Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo, parte 2

Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo

Meditazione

Pubblichiamo l’audio di un ciclo di meditazioni sul testo “Commento al Vangelo di S. Giovanni” di don Dolindo Ruotolo di domenica 21 agosto 2022

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Lc 13, 22-30)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”.

Testo della meditazione

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Commento al Vangelo di S. Giovanni, di don Dolindo Ruotolo, parte 2

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a domenica 21 agosto 2022.

Oggi ricordiamo san Pio X, papa.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo tredicesimo del Vangelo di san Luca, versetti 22-30.

Già al tempo di Gesù ci si poneva la domanda: “Sono pochi quelli che si salvano?” e la risposta di Gesù è chiara: non c’è bisogno che io la commenti, perché penso che anche un bambino di terza elementare abbia tutti gli strumenti per poter capire questa risposta così sintetica di Gesù. 

Quindi cerchiamo di non essere tra coloro che cercano di entrare, ma non riescono e rimangono fuori. 

Qui si parla di un tentativo forte che fallisce; si parla di molti che non ci riescono; si parla di case e di porte che vengono chiuse e di gente che resta fuori, bussa, supplica, e si parla di allontanamento, di non conoscenza, “non so di dove siete”. 

Poi si parla di pianto e di stridore di denti, di gente cacciata fuori — ricordate che nei giorni precedenti abbiamo già trattato questo tema del “cacciati fuori”. 

Quindi, per chi vuole capire, mi sembra tutto molto chiaro; poi, certo, bisogna viverlo, essere così amanti della verità da prendere queste parole e portarle nella nostra vita, farle diventare nostra vita e avere un rapporto sincero e vero con Gesù. 

Ed è per questo che stiamo affrontando la esegesi del capitolo quindicesimo del Vangelo di san Giovanni fatta da don Dolindo Ruotolo. 

Scrive Don Dolindo:

Gesù, rivolto agli Apostoli, disse che essi erano già mondi per la parola che aveva loro annunciato, perché i loro pensieri e la loro anima per quella parola di vita erano orientati a Dio. 

L’essere mondi, puri, l’essere purificati significa avere i pensieri e l’anima totalmente rivolti a Gesù.

Tutto ciò che nell’antica Legge era simbolico e transitorio, era in loro già illuminato dalla realtà, e tutto quello che di arbitrario vi avevano frammischiato gli scribi e i farisei era stato illuminato, in loro, dalla luce della verità. Nel loro spirito Egli aveva come piantato il seme della carità e dell’universalità, di modo che non erano più isolati nella cerchia ristretta di una stirpe o di una nazione né erano presi dal disprezzo verso gli altri e dall’aborrimento verso i peccatori. 

Quando noi disprezziamo qualcuno, per quanto brutto o sbagliato possa essere ciò che ha fatto, siamo sempre fuori dalla carità; il disprezzo non è mai segno dello Spirito di carità, del Consolatore di cui parla Gesù. Noi possiamo essere contrari, dissentire, possiamo dire che quella tal cosa o quella tal azione non ci sembrano buone, ma il disprezzo è una cosa brutta: non c’è una ragione per disprezzare qualcuno. Dobbiamo tenere lontano il disprezzo dalla nostra vita.

Aveva dato loro il nuovo precetto della carità perché avessero amato tutti e li aveva designati ad un apostolato universale, per conquistare al suo Cuore tutto il mondo. Benché conservassero ancora le loro idee e le loro debolezze, la sua parola aveva determinato nell’anima loro un mutamento radicale che avrebbe portato il suo frutto, come lo porta un tralcio potato, al primo tepore della primavera. 

Noi non abbiamo più la sana abitudine di contemplare un po’ la natura; se la contemplassimo un po’ di più, faremmo meno sbagli, saremmo più realistici. 

Mi spiego: quando ci avviciniamo al Signore, noi pretendiamo da noi stessi, e soprattutto dagli altri, che ci sia un cambiamento della persona a 360 gradi, che siamo subito pronti a morire martiri, a cambiare subito idee, gusti, stili di vita, modi, a diventare radicalissimi, coerentissimi, precisissimi, rigorosissimi, santi, anzi di più che santi, se si potesse. 

Ma la natura ci insegna che questo non è possibile, non sta nell’ordine delle cose: la natura ci insegna che, quando si pota un tralcio, il giorno dopo questo tralcio non ha fatto un grappolo d’uva, non ha fatto neanche un rametto, una fogliolina, l’unica cosa che fa è piangere una linfa biancastra. Questo fa. Basta… Ci vorrà un anno perché faccia qualcosa, cominciando da una fogliolina, un rametto, poi un fiorellino e poi un grappolo. Addirittura, il ramo potato non produrrà nulla di suo: sarà quello che nascerà da lui a portare frutto. Viene tagliato a dieci, venti centimetri e poi da lì, nelle cosiddette gemme ascellari, nasceranno altri rametti e da nascerà il frutto. 

Questo ci insegna la natura: niente avviene il giorno dopo e niente avviene come tu credi. Addirittura, vi stavo dicendo, ci sono potature a volte così radicali che l’anno dopo la pianta non produce quasi niente perché ci vuole tempo; ci sono potature, pure necessarie, dopo le quali, passato un anno, non si vedono che pochi rametti. Per la fruttificazione delle piante ci sono quelli che si chiamano anno di carico e anno di scarico; ho una bellissima pianta che un anno mi ha prodotto 20 chili di cachi e l’anno dopo ne ha prodotti cinque: questo è il ciclo della natura. Noi, invece, diciamo che se oggi abbiamo prodotto dieci frutti, domani ne dobbiamo produrre venti, ma questo non è secondo l’ordine delle cose, perché a un anno di carico può seguire un anno di scarico, indipendentemente da quanto si lavora. Produrre frutti è faticoso, esaurisce la pianta e poi ci vuole un tempo di recupero per poi produrne ancora di più. 

Quanta sapienza c’è nella natura e, allora, don Dolindo sapientemente dice che loro, illuminati da Gesù e mondati dalla sua Parola, conservano le loro idee e le loro debolezze… È tanto brutto pretendere negli altri la perfezione: mi fido di te, tanto quanto sei più forte, più bravo, più santo di me. Ma questo e sbagliato. 

Quello che emerge dalla scrittura non è questo: loro, che Gesù definisce ‘essere mondati’, lo sono in virtù della Parola di Gesù, di averlo ascoltato, di essere stati amici di Gesù, non in virtù della loro corrispondenza, ma del loro ‘stare’. 

Un giorno mi piacerebbe fare un ciclo di catechesi sulla differenza esistente tra ‘produrre’/‘fare’ e ‘stare’: c’è un abisso. A me sembra che Gesù cerchi che noi “stiamo”; poi il frutto verrà a suo tempo, ma è fondamentale che il tralcio rimanga attaccato alla vite. 

Gesù dice: “Rimanete in me”, non dice: “Fate frutto, fate frutto, fate frutto!”. 

“Rimanete in me”; “Restate in me”; “Chi non raccoglie con me disperde”; “Senza di me non potete fare nulla”; “Invano veglia il custode”; “Tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”; “Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori”. Capite? 

E allora don Dolindo dice che loro conservano le loro idee e anche lo loro debolezze, ma la Parola di Gesù ormai era stata seminata e ormai aveva iniziato un cambiamento radicale, come lievito messo nella pasta a fermentare. 

C’è una pratica che mi hanno spiegato — a me non piace assolutamente e non mi piacerà mai — fare il pane o la pizza, ad esempio per la cena della domenica, impastando il sabato, facendo un po’ lievitare e poi mettendo in frigo a riposare per toglierla e stenderla il giorno dopo. 

Io ricordo quanto è stata bella l’esperienza dell’impastare una bella pagnottina — fatela fare ai bambini — metterla in una ciotola al buio a lievitare in un posto chiuso e arieggiato; poi vederla crescere soffice e diventare gonfia… come mai? Sono i lieviti e i fermenti! Poi se ne fanno tante altre piccole pagnotte per poi preparare la pizza, mettendola nel forno per poi gustarla soffice e gustosa. Che manna, sembra un miracolo vederla!

Ecco, adesso hanno inventato questa procedura terrificante di metterla nel frigo, che è tutto il contrario di quello che facevano le nostre nonne che, se anche avevano il frigo, non lo usavano, perché l’impasto deve stare al caldo ed essere scaldato dalle mani… Adesso, invece, tirano fuori questo ammasso da “terapia intensiva” di fermenti che sono lì tutti “intubati”, questa pasta “bloccata”, questi fermenti inebetiti, narcotizzati dal freddo e… ci fanno la pizza! Oh, Cielo! No! 

La natura non ci insegna a vivere così: seguiamo l’ordine delle cose. È bello il tempo dell’attesa, della pasta che fermenta che, appena fatta, non si vede niente… eppure la Parola di Dio lavora nel cuore dei discepoli esattamente come i fermenti nella pasta: la gonfiano, la lavorano. Tu devi solo mischiare. 

“Padre, che cosa devo fare per convertirmi, per cambiare, per essere una persona diversa, per non fare sempre le stesse cose?” 

E io rispondo sempre a tutti: “Stai! Pieno della Parola di Dio, degli scritti dei Santi, stai davanti al Tabernacolo: Gesù è il tuo sole, l’Eucarestia è il tuo calore, la tua madia che ti contiene, la tua casa dove tutto fermenta, lievita, lavora e tu non vedi niente, tu non sai niente: semplicemente stai lì e Gesù, che è il fermento per eccellenza, lentamente ti cambia senza che tu sappia come, quando o perché. Nel rispetto dei tuoi tempi, del tuo cammino, della tua libertà, del tuo amore: ti cambia a suo tempo e al primo tepore di primavera ecco che arrivano i germogli. 

Qualcuno, a volte, si lamenta: “Quella persona che va sempre in chiesa, fa questo e fa quello, non è mai cambiata!” 

Per lei non è ancora arrivato il tempo di primavera, ma dentro, stai pur certo, la Parola di Dio la sta già cambiando, sta già portando un mutamento radicale. 

Non bastava questo, però, per portare il frutto che Egli voleva dal loro apostolato e dalla loro anima. Essi dovevano rimanere in Lui e accoglierlo in loro…

Tutto questo, però, è possibile solo se si sta fermi, come il tralcio che non fa nulla se non in primavera. Essi dovevano rimanere in Lui, accoglierlo in loro, perché? Perché… 

… dovevano attingere la sua vita e cedere la propria. 

Noi siamo chiamati a rinnegare la nostra vita per accogliere la vita di Gesù. In Gesù noi troviamo tutto ciò che ci serve. 

Dovevano essere come tralci uniti alla vite feconda, poiché senza di Lui nulla di buono o di utile per la Vita eterna potevano fare. Evidentemente, Gesù parlava dell’unione eucaristica di Lui negli Apostoli e degli Apostoli in Lui. 

Vedete? I conti tornano sempre, per chi li vuol far tornare. Ecco perché vi ho parlato del Tabernacolo fino a trenta secondi fa: Gesù sta parlando dell’unione eucaristica.

Lo stesso paragone della vite e dei tralci vi aveva relazione, poiché Egli aveva loro dato, sotto le specie del vino, il suo medesimo Sangue, quasi vite divina che aveva donato il suo grappolo d’uva e il vino generoso che corrobora le forze. È impossibile portare un vero frutto di opere buone e di apostolato senza unirsi a Gesù Sacramentato e senza vivere di Lui e per Lui. 

Guardate che questo è incontrovertibile: se vuoi portare frutti di opere buone e di apostolato, devi essere unito a Gesù sacramentato, come diceva anche san Pier Giuliano Eymard; devi vivere in Gesù e per Gesù e questo avviene solo nell’unione eucaristica, solo in una vita eucaristica.

È questo il grande segreto della santità personale e dell’evangelizzazione del mondo.

Diventi santo, evangelizzi il mondo e diventi missionario solo nella misura in cui tu sei unito a Gesù sacramentato, vivi di Gesù e per Gesù.

Ma, per attingere la vita dall’Eucaristia, non basta semplicemente riceverla: occorre rimanere in Gesù, donandosi a Lui, e farlo rimanere nel proprio cuore, accogliendolo come Re dell’anima. 

Solo così tu attingi la vita dalla Eucarestia, non semplicemente facendo la Comunione, ma facendo — come abbiamo già visto — una vera Comunione Spirituale. Se fai la Comunione sacramentale e non fai una vera Comunione spirituale con Gesù, tu non stai attingendo nessuna vita dalla Eucarestia. Devi far rimanere Gesù nel tuo cuore, farlo rimanere con Re della tua vita donandoti a Lui.

Ora, non si può rimanere in Gesù senza donarsi né lo si può accogliere senza lasciargli la piena libertà di operare in noi secondo i fini ineffabili del suo amore. 

Che parole abbiamo letto! Se solo riflettessimo su queste parole, e su quelle che vi leggerò tra poco, dovremmo andare davanti al Tabernacolo, vivere e morire lì. Dire: “Signore, pensaci Tu, se no io non riesco, non combino niente”. Sentite ora che cosa scrive Don Dolindo:

Chi si comunica senza rinunciare a se stesso, ai suoi pensieri, alle sue idee, al mondo, allo spirito mondano e a tutto ciò che lo attrae alla terra rimane un tralcio sterile, è gettato via, inaridisce ed è buono solo per il fuoco eterno.

Il Vangelo della Santa Messa di oggi è esattamente questo: è un altro brano della Scrittura, ma dice la stessa cosa. Se io non rinuncio a me stesso, alle mie idee, ai miei pensieri, allo spirito mondano e alla terra, io rimango un tralcio sterile. 

Mi è capitata non molto tempo fa una telefonata di questo genere: due persone amiche che, a un certo punto si distanziano, si allontanano: la loro amicizia si incrina. Allora, io chiamo una delle due persone e chiedo: “Perché buttare via un’amicizia, questo dono? Ma è possibile che non si trovi una soluzione? Siete due persone cristiane, andate entrambe alla Messa, dite il Rosario, fate l’Adorazione, la Comunione tutti i giorni… come è possibile che due persone cristiane non possano trovare una soluzione?” 

— “No, perché qui, perché là, perché Tizio ha fatto, Caio ha detto… io credevo che fosse, e invece non è… ha fatto questo, ha fatto quello…” 

E allora io rispondo: “Io, se fossi in lei, lascerei perdere tutte queste cose, non tocca a noi giudicare le persone, e poi, chi di noi è così santo, giusto, perfetto? Io lascerei perdere tutto e mi concentrerei su questa bella amicizia, su ciò che vi unisce, che e Gesù, e cercherei di recuperare e di trovare una soluzione, perché c’è sempre una soluzione”. 

Risposta: “Eh, no! Lei avrà anche ragione, ma io in coscienza sento che…”. 

Ho detto: “Va bene, basta: mi arrendo. Saluti e baci”. 

Rinunciare alle nostre idee, ai nostri pensieri… è più facile che un miliardario doni tutto il suo conto in banca ai poveri, piuttosto che un cristiano rinunci alle sue idee e ai suoi pensieri. Le nostre idee, i nostri pensieri sono il nostro “tesssoro”, direbbe Gollum del Signore degli Anelli… “Il mio tesssoro!”… E così Gollum viene corroso, imbruttito, animalizzato dall’ossessione del suo tesoro, l’anello! “Il mio tesssoro”. Quello siamo noi quando non vogliamo rinnegare le nostre idee, i nostri pensieri, le nostre ragioni e non vogliamo prendere le nostre pseudo-verità e crocifiggerle per il bene supremo della carità! Noi ci trasformiamo in Gollum! 

Chi non ha visto “Il Signore degli Anelli” lo deve vedere, un film bellissimo. Anche il romanzo è molto bello, ma è molto lungo. Quest’estate, visto che avrete un po’ di tempo, andate a vedere la saga del Signore degli Anelli: guardate tutta la parabola esistenziale di Gollum e come l’anello lo abbia distrutto… non dico altro per non rovinare il finale a chi non ha ancora visto il film. L’anello lo corrompe, corrode e consuma… 

Non c’è spazio per niente e per nessuno, se noi non rinneghiamo i nostri pensieri e le nostre idee in funzione di Gesù, di tutto ciò che Gesù ha detto nel Vangelo: se tuo fratello ti offende, tu perdonalo; se il tuo nemico ti chiede di fare un miglio con lui, tu fanne due; se ti dà una sberla, tu porgi anche l’altra guancia; il Padre mio che è nei Cieli fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, piovere sui giusti e sugli ingiusti… 

Alle volte, quando vedo il sorgere del sole, bellissimo, o il suo tramonto, oppure quando vedo la pioggia che mi piace tantissimo o sento il vento che mi richiama tante cose, guardo tutto questo e dico: “Pensa: oggi, Gesù, hai deciso di far sorgere questo sole anche per me che non lo merito assolutamente; oggi hai deciso di farmi contemplare questo tramonto e non lo merito…”, lo sto vedendo e contemplando perché qualcuno sulla faccia della Terra lo sta meritando, ci sono dei buoni, ci sono delle persone buone e veramente innamorate di Gesù: per loro è questo tramonto e questo sorgere del sole. Io godo di riflesso di questo dono e dico: “Ma pensa: nonostante io non meriti di gustare di questo vento e di questa pioggia, di questa brezza, Dio Padre la sta donando anche a me. E io che cosa dono a coloro che conosco e che, a mio giudizio, non meritano il mio amore, il mio tempo, la mia attenzione e via di seguito? Sto imitando Dio Padre, o no?”.

Fermiamoci qui. E domani andremo avanti con don Dolindo che ci dirà delle cose strepitosissime, però non ve le anticipo. Va beh, vi dico solo questo:

Per questo, Gesù, dopo aver parlato dell’unione eucaristica con Lui, parla della necessità di …

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.

Amen.

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.

Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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