Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo, 8ª e ultima parte

Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di un ciclo di meditazioni sul testo “Commento al Vangelo di S. Giovanni” di don Dolindo Ruotolo di sabato 27 agosto 2022

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Mt 25, 14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione

Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo, 8ª e ultima parte

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a sabato 27 agosto 2022. 

Festeggiamo oggi santa Monica, madre di sant’Agostino.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo venticinquesimo Vangelo di san Matteo, versetti 14-30.

Concludiamo questo breve ciclo di meditazioni sul capitolo quindicesimo di san Giovanni appoggiandoci al commento esegetico di don Dolindo Ruotolo a questo capitolo. Concludiamo oggi questa sezione. 

Gesù Cristo non lasciò ai suoi cari alcuna illusione sulla difficoltà del loro ministero e sui sacrifici che comportava.

Il Vangelo di oggi! 

Richiede grossi sacrifici trafficare i propri talenti. 

È talmente un’esperienza espropriante, quella di uscita, di esodo da se stessi, dalle proprie paure, dai propri progetti, dalle proprie certezze, dai propri gusti e stili; è talmente una esperienza così maturante che è difficile. Non c’è un altro motivo per cui chi ha ricevuto un solo talento lo ha nascosto, lo dice chiaramente: “Ho avuto paura…” 

Questa paura la possiamo ben vedere proprio nella fatica di credere che mi è chiesto di trafficare, giocare, far valere quell’unico talento che ho. Se io ho dieci, cinque talenti, capite, ho tante risorse: male che vada, ne porterò a casa altri tre o quattro, ne perderò tre o quattro, ma non è che posso perderli tutti. Nel momento in cui io metto in gioco il mio unico talento, nel gioco della mia vita io metto in gioco delle risorse, è chiaro che, in un certo senso, un po’ le perdo: usandole, rischio molto perché non so come andrà… Quindi è anche comprensibile che chi ne ha uno solo rimanga paralizzato dalla paura e dica: “No, io non ce la faccio… e se poi lo perdo? Io lo nascondo e, quando tornerà il padrone, gli dirò «Guarda, io non ci ho guadagnato niente, però non l’ho neanche perso: ti ridò il tuo!»” 

La lettura che fa Gesù non è moralista, non gli fa una predica su un aspetto morale della vita; Gesù fa un’analisi a partire da sé: “Tu sapevi, e sai ora nel momento delle somme, che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso”. 

Che vuol dire: tu sai che io sono il Signore dell’impossibile. 

E questo lo vediamo da Adamo e Eva a oggi; da quel petto che viene aperto e viene creata Eva; da lì passando per tutta l’esperienza bellissima, interessantissima, ricchissima di interventi del Dio dell’impossibile per il popolo di Israele, fino ad arrivare alla Vergine Maria che concepisce Vergine, partorisce Vergine e resta Vergine; attraverso tutti gli eventi narrati nella Sacra Scrittura a cui potremmo dare come sottotitolo Il libro degli impossibili, tutti gli impossibili resi possibili da Dio — la Sacra Scrittura è piena di questi eventi di un Dio veramente capace di mietere non ha seminato e raccogliere dove non ha sparso. 

La pigrizia, la malvagità che vengono riconosciute da Gesù al servo con un talento solo è perché, di fatto, non si è fidato. Tutto questo per dire “Guardate che è una cosa seria: stiamo parlando di qualcosa di molto complesso”. Umanamente si può capire chi nasconde sotto terra in un fazzoletto il suo talento e don Dolindo dice che Gesù non illude nessuno — questa non è certo una parabola per gli illusi — non dice a nessuno dei suoi discepoli e apostoli che è facile; a nessuno dice che non saranno richiesti sacrifici. Gesù chiama le cose con il loro nome e ci riporta sempre al principio di realtà: questa è la realtà, non ce n’è un’altra… ti potrà non piacere, potresti sognarne un’altra, ma la realtà e questa… ha questo nome, queste caratteristiche e tu ti devi confrontare con questa realtà, non con un’altra. 

Però — dice don Dolindo — diede loro il cibo della vita che doveva unirli a Lui per mezzo della grazia singolarissima dello Spirito Santo e questo bastava per renderli forti contro il mondo che li odiava. 

Gesù dice “Io ti dico che è difficile, sappi che è difficile — chi vuole venire dietro a Me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…più difficile di così… — però insieme a questo ti dò anche il cibo necessario a non cedere mai a una logica di morte, a rendere possibile l’impossibile”. 

Del resto, l’Eucarestia non è forse l’impossibile che diventa possibile? Del pane che diventa un Corpo e del vino che diventa Sangue del Figlio di Dio… che cosa c’è di più impossibile di questo? Se uno dicesse: “Adesso vi mostro che sono capace di trasformare questo pane nel Corpo di Cristo e questo vino nel Sangue di Cristo”, noi lo diremmo impossibile. Ecco, appunto! L’Eucarestia è il cibo della vita possibile, il cibo che ti serve per unirti a Gesù. 

Interessante, questo sarebbe interessante da approfondire, ma, capite, non si può fare tutto… Quando io mangio una bistecca di vitello, mangio una bistecca vitello, ma non entro in comunione con il vitello morto da cui hanno perso questa carne. Quando io mangio una pastasciutta, io mangio 80 grammi della farina che è servita per cucinare quella pastasciutta, ma non entro in comunione con tutto il campo di grano. Se io mangio una fetta di mela, non faccio comunione con il melo che l’ha prodotta. Ma quando io mangio l’Eucarestia, io faccio comunione con Gesù, io mi unisco a Gesù: questo è il miracolo nel miracolo! Questo è il doppio aspetto miracoloso dell’Eucarestia: da una parte quel pane, pane più non è perché diventa Corpo di Cristo, dall’altra il vino, vino più non è perché diventa Sangue di Cristo — questo è il primo miracolo —; e nel momento in cui l’assumiamo, noi entriamo in Comunione con Gesù. 

Se voi prendete una gocciolina del mio sangue e la bevete, voi non fate comunione con me: state solo assumendo una gocciolina del mio sangue che è sempre il mio sangue, ma questo non vi fa entrare in comunione con me. L’Eucarestia, invece, mi mette in comunione con Gesù: non è semplicemente l’assunzione del suo Corpo dato e del suo Sangue sparso — che è già un evento incredibile — ma in più mi unisce a Lui e questo, come mostrano gli esempi che vi ho fatto, non è scontato. 

L’Eucarestia è vita, mi unisce a Gesù e mi dona la Grazia dello Spirito Santo e questo bastava a rendere i discepoli e gli apostoli forti contro il mondo che Lo odiava. Quando io mi accosto all’Eucarestia c’è proprio un’effusione, si realizza la Comunione più radicale e più totale che io possa fare con Dio. E questo è ciò che mi serve per vincere la difficoltà legata alla sequela e al combattimento contro il mondo che odia Gesù di cui san Giovanni parla spesso nel suo Vangelo.

Noi non siamo in condizioni diverse dagli Apostoli, poiché se essi subirono l’urto del mondo pagano, noi subiamo quello del mondo moderno, apostata e neo-pagano, immensamente più perverso. 

Don Dolindo dice che la nostra condizione non cambia molto: c’è ancora più perversione nel nostro mondo…

Dobbiamo attingere la forza dalla Santissima Eucaristia, e implorare la grazia e i doni dello Spirito Santo. 

Vedete quanto è possibile trafficare i doni che abbiamo proprio in grazia della forza che ci viene dalla Eucarestia e dei doni che ci vengono dallo Spirito Santo.

Se vogliamo veramente vincere, siamo uniti a Gesù come i tralci alla vite e facciamo rifluire in noi il suo Sangue divino; siamo uniti in un solo corpo nella vera carità e mostriamoci intransigentemente fedeli alla dottrina e ai comandi di Gesù Cristo. 

Mi sembrano parole molto chiare…

Dobbiamo serrare le nostre fila, evitare ogni divisione ed essere tutti compatti contro il male che avanza e dilaga come un torrente impetuoso. Non possiamo e non dobbiamo offrire nessun punto debole al nemico, e tanto meno offrire quelle malaugurate divisioni, gelosie e partiti che si mettono praticamente a servizio del male.

Purtroppo, un’esperienza che noi, non di rado, facciamo come discepoli di Gesù e comunità di discepoli di Gesù è quella di offrire divisioni: al nemico non offriamo un fronte compatto, ma spesso offriamo le divisioni, segnate, motivate e suscitate dalle gelosie. E questo è un punto debole, è un aspetto fragilissimo: gelosie, partiti che si mettono insieme, gruppi di persone che si distaccano. Nella storia della Chiesa c’è sempre stato questo problema e don Dolindo dice: “State attenti! questo, di fatto, è un indebolimento delle schiere del Signore”.

Dobbiamo essere uniti come una sola famiglia alla Mensa dell’amore, e dobbiamo essere vivificati dal medesimo Spirito d’infinito Amore che ci faccia essere testimonianze vive di Gesù Cristo in mezzo alle tenebre del mondo apostata. 

Ricordate? Ut unum sint, la preghiera sacerdotale di Gesù: “Affinché siano una cosa sola”.

La nostra sapienza non può essere quell’umana meschinissima luce che indaga le cose terrene col misero barlume cecuziente della ragione, ma dev’essere la sapienza dello Spirito Santo che ci fa conoscere e scrutare le stesse Verità.

La nostra ragione ha bisogno di essere costantemente illuminata dallo Spirito Santo: abbiamo bisogno sempre del dono dell’intelletto, della sapienza, della scienza.

Il nostro intelletto non dev’essere acume di ragione, ma acume di fede; il nostro consiglio non dev’essere prudenza della carne, ma luce dello Spirito Santo. La nostra fortezza non dev’essere irruenza di audacia, ma eroismo d’immolazione; la nostra scienza deve sollevarci dalle condizioni terrene alle eterne, coordinando tutto alla gloria di Dio. La nostra pietà dev’essere amore che conversa col Signore, temendo il suo Nome con profonda umiltà e confidando nella sua bontà con pieno abbandono. È questo lo spirito cristiano che deve animarci e che dobbiamo attingere dalla vita eucaristica di Gesù Cristo e dall’effusione dello Spirito Santo; è questo lo spirito soprannaturale col quale dobbiamo affrontare il mondo che è stoltezza, tenebre, malignità, viltà estrema di opportunismo, effimera confusione di cognizioni senza nesso e senza scopo, crudeltà, empietà e tracotanza. Non dobbiamo cedere al mondo né credere trascendenti i suoi miseri progressi, che sembrano cose altissime e sono come i paracadutisti che in guerra vengono dall’alto unicamente per disseminare la morte, sembrano quasi angeli volanti e sono demoni di distruzione. Il mondo ha i suoi voli, ma sono voli d’interdizione che seminano il cammino di insidie e fanno scendere dalle sue altezze il gas che asfissia e la bomba che rovina. Siamo cristiani integri e totalitari, siamolo oggi più che mai, oggi che spesso vengono anche nelle nostre fila i bombardieri distruttori della verità in uniforme di cattolici e i nemici della fede in veste di religiosità vana, misera idolatria dell’orgoglio e dei sensi.

Che dirvi? Mi sembra che ci sia solo da riflettere e meditare: queste parole sono tanto chiare e vere; sono sotto lo sguardo di tutti noi e della nostra esperienza… Essi dicono quanto la verità, la fede vengano e essere minate proprio da noi che dovremmo invece accrescerle, difenderle e diffonderle. Quanto l’orgoglio e i sensi mal ordinati, mal gestiti, male educati vengono a costituire un intralcio, un ostacolo all’essere cristiani tutti di un pezzo, che non vuol dire “supereroi”. Totalitari, qui, vuol dire proprio persone non schizofreniche. Persone che fanno, come tutti, esperienza della loro miseria, della fatica — come dicevamo all’inizio — della paura di mettersi a trafficare il loro dono in questo mondo periglioso, però rimangono dedicati, pur in mezzo a tutte le fatiche, sono cristiani tutti di un pezzo. Magari poi non riescono sempre, non riescono bene, però mettono anima e corpo nel seguire il Signore, sanno che quella è la strada, che la vogliono percorrere e la amano. Poi cadono e si rialzano, si rialzano e cadono — esiste il Sacramento della Riconciliazione per questo; esiste la Santa Eucarestia per questo —, però sanno che quella è la meta e quella è la via. Punto. Fine delle discussioni. Non è che si mettono a buttare fango, a seminare nuvole, a nascondere il sole e a gettare nebbia dove dovrebbe esserci un cielo terso. No… chiamano le cose con il loro nome, non cercano di far diventare una montagna un lago, perché una montagna è una montagna: insegnano a scalarla e non a girarci intorno, se no non ci si sale più… e poi basta, vanno avanti.

Ecco, allora, ringraziamo don Dolindo per questi giorni che ci ha regalato e in cui abbiamo imparato qualcosa in più sulla unità alla vite, sulla bellezza di essere tralci, sull’essere potati e sul portare frutto: approfondimento ulteriore sull’Eucarestia.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.

Amen.

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.

Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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