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Le affermazioni fuorvianti di mons. Bruno Forte sulla Comunione in mano

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Aggiornamento al 27 giugno 2025, Sacratissimo Cuore di Gesù

In un video fatto circolare su Instagram, Mons. Bruno Forte riprende alcuni fedeli per non aver voluto ricevere l’Ostia consacrata sulle mani.

https://www.instagram.com/reel/DIrkYCfo89B/?igsh=MWw0d3ZiZHR6a216eQ==

Parole di Mons. Bruno Forte:

«Permettete che chiarisca un punto. Ci sono state tre persone che non hanno voluto la comunione in mano. Allora, prima di tutto, nel Nuovo Testamento Gesù dice, labete, il verbo lambano in greco significa prendere in mano.

Per secoli sempre la Chiesa ha preso in mano la comunione. Solo, in alcuni secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello del prenderla in bocca. Ma grazie a Dio oggi siamo tutti cresciuti, le mani ce le laviamo.

Per cui la comunione si prende in mano, col gesto umile di stendere la mano e di accoglierla. Chi non lo fa, fa un atto di orgoglio, si crede più saggio e più esperto del Papa e dei Vescovi che hanno deciso che la comunione si prende in mano. Per piacere, siate umili e obbedienti alla Chiesa, almeno nel momento in cui fate la comunione e ricevete Gesù facendo la sua volontà che è quella espressa nella Chiesa dal Papa e dai Vescovi».

Mons. Forte porta qui tre ragioni per non ricevere la Comunione in bocca ma tutte e tre sono infondate. Vediamole una ad una.

Prima affermazione:

«Nel Nuovo Testamento Gesù dice, λάβετε. Il verbo λαμβάνω, in greco, significa “prendere in mano”»

Mons. Forte fa riferimento al racconto dell’Ultima Cena, in Mt 26,26: «Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”»

«Prendete e mangiate» questa è la traduzione italiana, ma andiamo a vedere l’originale greco: λάβετε φάγετε

La struttura paratattica: «Λάβετε φάγετε»

In greco l’espressione «Λάβετε φάγετε» è una struttura paratattica:

  • Due verbi accostati senza congiunzione, per indicare contemporaneità e unità.
  • Non si tratta di due azioni separate: prima prendi, poi mangi.
  • Ma di un unico atto sacro: ricevere e nutrirsi sono fusi in una sola realtà sacramentale.

Le traduzioni italiane che inseriscono la congiunzione (prendete e mangiate) sembrano suggerire una sequenza: prima prendi e poi mangi. Esse introducono una separazione che non esiste nel testo greco e, si nemmeno in quello latino di San Girolamo (Accipite, comedite). Su quest’ultimo torneremo dopo.

L’Eucaristia è dono gratuito di Cristo, non oggetto di possesso umano. “Ricevere” implica una disposizione di fede, umiltà, apertura al dono; “prendere” potrebbe suggerire un atto di autonomia, non conforme alla natura sacra del Sacramento.

L’immagine proposta dal testo è chiara: Gesù imbocca gli Apostoli come una madre amorevole, che nutre il figlio con tenerezza. Il gesto non è ordinario, ma unico, esclusivo, solenne.

Dire che λαμβάνω significa semplicemente prendere in mano è linguisticamente impreciso e teologicamente scorretto. Il verbo esprime l’atto sacro di ricezione, proprio della liturgia eucaristica.

Analisi del verbo greco λαμβάνω (lambano)

L’espressione verbale greca λάβετε è l’imperativo del verbo λαμβάνω. Il verbo λαμβάνω ha un significato molto più ampio e profondo rispetto al semplice “prendere in mano”. Esso comprende una serie articolata di accezioni:

  • prendere, afferrare, assumere, contenere, ottenere, accettare, ricevere, accogliere.
  • In contesti religiosi, λαμβάνω significa ricevere da Dio o da Cristo

Che il comando λάβετε debba essere inteso nel senso forte di “ricevere” non è un’ipotesi, ma un fatto testuale confermato all’interno dello stesso Nuovo Testamento. L’esempio più lampante è in Giovanni 20,22. Rivolgendosi agli Apostoli, Gesù risorto alita su di loro e comanda: «Λάβετε Πνεῦμα ἅγιον». La traduzione universale e indiscussa di questo passo, a partire dalla Vulgata (“Accipite Spiritum Sanctum”), è “Ricevete lo Spirito Santo”. Nessuno suggerirebbe di tradurre “Prendete lo Spirito Santo”, poiché è evidente che il dono supremo di Dio può solo essere accolto passivamente. Questo uso parallelo fornisce una chiave di lettura inoppugnabile: se λάβετε significa “ricevete” nel contesto del dono dello Spirito, a maggior ragione deve avere lo stesso significato nel contesto del dono del Suo Corpo nell’Eucaristia.

Distinzione tra sumere e accipere nella traduzione di San Girolamo

Verifichiamo come San Girolamo nella sua famosa traduzione in latino, la cosiddetta Vulgata, sceglie di tradurre il passo dell’Ultima Cena che stiamo analizzando.

Il brano descrive due azioni distinte di Gesù:

  • Egli prende il pane: Sumpsit panem (Mt 26,26 – latino).

Qui si usa sumere, che indica un atto materiale, prendere con le mani.

  • Egli poi offre il Suo Corpo: Accipite, comedite.

Qui S. Girolamo cambia verbo e usa accipere, cioè ricevere, atto di accoglienza, non di iniziativa autonoma. La distinzione è essenziale e la traduzione di S. Girolamo la rende bene: Gesù non dice di “prendere in mano” il Suo Corpo, ma di riceverlo.

Altre fonti autorevoli ci confermano che la traduzione corretta per accipite” non è “prendete” nel senso di “afferrate” o “prendete in mano”, ma “ricevete”.

Sant’Alfonso Maria de Liguori, nel suo scritto Pratica di Amar Gesù Cristo traduce “accipite” come “ricevete”.

Una simile traduzione si trova nel testo Antidoto con il quale siamo liberati dai peccati veniali, preservati dai peccatidell’Abate Paolo Gerolamo Franzoni 1708-1778 e così pure nelle Istruzioni morali sopra la Dottrina Cristiana del 1773 di Idelfonso da Bressanvido.

Siamo in buona compagnia. Autori illustri e santi sostengono questa traduzione, traducono “accipite” con “ricevete”.

Adesso andiamo a vedere il dizionario. Il verbo latino: “accipio” ha i seguenti significati:

  • Ricevere, prendere, accettare, riferito ad una cosa, arma, o armi, usato nel linguaggio militare, ricevere armi e ostaggi, ricevere un’eredità, prendere con la bocca o per la bocca.
  • Ricevere, accogliere una persona, ricevere uno in casa, prendere moglie, accogliere un amico, un ospite.
  • Ricevere e trattare uno bene o male, trovare una buona accoglienza, accogliere qualcuno con clemenza, affabilità.
  • Ricevere una cosa con i sensi, con la mente, sentire, capire, ascoltare, apprendere, imparare, venire a sapere.
  • Ricevere una cosa in un certo modo, intendere, interpretare.
  • Ricevere una giustificazione, una proposta, accettare, accontentarsi di.
  • Ricevere una carica, assumere un onore, farsi carico di una causa e di un giudizio.
  • Ricevere una gioia, un dolore, provare.
  • Ricevere un’arte, apprendere.
  • Ricevere garanzia.

L’accezione di “accipio” come si ricava chiaramente dal suo significato, non si riferisce in modo assoluto all’atto comune di prendere qualcosa e di prendere qualcosa con le mani. I significati elencati appartengono tutti alla sfera semantica di “ricevere”, “accogliere”.

In sintesi, il verbo italiano che traspone in maniera più fedele il significato di λάβετε e accipite, è solo ricevete.

Si potrebbe tuttavia obiettare che, a differenza della Vulgata, il testo greco originale utilizza il medesimo verbo λαμβάνω per l’azione di Gesù che prende il pane (λαβὼν, participio aoristo) e per il comando rivolto ai discepoli (λάβετε, imperativo presente). Da ciò, si potrebbe inferire una necessaria identità di traduzione. Tuttavia, tale approccio non tiene conto di alcuni fattori cruciali che andrò ora a spiegare.

La variazione semantica nel contesto traduttivo

È prassi consolidata, tanto nell’antichità quanto oggi, che un medesimo termine in una lingua di partenza possa e talvolta debba essere reso con termini differenti nella lingua di arrivo, per restituirne la pienezza di significato in contesti diversi. Insistere su una traduzione monolitica (“prendere” e “prendere”) rischia di appiattire la ricchezza semantica del testo, anziché illuminarla. La scelta di San Girolamo di differenziare tra sumpsit (per Gesù) e accipite(per i discepoli) non è, a mio avviso, una semplice preferenza, ma un atto di esegesi profonda. Egli riconosce che le due azioni, pur collegate, non sono identiche né sul piano narrativo né su quello teologico.

L’autorità della Vulgata

la Vulgata non è una traduzione tra le tante. Il Concilio di Trento (Sessione IV, Decreto Insuper) l’ha dichiarata “autentica” per l’uso pubblico nella Chiesa, non per una presunta superiorità filologica su ogni singolo manoscritto greco, ma perché rappresenta il frutto maturo di secoli di ricezione, preghiera e riflessione teologica della Chiesa latina, guidata dal sensus fidei. La scelta di S. Girolamo, confermata da un uso liturgico e teologico millenario, diventa essa stessa un locus theologicus, una fonte autorevole che interpreta il testo greco sotto l’assistenza dello Spirito. La distinzione tra il “prendere” di Cristo e il “ricevere” dei discepoli è una verità di fede che la Tradizione ha riconosciuto nel testo e che la Vulgata ha canonizzato.

La funzione liturgica del testo (Sitz im Leben)

Un’analisi puramente filologica o sintattica rischia di essere incompleta se non considera il “contesto vitale” (Sitz im Leben) in cui il testo è nato e per cui è stato scritto. I racconti dell’Istituzione non sono semplici cronache storiche; sono testi a carattere fondativo e catechetico per una comunità, quella della Chiesa primitiva, che già celebrava l’Eucaristia.

Il testo di Matteo, quindi, non si limita a descrivere un evento passato, ma lo interpreta e ne fissa il paradigma per la prassi liturgica della Chiesa. In quest’ottica:

  • L’azione di Gesù (λαβὼν) è l’atto sacerdotale per eccellenza, unico e irripetibile, che fonda il rito. È l’azione del Sommo Sacerdote che offre Sé stesso.
  • L’azione dei discepoli (λάβετε) è il paradigma dell’azione di ogni fedele in ogni celebrazione eucaristica. Il fedele non “prende” autonomamente, ma “riceve” dalle mani del celebrante, che agisce in persona Christi.

La distinzione tra il “prendere” del consacrante e il “ricevere” del comunicante non è un’invenzione successiva, ma è inscritta nella dinamica stessa della liturgia che il Vangelo descrive e fonda. Ignorare questa distinzione significa leggere il testo astraendolo dalla sua funzione primaria.

San Girolamo, traducendo, non aveva di fronte a sé un reperto archeologico, ma il cuore pulsante della vita della Chiesa. La sua scelta di distinguere sumpsit da accipite è un atto di fedeltà non solo al testo, ma alla realtà sacramentale che quel testo illumina e perpetua. La traduzione, quindi, si fa veicolo della retta comprensione e della retta prassi liturgica (lex orandi, lex credendi).

Le figure retoriche del poliptoto e dell’antanaclasi

La ripetizione del verbo λαμβάνω (lambánō, “prendere, ricevere”) nelle forme λαβών (labṑn) e λάβετε (lábete) non è una semplice ricorrenza, ma un artificio retorico che può essere analizzato attraverso due lenti interpretative complementari: quella del poliptoto e quella dell’antanaclasi. Lungi dall’escludersi a vicenda, queste due figure illuminano aspetti diversi ma convergenti del mistero sacramentale.

Il poliptoto è una figura retorica che consiste nel ripetere una parola modificandone la forma grammaticale (caso, tempo, modo). In questo caso, la stessa radice verbale lab- viene usata in due flessioni diverse:

  • λαβών (labṑn): È un participio aoristo attivo. Descrive l’azione di Gesù come un atto puntuale, unico e fondante. È l’azione sovrana del Sacerdote che “prende” il pane per consacrarlo, inaugurando il rito. La sua è un’azione di possesso e disposizione.
  • λάβετε (lábete): È un imperativo aoristo attivo, seconda persona plurale. Descrive l’azione richiesta ai discepoli. Il comando non indica un semplice “afferrare”, ma un “ricevere” come atto di accoglienza e obbedienza a un dono. Non è un’azione autonoma, ma una risposta dipendente dall’offerta di Cristo.

La variazione grammaticale, quindi, non è casuale ma teologicamente eloquente. Il poliptoto sottolinea una fondamentale asimmetria teologica:

  • Da un lato, l’azione sovrana e singolare di Cristo (agere), che è l’autore del Sacramento.
  • Dall’altro, l’azione ricettiva e comunitaria della Chiesa (recipere), che accoglie un dono che non potrebbe darsi da sola.

La grammatica stessa, attraverso il poliptoto, distingue e gerarchizza i ruoli: l’atto unico di Cristo e l’atto continuo di accoglienza della Chiesa.

Se il poliptoto si concentra sulla forma e sui ruoli, l’antanaclasi illumina il cambiamento di significato. Questa figura consiste nel ripetere una parola attribuendole un senso diverso. Nel nostro versetto, il verbo lambánō subisce uno slittamento semantico cruciale, che possiamo definire “antanaclasi teologica”:

  • Prima occorrenza (λαβών): Gesù “prende” τὸν ἄρτον (il pane). L’oggetto è materiale, fisico, ancora non consacrato. Il significato del verbo è letterale: “afferrare un oggetto”.
  • Seconda occorrenza (λάβετε): I discepoli sono invitati a “prendere” ciò che viene offerto dopo le parole istitutive (“questo è il mio corpo”). L’oggetto non è più semplicemente pane, ma è diventato il Corpo di Cristo. Il significato del verbo si trasfigura: non è più “prendere una cosa”, ma “ricevere Qualcuno” in una realtà sacramentale.

L’antanaclasi, quindi, evidenzia la trasformazione ontologica che avviene nel cuore dell’azione liturgica. La stessa parola viene usata per descrivere due azioni il cui oggetto è radicalmente diverso: si passa dal pane comune al Corpo eucaristico. Questo sdoppiamento di significato è il sigillo linguistico del mistero della transustanziazione.

Poliptoto e antanaclasi non sono due interpretazioni alternative, ma due facce della stessa medaglia retorica e teologica. Esse operano in sinergia per esprimere la pienezza dell’evento eucaristico:

  • Il poliptoto (variazione di forma) è il veicolo linguistico che mette in scena la distinzione dei ruoli tra Cristo-Donatore e la Chiesa-Ricevente.
  • L’antanaclasi (variazione di senso) è il contenuto teologico che rivela la trasformazione della sostanza offerta e ricevuta.

In sintesi, la variazione grammaticale del poliptoto (da participio a imperativo) serve a incorniciare e a rendere possibile la variazione semantica dell’antanaclasi (da pane a Corpo). La forma linguistica è perfettamente al servizio del contenuto teologico. L’analisi congiunta di queste due figure permette di apprezzare come, nel Vangelo, ogni scelta lessicale e morfologica sia carica di significato, trasformando una semplice frase in una densa professione di fede nel mistero centrale della vita cristiana.

La Vulgata, con sumpsit e accipite, non fa che esplicitare questa sfumatura teologica già inscritta nella morfologia greca. L’approccio che si limita a constatare l’identità della radice verbale greca, per poi concludere con una traduzione appiattita, si dimostra riduttivo. Esso sacrifica la profondità teologica e la ricchezza semantica del testo sull’altare di una pretesa “scientificità” che, in questo caso, si rivela insufficiente a cogliere il cuore del messaggio.

Seconda affermazione:

«Per secoli sempre la Chiesa ha preso in mano la comunione. Solo, in alcuni secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello del prenderla in bocca»

A questo proposito una fonte preziosissima è la tesi di dottorato di Don Federico Bortoli «La distribuzione della Comunione sulla mano». Don Federico ha fatto uno studio storico rigoroso per ricostruire la storia della modalità di ricezione della Comunione.

Ecco gli elementi tratti dal suo libro che smentiscono l’affermazione di mons. Forte:

1. Evoluzione della prassi: sviluppo progressivo e non regressivo

  • La distribuzione dell’Eucaristia in bocca e in ginocchio non è un’involuzione per motivi igienici, ma l’apice di un’evoluzione durata secoli, motivata da una crescente consapevolezza dottrinale e dalla necessità di proteggere il Santissimo da profanazioni e mancanze di rispetto[1].
  • La prassi della Comunione in bocca si è radicata per circa un millennio, non in “alcuni secoli oscuri”, ma in un lungo sviluppo di fede e devozione.

2. Motivazioni storiche: non fu questione di igiene

  • Il passaggio alla Comunione in bocca è avvenuto per evitare profanazioni e la perdita di frammenti, non per motivi igienici. Il Sinodo di Rouen (649-653) obbligò a porre l’Ostia direttamente in bocca. Il cambiamento fu motivato dalla constatazione che la prassi della Comunione sulla mano causava profanazioni[2].
  • Don Bortoli cita Mons. Schneider quando afferma che la diffusione della Comunione in bocca fu una risposta naturale della Chiesa quando non si poteva più garantire il rispetto richiesto al Sacramento, e fu adottata in modo universale già dalla fine dell’età patristica[3].

3. Continuità e universalità della prassi in bocca

  • Alla fine del IX secolo la Comunione in bocca era già una prassi universale accettata sia in Occidente che in Oriente, a conferma che non si trattò di una deviazione temporanea per motivi igienici, ma di un cambiamento stabile e condiviso[4].
  • Anche Benedetto XVI spiegò che la sua decisione di distribuire la Comunione in ginocchio e in bocca era per sottolineare la Presenza reale e per evitare abusi e banalizzazione della Comunione, come il portarla via come un “souvenir”[5].

Conclusione

La prassi della Comunione in bocca è storicamente radicata nella Chiesa da secoli per motivi di rispetto, adorazione e tutela del Sacramento, non per timori igienici.

Terza affermazione:

«…si crede più saggio e più esperto del Papa e dei Vescovi che hanno deciso che la Comunione si prende in mano»

Andiamo a verificare cosa dicono il Papa e i Vescovi in merito alle modalità di ricezione della Comunione.

Cosa dicono i Papi?

L’ultimo documento ufficiale promulgato in materia per la Chiesa Universale (suppongo che così si possa interpretare l’espressione “deciso dal Papa”) è Redemptionis Sacramentum, che dice:

«[92.] Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli»[6].

La formulazione della frase è molto precisa, fa capire benissimo che la regola è la Comunione in bocca e quella sulla mano è un’eccezione, frutto di un permesso speciale, e non viceversa.

In ogni caso qui è detto chiaramente che ogni fedele ha il diritto di ricevere la Comunione in bocca.

Si veda inoltre un responso del 1999 della Congregazione per il Culto Divino, che chiarisce come, anche nei luoghi in cui è stato concesso l’indulto per la Comunione sulla mano, non sia lecito obbligare i fedeli a riceverla in tale modo:

«Responso – Se nelle diocesi in cui è permesso distribuire la Comunione nella mano dei fedeli sia lecito al Sacerdote ovvero ai ministri straordinari della Comunione obbligare i comunicandi a ricevere l’ostia esclusivamente in mano, e non sulla lingua.

“Risulta per certo dagli stessi documenti della Santa sede che nelle diocesi ove il pane eucaristico è posto nella mano dei fedeli, resta intatto il loro diritto di riceverlo sulla lingua.

Pertanto agiscono in violazione delle norme sia coloro che obbligano i comunicandi a ricevere la Comunione esclusivamente in mano sia coloro che rifiutano ai fedeli la Comunione in mano nelle diocesi che godono di questo indulto”»[7]

Forse Mons. Forte si riferisce a cambiamenti introdotti successivamente da Francesco? In realtà, non risulta che egli abbia sostenuto posizioni diverse; al contrario, nell’udienza del 21 marzo 2018, all’interno di un ciclo di catechesi sulla Santa Messa, ha affrontato il tema della Comunione, ribadendo:

«Secondo la prassi ecclesiale, il fedele si accosta normalmente all’Eucaristia in forma processionale, come abbiamo detto, e si comunica in piedi con devozione, oppure in ginocchio, come stabilito dalla Conferenza Episcopale, ricevendo il sacramento in bocca o, dove è permesso, sulla mano, come preferisce»[8].

Cosa dicono i Vescovi Italiani?

La risposta si trova nell’ultima edizione italiana del Messale Romano, nel capitolo delle PRECISAZIONI redatte dalla CEI, al punto 13 «Distribuzione della comunione e comunione sotto le due specie»:

«Il comunicando riceve il pane eucaristico in bocca o sulla mano, come preferisce»[9].

Qui si fa riferimento al punto 161 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano (valido per la Chiesa Universale, cioè di tutto il mondo), che prescrive:

«ı6ı. Se la comunione si fa sotto la sola specie del pane, il sacerdote eleva alquanto l’ostia e la presenta a ciascuno dicendo: Il Corpo di Cristo. Il comunicando risponde: Amen, e riceve il Sacramento in bocca o, nei luoghi in cui è stato permesso, sulla mano, come preferisce. Il comunicando, appena ha ricevuto l’ostia sacra, la consuma totalmente»[10].

Conclusione

Anche la terza affermazione di Mons. Forte è del tutto arbitraria. Non ci sono documenti Magisteriali, di Papi o Vescovi che si siano espressi per condannare la Comunione in bocca. È piuttosto vero il contrario.

[1] Federico Bortoli, La distribuzione della Comunione sulla mano, Cantagalli, Roma 2017, pagg. 73-74.

[2] Ivi, pagg. 40-41.

[3] Ivi, pag. 41.

[4] Ivi, pag. 41.

[5] Ivi, pag. 224.

[6] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione Redemptionis Sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, 25 marzo 2004, in Acta Apostolicae Sedis 96 (2004), pp. 549-601, n. 91.

[7] «Utrum in dioecesibus, ubi valet communionem distribui in manibus fidelium, liceat sacerdoti sive extraordinariis sacrae communionis ministris obligatione adstringere communicantes, ut hostiam tantummodo in manibus accipiant, non autem super linguam. R. Certo patet ex ipsis documentis Sanctae Sedis ut in dioecesibus, ubi panis eucharisticus ponitur in manibus fidelium, integrum tamen eis manet ius super linguam eum recipiendi. Contra normas ideo agunt sive qui communicantes obligatione adstringunt ad sacram communionem tantummodo in manibus recipiendam, sive qui renuunt christifidelibus Communionem in manu recipiendi in dioecesibus, quae hoc indulto gaudent. Attentis normis de sacra communione distribuenda, peculiari modo curent ministri ordinarii et extraordinarii, ut statim hostia a christifidelibus sumatur, ita ut nemo discedat cum speciebus eucharisticis in manu. Meminerint tamen omnes saecularem traditionem esse hostiam super linguam accipere. Sacerdos celebrans, si adsit sacrilegii periculum, communionem in manu fidelibus non tradat, et certiores faciat eos de fundamento huius procedendi modi» (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, «Responsum ad dubium», in Notitiae, 392-393, vol. 35 (1999), pp. 160-161).

[8] Francesco, Udienza Generale «La Santa Messa – 14. Liturgia eucaristica. IV. La Comunione», 21 marzo 2018.

[9] Conferenza Episcopale Italiana, «Ordinamento Generale del Messale Romano – Precisazioni», in Messale Romano, Terza edizione, LEV, Roma 2020, pag. LIII.

[10] «Ordinamento Generale del Messale Romano», in Messale Romano, Terza edizione, LEV, Roma 2020, pag. XXXIV.

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