Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo, parte 4

Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di un ciclo di meditazioni sul testo “Commento al Vangelo di S. Giovanni” di don Dolindo Ruotolo di martedì 23 agosto 2022

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Mt 23, 23-26)

In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione

Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo, parte 4

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a martedì 23 agosto 2022. Oggi festeggiamo santa Rosa da Lima, vergine.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo ventitreesimo del Vangelo di san Matteo, versetti 23-26.

E proprio perché vogliamo ascoltare questa parola di Gesù che ci invita a pulire l’interno, a guardare dentro di noi, a imparare a fare degli esami di coscienza seri: ogni giorno dobbiamo vedere in che cosa dentro di noi non siamo conformi all’amicizia con Gesù, che cosa in termini di delicatezza manchi nei confronti di Gesù, che cosa non corrisponda allo stile di Gesù, ecco, per questo continuiamo la nostra meditazione al commento di don Dolindo Ruotolo al Nuovo Testamento, in particolare a Gv,15. Scrive: 

L’Eucaristia è Sacramento d’amore a Dio nel sacrificio e nella dedizione dell’anima alla divina Volontà ed è Sacramento di amore al prossimo nella carità che s’immola e si dona per amore 

Quindi l’Eucarestia è un sacramento proprio fatto, pensato, donato, costituito tutto interamente dall’amore che si vuole dare a Dio attraverso il compimento preciso della sua volontà, ed è un sacramento di amore al prossimo verso il quale noi siamo chiamati a donarci e immolarci sempre per amore di Dio. 

Prosegue Don Dolindo:

Dobbiamo amarci come Gesù ci ha amati. Egli ci ha dato il massimo segno d’amore, immolando per noi la sua vita e donandola interamente nella Santissima Eucaristia, e noi dobbiamo essere disposti anche al supremo eroismo della carità e donarci alle anime come aiuto, sostegno, consolazione e sollievo morale.

Quindi come dobbiamo amarci? Come Gesù ci ha amati.

Non “amarci tanto”, “amarci bene”, no. 

Come Gesù ci ha amati. 

Questo è il nostro “stampino” e Lui con l’Eucarestia ci ha dato il segno massimo dell’amore; si è immolato e donato totalmente nella Eucarestia, dunque anche noi dobbiamo essere disposti, pronti, preparati, desiderosi di vivere la carità fino all’eroismo e di donarci alle persone come aiuto, sostegno, sollievo, consolazione, come tutto.

Attraverso gli atti dell’amore fraterno dobbiamo donare noi stessi, quasi in un’Eucaristia di carità. 

Io devo diventare progressivamente in tutto ciò che sono e faccio una Eucarestia di carità: questo e l’eroismo della carità.

Non bastano gli atti esterni né basta un soccorso dato freddamente, quasi fosse come una tassa…

Questo è un concetto complesso da vivere e, ancor prima, da capire veramente: noi pensiamo che “essere persone di carità” voglia dire “fare, fare le cose”, aiutare concretamente qualcuno, esserci per qualcun altro, insomma, dare soccorso. 

Si allaga il bagno? Aiutare a asciugare l’acqua. Uno cade per terra? Io lo aiuto a rialzarsi. Uno ha un incidente in auto? Io mi fermo a aiutarlo. 

Queste sono delle manifestazioni molto pratiche della carità, ma la carità non è queste cose: si manifesta attraverso queste cose, ma non è queste cose che, in realtà, possono essere fatte anche per ragioni molto diverse della carità, e quindi non basta farle per dire di essere nella carità. 

Ad esempio, io dò aiuto a quella persona cui si è allagato il bagno perché, se no, il problema diventa anche mio che abito al piano di sotto e potrei avere delle infiltrazioni. Capite? Questo non è un atto di carità… Aiuto una persona che cade a terra perché spero in una ricompensa; riporto un portafoglio che hanno rubato a una persona e mi auguro che mi dia una ricompensa; aiuto una persona nella speranza che poi si ricordi di quanto io ho fatto per lei. Stesso gesto con un cuore diverso: non basta fare certe cose per essere persone di carità. 

Questi atti esterni non sono sufficienti perché io mi possa illudere che, facendoli, io stia facendo carità e che io sia una persona di carità. No. E non basta neanche un soccorso dato freddamente: “Va beh, lo devo fare, lo faccio. Sono tre mesi che mia moglie mi dice che quella tal lampadina si e bruciata e adesso, pur di non sentirla più dirmelo, la sistemo.” E come lo fai? Con freddezza! 

Ci sono volte nelle quali noi facciamo dei gesti di carità con un cuore di ghiaccio, perché non li vogliamo fare, ci pesa, non abbiamo voglia, perché è un disturbo, un intralcio ai nostri programmi, perché vorremmo fare altro. E allora, siccome non abbiamo il coraggio di dire “no”, perché sarebbe veramente brutto, soprattutto in certe situazioni, allora diciamo “ni”, che vuol dire: no con il cuore, ma sì con le mani. E allora lo faccio con il cuore altrove. 

Una carità fredda è una contraddizione, non esiste, non può esistere, perché la carità o è bollente, ardente, oppure non è carità. 

Non è facile compiere atti di carità, togliamoci dalla testa che sia facile: noi contemporanei pensiamo che compiere atti di carità sia facile, mettersi lì e fare un atto di carità… atti esterni di carità li possiamo fare tutti, ma poi bisogna vedere se siano veramente atti di carità.

Occorre dare: negli atti di condiscendenza, il nostro pensiero e il nostro giudizio, negli atti di bontà, il nostro cuore; negli atti di compatimento, la nostra sensibilità; negli atti di solidarietà, i nostri interessi; negli atti di beneficenza, il frutto della nostra vita di lavoro

Vedete? Don Dolindo ci dice che questa è la vera carità. 

Negli atti di compatimento… ad esempio, io sto compatendo qualcuno perché gli è morta una persona cara, oppure è in in difficile situazione fisica, ma non basta compatire: devo offrire la mia sensibilità e l’altro lo sente. Se io faccio atti di bontà, io devo dare il mio cuore: non fasta ‘fare un atto buono’… lì ci deve essere tutto il mio cuore, devo dare tutto il mio interesse. Quindi devo essere disposto a perdere, per esempio, il mio tempo e via di seguito. 

Don Dolindo dice che occorre dare.. 

sempre per Dio, solo per Dio, perché dalle creature non dobbiamo attenderci nulla, neppure il riconoscimento del beneficio.

Come è difficile dare agli altri sempre e solo per Dio. 

Noi siamo come i vigili al posto di blocco: mettono la telecamera all’inizio della via e dopo cento metri ti trovi la Volante che ti ferma e ha misurato la velocità. Noi, all’inizio della via compiamo l’atto di carità, poi fingiamo di non esserci, ci nascondiamo a cento metri, ci diamo un tempo e poi… tac! Scatta la multa: se entro quel lasso di tempo non sono arrivati il riconoscimento e la gratitudine, ecco che noi fermiamo l’auto. Noi stiamo lì a segnarci gli atti di che riceviamo e infatti diciamo: “Non mi ha neanche detto grazie!” 

La cosa è umanamente giusta: se tu hai fatto una cortesia a una persona… almeno un “grazie”! Non è sbagliato, è giusto, però quello non è un atto di carità. 

Dobbiamo un po’ capire dove ci collochiamo: se vogliamo fare un atto di carità, dobbiamo ricordare che esso va fatto solo per Dio e verso Dio e dobbiamo mettere da subito in conto di non aspettarci nulla in cambio. Se, invece, vogliamo fare un atto di gentilezza e cortesia, un atto filantropico… allora nessun problema: è giusto e doveroso che tu ti attenda un atto di riconoscimento. 

Diverso è il caso di Gesù, perché, certo, a qualcuno verrà in mente il passo della Scrittura in cui si parla della guarigione dei dieci lebbrosi dopo la quale torna indietro uno solo per rendere gloria a Dio e Gesù dice: “Non si è trovato nessuno che sia tornato per rendere gloria a Dio?” Gesù non pretendeva che tornassero a dire “grazie” a Lui in quanto guaritore, in quanto uomo, taumaturgo: la gratitudine che Gesù attendeva era quella rivolta a Dio. 

È diverso perché noi esigiamo una gratitudine rivolta a noi: “Grazie perché mi hai aiutato a sparecchiare la tavola, a rifare il letto, a preparare la valigia, a portare lo zaino in montagna, a portare l’ombrellone in spiaggia, a fare la pastasciutta” e via di seguito… Noi umanamente ci aspettiamo questo “grazie”. Se, invece, vogliamo fare atti di carità, stiamo aspettando la cosa sbagliata. Dobbiamo rifuggire da questa pretesa e sperare che la tal persona si dimentichi, per sperare di aver fatto solo e sempre per Dio quell’atto. 

La carità è il vero e l’unico segreto dell’uguaglianza e della fraternità umana, poiché nell’atto in cui si espande e si esercita considera il prossimo come amico, come fratello, come parte della propria famiglia e lo ama. 

Che bello! Se noi vogliamo far vivere l’uguaglianza, la vera fraternità tra le persone, dobbiamo vivere questa carità e l’altro si sentirà un amico, un fratello, parte di una famiglia, si sentirà amato.

La carità non guarda il fratello dall’alto in basso, come un disgraziato ridotto in uno stato inferiore, ma diremmo dal basso in alto, come si guarda Gesù in croce sul Calvario.

Come è difficile vivere la carità, essere persone caritatevoli.

Quando aiutiamo qualcuno, noi lo guardiamo sempre un po’ dall’alto al basso, lo trattiamo sempre un po’ come se fosse un “mancante”… è così… infatti noi non viviamo la carità, crediamo di vivere la carità, perché stiamo aiutando le persone, ma non stiamo vivendo la carità: stiamo vivendo la filantropia. 

E, invece, noi dovremmo guardare colui che aiutiamo come si guarda Gesù al Calvario: dal basso in alto, perché chi ha bisogno in quel momento è un crocifisso… crocifisso dalla sua miseria, dal suo peccato, dalla sua debolezza, incapacità, età, malattia. Vado a trovare qualcuno per toglierlo dalla sua solitudine e lo faccio come chi fa una elemosina, dall’alto al basso. Invece, dovremmo fare tutto il contrario! Quante mamme, nonne, quanti genitori, amici, fratello, quante persone abbandonate nella solitudine e, quando si va a fare una visita dall’alto al basso, si fa come colui che getta una monetina d’argento.

La visita dal sofferente è per il vero cristiano come la visita di Gesù, e se ne crede onorato, lo accoglie come Gesù, lo tratta come Gesù, lo solleva come avrebbe voluto sollevare Gesù sul Calvario e s’intenerisce per le sue pene

Ditemi quanto siamo lontani dalla carità: chissà se visitiamo i sofferenti come se stessimo visitando Gesù? Li trattiamo, li accogliamo, li solleviamo come fossero Gesù? Proviamo pena per le loro sofferenze fisiche o spirituali? 

Domani vedremo la carità spirituale, perché qui abbiamo visto di più la carità materiale. Vi dico che sarà dura: vedremo le parole di don Dolindo… Ormai, da anni, quando leggo queste pagine, tengo aperto il mio taccuino delle confessioni perché, a mano a mano che le leggo, mi vengono in mente tante strutture di peccato che mi porto dentro, tante abitudini di peccato che mi porto dentro, tante illusioni, tanti fraintendimenti, tante cose sbagliate. Questi testi ci fanno molto bene: ci fanno vedere chiaramente chi siamo, dove siamo e ci invitano e invogliano a diventare persone migliori, a rinnegare il nostro male, a metterlo dentro la fornace ardente del Cuore di Gesù — che è il confessionale, è il perdono nel Sacramento della Confessione — e a chiedergli così la grazia di essere persone nuove. Vedendo chi siamo, con Gesù possiamo costruire chi saremo.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.

Amen.

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.

Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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