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe …
Ogni giorno… Capite cos’è il martirio? Cos’è la persecuzione di cui vi parlavo prima? Ogni giorno lui andava a lavorare in questa casa e ogni giorno lei era lì, e non aspettava altro che poterlo incontrare per poter fare tutta quella pressione del caso, e potergli strappare quello che lui portava nel cuore, quello che lui era, la sua identità.
Ora capite l’importanza dei sogni don Bosco, che abbiamo letto l’anno scorso, dove a S. Giovanni Bosco, costantemente, nei suoi sogni (che sono dei doni divini) Dio parla della verginità, dell’innocenza. Ricordate le tre mense: quelli che hanno perso questa innocenza, questa verginità, alla prima mensa non ci vanno più, punto. Vanno alla seconda, che sarà anche bella, ma non è la prima. E infatti, S. Giovanni Bosco dice che, nel sogno, quelli alla prima mensa erano pochi, molto pochi; perché dalla prima si può andare alla terza, ma dalla terza e dalla seconda non si può tornare alla prima. Perché c’è una integrità dell’anima: un vaso spezzato, è un vaso spezzato, c’è poco da fare. Sì, tu lo incolli, lo aggiusti, lo rimetti insieme, tutto quello che vuoi, ma è spezzato, non è più come prima. Un occhiale che si rompe, poi sì, è aggiustato, però non è più come prima, lo puoi usare, può andare ancora bene, ma non è più come prima. Una macchina incidentata non è una macchina nuova.
10E, benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe egli non acconsentì di unirsi, di darsi a lei.
E qui, permettetemi di dire una cosina: ricordiamoci che, quando noi ci uniamo (ma non sto parlando solamente in termini puramente fisici, sessuali; anche, ma non solo) con qualcuno, noi ci diamo. Io mi do a quella persona: è una consegna. E, quando consegno qualcosa, è consegnato, non è uno scherzo. Se io ti consegno, ti do questo orologio, non è più mio e, se anche tu un giorno dovessi magari ridarmelo, non è più il mio orologio, è il nostro orologio, perché è stato anche tuo. E anche su questo ci sarebbe tanto da dire. Oggi non c’è più molto questa attenzione anche all’unicità, all’integrità, delle cose. Oggi tutto è di tutti; tutti toccano tutto. Ma ci sono delle cose che non possono essere toccate. Tutti toccano tutto, tutti guardano tutto, tutti sanno tutto, ma ci sono delle cose che non possono essere sapute; ci sono delle cose che non possono essere viste e ci sono delle cose che non possono essere toccate, perché poi sono date. Anche questo bisognerebbe dirlo ai ragazzi.
11Ora un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c’era nessuno dei domestici. – l’occasione propizia, per tagliare la testa a qualcuno, si crea sempre – 12Essa lo afferrò per la veste, dicendo: «Unisciti a me!». Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì.
Noi cosa siamo disposti a lasciare, a perdere, pur di non perdere noi e Dio? Questa è la domanda che vi lascio in questo tempo di Avvento e di Natale, da trattare davanti a Gesù Eucarestia, a Gesù bambino nel Presepe: “Io fin dove sono disposto ad arrivare, che cosa, quanto di me sono disposto a perdere, pur di non perdere il mio cuore e la mia mente e, quindi, non perdere la grazia di Dio?”.
Lui lascia la veste. Capite che questo gesto è un gesto molto importante, molto simbolico; perché, di fatto, lui perde tutto (lo vedremo tra poco), perdendo questa veste lui perderà tutto, tutto quello che ha avuto fino a quel momento, tutta la cornice che io vi ho descritto poc’anzi, andrà in frantumi. Perdendo questa veste, lui perderà ogni cosa e la sua condizione dopo sarà peggiore della precedente. Prima era uno schiavo, adesso finirà carcerato.
Capite allora che noi facciamo veramente tante frigne perché, quante volte si sentono lamentazioni di cristiani: “Ecco, se io faccio questo, poi succede quell’altro. Cosa posso perdere? Cosa sarà della mia vita? Cosa mi succederà?”; e allora cerchiamo il compromesso, ma non perché c’è un amore per Dio, ma perché c’è un interesse per noi. Per non perdere tutto, per non perdere la tunica, allora capiamo che dobbiamo fare un compromesso. Un compromesso che, chissà perché, va sempre a toccare Dio va sempre a toccare la nostra identità, la nostra verginità, un compromesso che picchia il chiodo dentro, un po’ di più, nel muro.
Giuseppe dà qualcosa a lei: la sua veste; che non è né il suo cuore, né la sua mente, né il suo corpo. Tutto Giuseppe se ne va; a lei non rimane in mano altro che una veste anonima, fredda; non le rimane in mano niente. A differenza di Sansone, Giuseppe le dimostra tutta la sapienza di un cuore giusto, santo, vergine, pulito, onesto.
13Allora essa, vedendo ch’egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, 14chiamò i suoi domestici e disse loro:
Quindi lei ora completa il cerchio perché la reazione di Giuseppe l’ha fatta sentire uno schifo di donna, uno schifo di persona, le ha fatto vedere quanto male c’è in lei e l’ha lasciata da sola col suo male. Praticamente, tutto il suo male è rimasto tutto lì addosso a lei, e quindi questo male deve andare da qualche parte, lei lo deve vomitare addosso a qualcuno; siccome non ha potuto toccare Giuseppe, toccherà qualcun altro.
14chiamò i suoi domestici e disse loro: «Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per scherzare con noi! Mi si è accostato per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce. 15Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito ed è uscito».
16Ed essa pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. 17Allora gli disse le stesse cose: «Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per scherzare con me.
Lei dice “scherzare”, ha già cambiato la versione. Era un po’ più pesante prima, si parlava di unirsi. Ma se avesse detto così uno avrebbe potuto dubitare anche dell’atteggiamento di lei. Invece lei dicendo “scherzare” ha fatto vedere che già lo scherzo per lei era troppo: lei è assolutamente integerrima.
18Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori». 19Quando il padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava: «Proprio così mi ha fatto il tuo servo!», si accese d’ira.
20Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.
Beh, l’ha pagata cara! Domanda: ma come mai non gli ha chiesto se era vero o era falso? Lui ha già fatto il processo: ha ascoltato la moglie e l’ha già condannato. Ma non era il servo di cui lui si fidava così tanto, che era tanto bravo, che gli aveva dato tutto? Come mai non gli chiede niente?
Il tema della catechesi di quest’anno è la fede. Stiamo molto attenti in chi noi riponiamo la nostra fiducia; cerchiamo di coltivare un cuore umile, perché troppo spesso noi crediamo di essere troppo Dio; e siccome noi pensiamo e giudichiamo gli altri convinti che noi giudichiamo come Dio, che come giudichiamo noi non giudica bene nessuno – quindi se quella persona per noi è una persona degna di fede gli facciamo il trono d’oro, e quell’altro, magari, lo definiamo un mostro – stiamo attenti, perché poi ci arrivano di quelle randellate sui denti che poi non basta un vita per piangerle. Perché poi succede quella cosa che ti smonta, in un picosecondo, tutto l’impianto dorato che tu avevi fatto a quella persona. E quindi, prima di dire: “Ecco, quella persona mi ha tradito, quella persona si è comportata male, è stato un voltafaccia”, prima di dire che quella persona è male, tu comincia a farti un’altra domanda: ma tu come mai ti sei fidato di lei? Ti rendi conto che tu non sai giudicare? Questa è la prima cosa che tu devi dire; tu hai completamente sbagliato a riporre la tua fiducia in quella persona!
Questo egiziano ha completamente fallito la sua vita, non ha capito niente di sua moglie. Quello aveva vicino un demonio, una serpe, non una donna; e lui a questa donna qui ha dato un tale assenso, che si tiene accanto un mostro e perde l’unica persona vera e onesta che Dio aveva messo nella sua storia! Capite uno dove va a finire, poi? Capite uno cosa perde? Perde tutto! Un errore di giudizio ti fa completamente perdere la vita. Perché, se tu giudichi male una persona come Giuseppe, e giudichi bene una persona come quella donna, tu hai completamente frainteso tutto.
Ma uno si domanda: perché quest’uomo, di fronte alla moglie, avrà optato per lei e non per Giuseppe? Perdendo, non dico un servo fedele, ma l’amico degli amici, perdendo tutto, con lui perché, uno fedele come Giuseppe, non lo trova più!
Giuseppe non era stupido, sicuramente poteva immaginare che la storia sarebbe finta così, più o meno; perché tutti noi, al suo posto, avremmo pensato: “Se questa continua, e io continuo a dire di no, arriverà il giorno che questa qui farà il passo più lungo. E io cosa farò, quel giorno? E se mi fa una roba del genere, cosa faccio? Perdo tutto! Visto cosa mi è successo nella mia vita, mi trovo come?” Ti trovi in galera! Giuseppe si va a trovare in galera, per la sua onestà. Ora, la domanda è: ma perché l’egiziano fa questo? Perché compie questo? Perché lui non riesce ad arrivare a questa verità?
Le interpretazioni possono essere tante, io ve ne lascio una: perché ci vuole troppo coraggio a fermarsi e a dire: “Ho sbagliato tutto. Ho sbagliato tutto. Tutto! Io sono un incapace, punto. Quindi, a te moglie, ti prendo e ti sbatto fuori dalla mia vita. E prendo Giuseppe e lo metto qui”. Questo è da eroi, questo vuol dire essere un eroe. Ma gli eroi sono pochi, tutto il resto sono chiodi piantati nel muro, bene, fino in fondo, assolutamente normalizzati. Ci vuole troppo coraggio a dover disfare tutta la propria vita, rendendosi conto di aver completamente fallito.
Quindi, se lui fosse stato un eroe, avrebbe detto: “Ah sì? Va bene. Allora chiamiamo anche Giuseppe e facciamo un confronto!”. Perché poi, capite, la verità, se io la voglio vedere, la voglio cercare, viene a galla; perché, se io metto una persona accanto a quell’altra e dico: “Raccontatemi la storia com’è andata: tu dici che lui ha fatto così, lui cosa dice?”. Facendo così, si capisce chi mente; viene fuori la verità se io voglio.
Ma volere la verità, vuol dire – può darsi, anche – che quella verità faccia verità non solo sulle persone accanto a te, ma anche su di te. E che quella verità ti dica: questa è la verità, e la tua verità è che tu hai sbagliato tutto, che non ti sei minimamente accorto di questa persona che hai accanto, che è la persona peggiore, la più sbagliata che tu potevi andare a prendere. E che adesso ha cercato non solo di tradirti, ma ha cercato addirittura di distruggere questo rapporto bellissimo di stima e di amicizia e di unione che tu, egiziano, hai con Giuseppe (perché possiamo anche pensare che la moglie fosse un po’ invidiosa).
E quindi Giuseppe va in prigione. E non per un giorno; se andate avanti a leggere la storia di Giuseppe, vedrete. Però c’è un dettaglio molto importante: la Scrittura dice che Dio non lo abbandona. È in prigione, ma anche lì Dio continuerà a stargli accanto. In che modo? Gli farà incontrare il favore di tutti: il comandante della prigione, i carcerati, diventerà il responsabile dei carcerati. Insomma, anche lì risuccederà questo evento della benedizione di Dio. Perché Dio non abbandona mai e non tradisce mai chi gli è fedele.
E noi dobbiamo imparare a pesare le persone che abbiamo accanto, perché la fede è una cosa seria. Voi capite che il tema di questa catechesi di quest’anno non è semplicemente la fede in Dio, ma è la fede, cioè: la tua capacità di fidarti. E non è che tu prendi e ti butti a scatola chiusa nelle mani di tutti: ti butti a scatola chiusa nelle mani di Dio, ma non di tutti. E le persone vanno pesate molto bene, perché noi con grande facilità ci possiamo ingannare; anche perché: o l’affetto, o la presunzione di non voler vedere che proprio in casa mia io ho dentro un demonio, ci possono portare a concludere velocemente le storie, e a dire: “No, no, va bene, va bene, non voglio più saperne niente”. Sì, ma tu cos’hai accanto? Un demonio? Tu la tua vita l’hai messa nelle mani di chi?
E questo riguarda anche i rapporti di amicizia, i rapporti di lavoro, qualunque rapporto: le persone vanno pesate bene. Non posso aprire il mio cuore e dare la mia fiducia a chiunque. E nel momento in cui vedi che una persona non è degna: via, lascia lì la tunica e scappa via nudo. Ma almeno porti via tutto di te. E infatti Giuseppe, alla conclusione della sua storia, quando morirà, dirà: “Voi, un giorno sarete portati via dall’Egitto, Dio interverrà e vi libererà dall’Egitto (passerà molto tempo, prima che questo succeda); quel giorno voi porterete via anche le mie ossa!”. Giuseppe ha ben chiaro che niente di lui può rimanere in un posto indegno; lui dice: “Voi dovete portare tutto; io ho perso tutto e tutto di me deve essere portato via, quando questo posto sarà visitato da Dio e Dio vi libererà dagli egiziani”.
Se noi prendiamo la nostra vita e la vita di Giuseppe, e le mettiamo a confronto, cosa succede? Che cosa cominciamo a intravedere? Su che cosa Giuseppe e la sua vita ci impongono di intervenire? Su che cosa la vita di Giuseppe ci dice: no, no, tu non ci sei, tu non hai questa integrità interiore, tu non stai coltivando questa verginità del cuore, della mente, dell’intelligenza, della memoria, degli affetti. Magari, stai cominciando a scivolare nel compromesso oppure ci sei già dentro, oppure ti sei già dato; quindi, vieni via in fretta, recupera quello che è recuperabile.
La storia di Giuseppe, in tutta la sua ampiezza, è una storia molto importante, ma certamente questo piccolo evento (piccolo perché si conclude velocemente) è un evento che cambia totalmente la sua vita, e noi dobbiamo essere pronti a cambiare così la nostra vita. Cioè, la nostra vita può subire un mutamento per Dio, per ciò che è giusto. Giuseppe non dice: “Ah, ecco, vedi, io sono stato così tanto fedele verso il mio padrone, guardate che fine mi fa fare”. No, perché il problema non è l’altro. A Giuseppe non interessa che il suo padrone lo sbatta in galera!
Uno è vero per amore della verità, uno è giusto per amore della giustizia, uno è onesto per amore dell’onestà, uno è vergine per amore della verginità, non per il ricambio che ha dall’altro, non per la moneta con cui viene pagato; ma perché è giusto essere così, indipendentemente dal fatto che l’altro lo riconosca, lo approvi, lo stimi, lo pesi bene, ti faccia i complimenti, ti sostenga, ti incoraggi e ti premi. Se anche capita esattamente il contrario – cioè, quello che è capitato a Giuseppe, che finisce in galera da innocente – non cambia niente. Perché la verità, la giustizia, l’onestà, paga; lei stessa è la moneta, lei stessa è la meta e il fine. Non c’è bisogno di vedere chissà quale riconoscimento esterno, va bene così. Giuseppe è felice così, e Dio è con lui, e anche in prigione sarà così. Infatti, Giuseppe, alla fine di tutto, poi diventerà un capo importante degli egiziani. E come finirà la sua storia? Che i suoi fratelli – senza saperlo, perché non lo riconoscono – si troveranno a dover andare davanti a lui a supplicarlo in ginocchio. Loro, infatti, erano rimasti nella carestia e non avevano più da mangiare e vanno in Egitto a chiedere di poter mangiare e qui trovano lui a cui devono fare questa domanda. E lui gli fa un bel giochino – andatelo a leggere – che li smaschera.
Adesso Giuseppe è in galera, ma tra un po’ avrà sulla testa una corona. Ma questa corona sulla testa non l’avrebbe mai avuta se, qui, avesse tradito. Dio ha permesso questa prova. Giuseppe era un maggiordomo, dopo diventerà cento volte di più di un maggiordomo, ma perché è rimasto fedele a Dio, perché è rimasto fedele a sé stesso, perché non ha perso quell’integrità interiore.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.
Informazioni
Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.














