Catechesi di lunedì 21 maggio 2018
Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita”
Relatore: p. Giorgio Maria Faré
Ascolta la registrazione della catechesi:
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Brani commentati durante la catechesi:
Dal diario di Cleonice Morcaldi, figlia spirituale di S. Pio da Pietrelcina
Testo della catechesi
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Bentrovati a tutti e benvenuti. Questa sera faremo una catechesi un po’ diversa dal solito, perché ci concentreremo su alcuni aspetti inerenti al tema della fede che stiamo trattando. Abbiamo visto il tema della fede all’interno della Sacra Scrittura in diversi libri: Ester piuttosto che in Saul piuttosto che in Giuseppe e avanti per tutto l’anno. Verso il termine di questo anno vorrei soffermarmi “un secondo” — oserei dire — sulla struttura della fede, perché se è vero ed è utile ed è importante far riferimento a delle figure della Scrittura che ci insegnano che cosa vuol dire avere fede (abbiamo visto il popolo ebraico e quanta fatica ha fatto ad avere fede, cosa ha voluto dire per lui avere fede) è altrettanto vero che non dobbiamo dare per scontato di sapere quali sono i fondamenti perché si possa avere fede, che cosa è necessario che ci sia, perché si realizzi l’atto della fede. Perché sennò il rischio qual è? È che noi corriamo dietro a dei modelli, studiamo dei modelli che ci insegnano ad avere fede, dando per scontato che sappiamo avere fede, che possiamo avere fede e poi vengono fuori dei grandi pasticci. E subito quindi scatta la valutazione morale: “Sono sbagliato, sono un fallimento, sono un peccatore, non riesco ad avere fede, sono un incapace”. In realtà il discrimine per poter avere un vero atto di fede non lo possiamo collocare su un piano morale semplicemente e immediatamente ma lo dobbiamo collocare su un altro piano che stasera vedremo.
Per farvi capire l’importanza di quello che adesso vi dirò a livello teorico (essendo stasera una lezione un po’ più teorica del solito, ma che ogni tanto bisogna fare) vi voglio leggere praticamente due frasi che poi vi riveleranno il perché è importante questa teoria sulla fede.
Prendo un testo tratto dal diario di Cleonice Morcaldi, che vi ho citato già diverse volte; questa figlia spirituale di Padre Pio da Pietrelcina, la sua figlia prediletta, “il suo Giovanni”, così lui la definisce. Cleonice Morcaldi ha vissuto la sua vita accanto a Padre Pio, addirittura ha costruito una casa fuori dal convento, Padre Pio le ha detto come arredarla. Cleonice ha instaurato con Padre Pio un rapporto bellissimo, molto stretto, che ci è stato consegnato nel suo diario. Un testo veramente utile per il cammino di fede che ci svela la natura di questo bellissimo rapporto. Io, durante le catechesi, diverse volte vi ho citato questo testo e allora qualcuno di voi è andato a prendere il testo per poterselo gustare. E questa persona, che poi mi ha scritto, si è imbattuta in questo pezzo scritto da Cleonice:
In principio, durante la Messa, mi concentravo nella meditazione, abbassando la testa, ma il Padre mi disse:
«Perché durante la Messa abbassi la testa, mi fai vergognare. Sono forse un delinquente?».
Io non seppi rispondere nulla a questa inaspettata domanda, dissi solo che meditavo. E il Padre continuò:
«Non dice il Signore: Vi ho dato il modello, guardatelo, ascoltatelo?»
Qui Padre Pio fa riferimento a quando Dio Padre nel Vangelo dice: “Ecco il mio figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo”.
Non me lo feci ripetere, perché mio desiderio era guardare quelle estasi di dolore e di amore; non lo guardavo per timore di dargli fastidio. Fra me pensai: ha ragione di riprendermi il Padre. La Madonna, san Giovanni e le pie donne avranno di sicuro fissato le loro pupille sulla vittima divina. (Gesù)
Sì, la Vergine era immobile ai piedi della croce, ma con lo sguardo in alto, come canta la Chiesa… Anch’io voglio guardare, contemplare l’Agnello di Gesù, — quindi lei ha fatto già un ulteriore passaggio, sta parlando di Padre Pio adesso — mentre s’immola per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Se guardiamo da un punto di vista non teologico, ma lessicale, grammaticale, è chiara questa paginetta; queste dodici righe sono chiare in italiano, è chiaro per tutti. Adesso vi leggo invece due righe dell’e-mail che la persona che ha letto questo testo mi ha scritto. E dice così:
“Ho letto nel diario di Cleonice — attenti bene adesso — che Padre Pio le disse che durante la consacrazione si deve guardare e adorare il sacerdote che è vittima sul calvario, non abbassare la testa e perdersi in preghiere e richieste a Gesù che invece è quello che faccio io. Cioè, durante la consacrazione, si deve essere come Maria sotto la croce, con lo sguardo fisso su Gesù“.
Va tutto bene? No. Perché quello che è scritto in questa e-mail, non è quello che c’è scritto nel testo di Cleonice; sembra uguale, ma non è uguale. Padre Pio non ha mai detto che durante la consacrazione si deve guardare e adorare il sacerdote che è vittima sul calvario. Padre Pio ha detto: «Perché durante la Messa abbassi la testa, mi fai vergognare. Sono forse un delinquente?» e poi ha detto: “Fissate lo sguardo su di lui (su Gesù) che il Padre ci presenta come modello”.
Voi capite quanto è importante quello che adesso vi dirò in relazione proprio a questo fraintendimento: nella vita di fede se noi fraintendiamo vengono fuori dei pasticci che possono costarci carissimo. E non sto parlando di una valutazione morale, non sto dicendo che questa persona che mi ha scritto è cattiva, brava o intelligente o stupida; è una persona intelligente, come siamo intelligenti tutti, una persona colta, come siamo colti tutti, è una persona che ha una vita di fede come l’abbiamo tutti e che è sempre presente alle catechesi del lunedì. Eppure, guardate in quale inciampo è caduto. Addirittura, ha aggiunto parole che non esistono nel testo del Padre, ha messo in bocca a Padre Pio, e a Cleonice che scrive, cose che non sono scritte. Che, tra l’altro, se volessimo guardare oggettivamente la cosa, siamo all’eresia perché, “adorare” è solo per Dio. Se tu adori un uomo, tu sei un idolatra, e il peccato di idolatria è il più grave che ci sia. Neanche la Madonna si può adorare, solo Dio.
Questa persona che ha scritto non è un’eretica, è semplicemente una persona che sta imparando a vivere la vita cristiana; non ha una colpa maggiore della nostra, è uguale a noi. Questo per dire che stiamo toccando una questione veramente vitale, veramente grave, che riguarda la vita di ciascuno di noi, sempre, oggi, come quando staremo per morire. Allora, il tema qual è? Il tema è che nella vita di fede la prima cosa importante da coltivare perché ci possa essere fede è l’ascolto. Noi abbiamo troppa fretta di capire, troppa fretta di sapere, troppa fretta di decidere, troppa fretta che tutto sia chiaro. Ma nella vita di fede e nella vita umana di tutti i giorni, non è possibile questo, è irreale; non è come il telefono che io scrivo un messaggio e premo “invia”, non funziona così! Il fatto che io con questo telefono possa arrivare in Cina a scrivere e possa vedere immediatamente la notizia ultima che è stata pubblicata, questo non dice delle dimensioni della mia vita interiore: la vita di fede non funziona così, la vita umana non funziona così! Un bambino per nascere ha bisogno di nove mesi, sennò è un aborto, sennò è un prematuro. Con Dio non possiamo avere fretta.
L’ascolto è quella realtà per la quale io mi reputo un alunno che non sa niente. Guardate, vi dico con molta franchezza, di esami di teologia ne ho fatti tanti, ma veramente tanti, sette anni di studio, il baccellierato, la licenza in teologia fondamentale, la specializzazione: settantadue esami e due tesi. Alla fine di tutto questo, dopo un po’, guardandomi davanti al Signore mi son detto: “Ma possibile che sei così stupido! Possibile che non riesci a capire?”. Quanto è difficile cogliere le sfumature, le intenzioni, la volontà, il gusto di Dio! Quanto è difficile essere al suo passo, al passo che Lui vuole per noi! Noi crediamo di sapere tutto perché abbiamo letto quattro libri, capite? O perché ne abbiamo letti mille, ma noi non sappiamo niente! Il sapere su Dio non è una cosa che mi viene perché io ho studiato cinquemila libri o perché faccio dodici ore di preghiera, non è questo! Le cose che vi ho citato servono per incamminarsi sulla via di Dio, ma non possono farmi montare in superbia pensando che la mia testa sia chissà che cosa, pensando che nella mia coscienza io posso discernere il bene dal male “così”. Ci vuole umiltà nelle cose del Signore, ci vuole una grande umiltà, un grande sentirsi niente, ma non a parole, coi fatti. Occorre essere davanti a Dio come un povero stupido, che veramente invoca lo Spirito Santo perché dice: “Io non capisco niente!”. Ma chi di noi può dire di capire qualcosa di Dio? Chi di noi può dirsi esperto di Dio? Chi di noi può dire di conoscere le vie di Dio? Eppure, di libri ne abbiamo letti e studiati, e di preghiere ne facciamo! Ma quante volte sperimentiamo l’alterità di Dio rispetto a noi!
Ecco perché è fondamentale l’ascolto; noi dobbiamo metterci in questo atteggiamento di grande ascolto di Dio. Sempre, ogni volta che preghiamo: “Signore, io non so niente. E quello che ho capito ieri è un frammento di quello che dovrei capire; se non sei Tu che mi aiuti, che mi illumini, che mi conduci, io vivo nelle tenebre! Nelle tenebre della mia mente, dei miei pensieri gravati dalla materia, dei miei pensieri gravati dalla distrazione, dei miei pensieri gravati dai peccati della mia fragilità, dal mio interesse, dal mio egoismo. Ho bisogno che Tu illumini la mia mente!”
L’ascolto è fondamentale: se non c’è ascolto non ci può essere la fede, e ci deve essere sempre l’ascolto. E l’ascolto vuol dire anche l’ascolto del nostro cuore, l’ascolto di quello che noi portiamo nell’intimo della nostra anima.
Quando io consiglio di leggere il libro, per esempio, di Cleonice Morcaldi, di solito dico sempre: “Leggete il libro di Cleonice Morcaldi, però attenzione: voi non siete Cleonice e io non sono Padre Pio. Mettiamoci bene in chiaro le basi”. Perché uno legge il libro di Cleonice e gli parte l’embolo, parte subito di default e dice: “Ah, io sono Cleonice! Anch’io ho questi sentimenti di amore, di affetto, di devozione, di rispetto per quel sacerdote!”. E, immediatamente, parte l’embolo che uno si sente Cleonice e immediatamente l’altro deve essere Padre Pio, perché è un gioco di ruoli. Ecco, allora, se anche voi foste Cleonice, di sicuro io non sono Padre Pio.
Perché vi dico di leggere questo testo? Non perché uno si deve sentire Cleonice e l’altro Padre Pio, ma perché leggendolo che cosa devo raggiungere? Che cosa devo imparare? Non a fare il copione dell’uno e dell’altro ma a capire che è possibile vivere una dimensione di devozione, di affetto, di vicinanza a Padre Pio solo se sei Cleonice! Quindi è possibile solo dentro a quella realtà di purezza dall’origine; perché Cleonice è stata una persona che è vissuta in una castità perfetta (perfetta per quanto possibile ad una persona), ma una castità proprio bellissima, fin da quando era bambina. Ha conosciuto Padre Pio da giovanetta e Padre Pio l’ha condotta, piano piano in tutta la sua vita. Allora, se tu vivi dentro a quell’innocenza è possibile — non è obbligatorio — che fiorisca in te questa possibilità di vivere questa esperienza con Padre Pio. E questo perché è importante per noi? Perché ci fa capire che non dobbiamo mettere il male dove il male non c’è, ma dobbiamo vedere il male dove il male c’è. Dobbiamo essere umili e quindi dire: “Sì, Cleonice ha fatto una bella esperienza, ma io non sono Cleonice. Io forse il male l’ho conosciuto fin troppo bene e per tanto tempo. Quindi forse non posso avvicinarmi a questa esperienza perché dentro io ho altro”. Idem dicasi del sacerdote: è bello scrivere e dire le cose di Padre Pio, ma dentro devi essere come Padre Pio dall’origine, sennò non si può.
L’ascolto di noi stessi è molto importante — conoscere sé stessi, come dice S. Teresa d’Avila — perché ci permette prima di sentire l’eco di quello che portiamo, e poi di collocarlo. Quell’eco lì va collocato, va messo dentro la mia storia. Potrebbe essere anche vero che io ho un desiderio immenso di fare qualcosa che ha fatto Padre Pio, ma questo desiderio, collocato nella mia esperienza, mi fa dire: “No Giorgio, tu no, non puoi. Lo offri al Signore, ma non lo puoi vivere, perché nella tua esperienza quel desiderio non può vivere, non ha vita, non ha il terreno per vivere”.
L’ascolto ci permette di vivere nella realtà che è un altro aspetto essenziale per la vita di fede; il realismo: chiamare le cose col loro nome, essere persone vere, innanzitutto con noi stessi. Non dobbiamo pensare che dobbiamo andare a dire la verità agli altri, no, a noi stessi! Devo essere vero io con me stesso e dire a me stesso io chi sono, con tanta verità e in tutto.
Noi troppo spesso fuggiamo la verità di noi stessi perché ci fa paura, perché la riteniamo troppo pesante, troppo impossibile, una verità che ci sembra essere inconciliabile con Dio, ma non è vero! Qualunque verità è conciliabile con Dio, perché Dio è verità; anche la verità più brutta si può conciliare con Dio, l’importante è che sia vera. Mentre non puoi conciliare con Dio la menzogna più bella, non si può, non è possibile.
Il terzo aspetto da considerare — che, se i primi due erano importanti, questo lo potremmo definire quello che regge tutto l’impianto e se lo trascuriamo è finita — è: su cosa fondo il mio agire, il mio pensare, il mio desiderare? San Giovanni della Croce su questo è ferocissimo. Se io fondo il mio agire, pensare, parlare e desiderare sul sentire, è finita: non posso essere un uomo spirituale. È l’atteggiamento di chi fa solo quello che “sente”; che pensa: “io sono tanto quello che io sento” e, cosa ancora più terribile: “quello che io sento, poiché lo sento, è vero”. Stiamo attenti a questa cosa perché è una cosa di una gravità pazzesca, incredibile.
Una cosa che io sento dentro non è detto che sia vera perché io la sento! (Qui stiamo parlando di spirito, non stiamo parlando delle cose che ci diciamo tra di noi, che sentiamo con l’orecchio). Una cosa che io sento nella mia anima, che io provo nella mia anima, una cosa che mi nasce nell’anima, un pensiero che ho nell’anima, un desiderio che ho nell’anima, è vero poiché lo sento? No!
Quante volte diciamo: “Questa cosa non la faccio perché non mi sento di farla”, sbagliato, è sbagliatissimo! È su questo che si fonda l’ascesi cristiana che non è l’educazione all’anoressia, al godere perché soffro. L’ascesi cristiana non ha come scopo quello di tirarmi le sassate sulle ginocchia e dire: che bello perché sto male. L’ascesi cristiana ha come scopo il mettere il fondamento giusto; il fondamento giusto della fede non è il tuo sentire, ma è il volere di Dio, che è un’altra cosa. Dio può volere per te ciò che tu assolutamente non vuoi. Dio può volere per te ciò che tu assolutamente non senti di volere, e Dio può dire no a ciò che tu senti essere profondamente vero e giusto per te. Un esempio? S. Gemma Galgani che diceva: “Io sento che devo diventare suora di clausura” e Gesù le risponde: “Io non voglio”; e lei allora comincia una sagra di “frignate”: “Io voglio fare la suora; io voglio entrare in clausura; io voglio consacrarmi a te”. Iniziano poi le cose mistiche, quindi lei che dice: “Io voglio diventare la tua sposa; io voglio essere tua per sempre”. E il Signore le dice: “Gemma, basta! Tu entrerai in monastero quando sarai morta. Fino ad allora sarai laica”. Gemma ha sofferto tantissimo per questa cosa. È entrate in monastero da morta, è in monastero da morta. Fino a quel momento è stata fuori. Voi direte: “Solo questo?”, no! Gesù le dice: “Gemma, devi scegliere un padre spirituale” e lei risponde: “Gesù, l’ho trovato è quello lì, bravissimo, mi piace tantissimo”, e Lui risponde: “No, a me non piace”. E allora lei dice: “E chi deve essere il mio padre spirituale?” E Gesù le indica il sacerdote che a lei appare in visione. E lei dice: “No, no, no, assolutamente, ma no, io non mi trovo bene per niente. Poi è cattivo, è severo. No, no, io non mi trovo bene assolutamente con quello lì”. E lui le dice: “Io ho scelto lui”.
Sapete, con Gesù non è che si discute molto! Non funziona: “iniziamo un dialogo, troviamo una linea comune, un compromesso”. Gesù non ha questo stile. Gesù dice: “Io voglio” punto, fine del discorso, non c’è dialogo da questo punto di vista. Lui dice: “Io voglio questo e tu lo fai, se vuoi seguirmi; se non vuoi, vai altrove”. Quindi Gesù le indica quel padre e lei va. Tutto quello che S. Gemma sentiva, secondo lei, essere chissà che cosa, Gesù glielo smontava e le diceva no.
Il fondamento della fede è la volontà di Dio, è l’obbedienza a Dio, non il mio sentire.
”Io non me la sento di fare questa cosa”; non ha importanza, la fai lo stesso. “Io mi sento di fare questa cosa”, non ha importanza, non la fai, perché devi educarti che il tuo sentire non è la norma dell’agire, il tuo sentire non è la norma della preghiera! “Io sento che a me non piace dire il breviario perché mi sento di più di fare la preghiera a tu per tu con Gesù”, no! Perché la preghiera a tu per tu con Gesù non è la preghiera della Chiesa, non è la liturgia; la preghiera del Breviario è la liturgia, e tu la devi dire, se sei un consacrato, se sei un prete. “Eh, ma se hai poco tempo, tra dire i salmi e fare la preghiera da solo non è meglio la preghiera da solo? Io mi sento di più col mio Gesù!”; ma lo scopo non è che tu ti senti di più col tuo Gesù! Lo scopo è che tu faccia la volontà del tuo Gesù, che potrebbe non essere assolutamente quello che tu ti senti di più col tuo Gesù.
Dobbiamo imparare a fare esercizi di rifondazione della fede, esercizi dove noi diciamo: “Bene, oggi io mi sento che voglio fare due ore di preghiera, non le faccio, ne farò una”. Lasciamo stare quello che sentiamo e non cominciamo a dire: “Gesù mi ha detto, Gesù mi ha fatto, io sento Gesù”, lasciamo perdere queste cose, per piacere. Fai un’ora sola, perché domani, quando non ti verrà voglia di fare neanche cinque minuti, allora farai un’ora. Perché il fondamento non è il dissentire, ma l’obbedienza. E questo dobbiamo applicarlo esercitandoci su tutte le cose possibili.
Santa Gemma, l’unica cosa che ha tanto desiderato in punto di morte era avere il suo confessore al capezzale, e Gesù non glielo da. Lei aveva al collo un dente di S. Gabriele dell’Addolorata, era devotissima di questo santo perché le ha fatto una grazia incredibile e Gesù glielo toglie, deve lasciare anche la sua reliquia. Il Signore le ha tolto tutto, come a ogni santo, perché il fondamento è l’obbedienza, non è il sentire. Teresina non sentirà niente; Madre Teresa di Calcutta ha scritto che in tutta la sua vita solo per due ore ha sentito Gesù, poi il buio totale.
E noi? Noi quante volte facciamo o non facciamo in relazione al sentire! Quando tu dici a un’altra persona: “A che Messa vai domenica?” — “Mah, vado alla Messa delle undici” — “Perché?” — “Eh, perché mi sento di più, mi piace di più quella Messa lì”; questa è proprio la risposta di un cristiano, bravo… Cioè, a te della verità, della volontà di Dio non interessa niente!
Noi dobbiamo ragionare e impostare la vita sulla verità e sulla volontà di Dio, non sul sentire. Dobbiamo decidere se quella cosa è vera e se quella cosa è voluta da Dio: questo è il fondamento! E, ovviamente, abbiamo bisogno di una conferma, perché non è che può essere il mio cervello colui che discerne la volontà di Dio, sennò è la fine! Altrimenti, la volontà di Dio corrisponde sempre alla mia; certo! Siamo tutti dei piccoli Dio che camminano…
La volontà di Dio ha bisogno di essere confermata. Quante volte succede in confessionale che qualcuno arrivi con un progetto, una cosa da realizzare, o un’intuizione che ha avuto. E poi noi siamo bravi perché, prima di dire quello che vorremmo fare, cominciamo a stendere la tovaglia da lontano, cominciamo a girare intorno, a fare tutti i pizzi e i merletti per poter imbonire il sacerdote, fargli capire che questa idea che gli diremo è fantastica, stupenda, meravigliosa e non ci può non dire che sì, perché viene proprio dal Signore. Ma il sacerdote, magari, qualche pelo sulla schiena l’ha perso anche lui, quindi ascolta tutto questo “pizzi e merletti”. Quando finalmente si arriva al dunque, quando l’anima devota dice chiaramente cosa vuole — qual è l’idea, la percezione, il desiderio, l’intuizione che ha avuto — e magari lui risponde: “No, secondo me non viene da Dio” (e se il confessore è anche il padre spirituale, quel “no” ha ancora più valore), ecco che, caro mio, immediatamente quella farfalla si trasforma in una pantera, con le sciabole al posto dei denti! Contraddire un’anima devota è peggio che gettarsi in un covo di serpenti. Ed è proprio questa la prova che quell’ispirazione non viene da Dio.
San Filippo quando venne chiamato dal vescovo che gli disse: “Don Filippo, c’è quella monaca là che dice di vedere la Madonna e di parlare con Gesù Cristo. Ma io non so se sia vero o no, può andare lei a discernere?” Sapete, S. Filippo Neri era un prete col discernimento degli spiriti; ebbene lui è andato da questa monaca che era adorata come se fosse Dio, sembrava Dio in terra, era rapita nel settimo cielo, vedeva Dio, parlava con la Madonna e poi profetava i suoi oracoli. Quando lui arriva son tutti là in adorazione di questa donna, tutti lì che la omaggiano, che la seguono. Lui arriva tutto straccione e puzzolente com’era, si siede, arriva la reverenda madre che vede la Madonna e lei, con tutti i suoi veli, si siede e dice: “Mi hanno chiamato, mi hanno detto che devo riferirle le mie esperienze mistiche che ho col Signore. Ecco, allora padre…”. Lui la interrompe e le dice: “No, però aspetti; prima che cominci a riferirmi le sue esperienze mistiche guardi, ho una scarpa rotta, per favore me la può aggiustare?”, e lei: “Io?? Io che vedo la Madonna, mi devo mettere ad aggiustare la sua scarpa? Ma padre, ma cosa sta dicendo?”. Lui si è alzato e ha detto: “Grazie, ho già capito tutto, arrivederci”, è andato dal vescovo e ha detto: “Eccellenza, la monaca vede il demonio”.
La ribellione e l’ostinazione sono la prova che dietro a una certa esperienza c’è il demonio. Quando di fronte al confessore o al padre spirituale che dice “no” noi ci ribelliamo e ci ostiniamo, quella è la prova che siamo dentro all’illusione del demonio, anche se pensassimo di vedere la Madonna.
Infatti, a S. Teresa d’Avila, che vedeva Gesù, il confessore disse: “Io non ci credo che quello è Gesù, quello è il demonio. Quindi da adesso in poi, quando lo vedi, gli sputerai addosso, e in più gli farai le corna”. E lei, obbediente ciecamente, non ha risposto nulla. È andata via, le è apparso Gesù e prima cosa gli ha sputato addosso e per seconda cosa gli ha fatto vedere un cornino che si portava dietro. Tutto questo lo fece in una valle di lacrime, poverina, perché capite cosa aveva dentro, ma Gesù le disse: “Hai fatto molto bene, sia a sputare, che le corna, però riferisci al tuo confessore che questa cosa mi ha molto amareggiato e che è una tirannia”. Lei è andata e glielo ha riferito, ma ha continuato ad ubbidire. Quindi Gesù le disse: “Tu non ti preoccupare, ci penserò io a fargli cambiare idea, tu obbedisci”. E così è accaduto in tutte le esperienze dei mistici: da Santa Faustina a Santa Margherita, sempre. Sempre ha fatto così Gesù.
Quando noi abbiamo sentimenti di ribellione, di ostinazione, questi sentimenti dicono che ciò che noi sentiamo, proviamo, pensiamo, non viene da Dio; il fondamento non è Dio. Se venisse da Dio, noi dovremmo arrenderci immediatamente e dire: “Bene, non viene da Dio. Dice di no? Basta. Se il Signore vuole questa cosa ci penserà Lui”. E il Signore ci pensa! Perché nessun uomo si può opporre alla volontà di Dio. E se viene da Dio, Lui trova il modo anche di far cambiare idea al confessore, come è successo ai mistici e ai santi.
Allora voi capite che, se io fondo la fede su Dio, sulla volontà di Dio, sul sentire di Dio, sull’obbedienza, la fede non si porta dietro solamente se stessa, ma si porta dietro l’amore e la speranza. E allora che cosa succede? Succede qualcosa di incredibile, qualcosa che andrebbe a mettere a posto tanti matrimoni che stanno crollando.
Perché una delle ragioni che si sentono quando un matrimonio finisce è: “Io non sento più niente per te”. Ma perché? Il tuo amore è fondato sul sentire? Se un amore è fondato sul sentire, quell’amore è falso, perché tu sei falso. “Io non sento più niente per te, io non provo più niente per te”, dice che tu hai sfondato completamente l’alveo, il cuore che può ospitare la fede. Tu non hai capito niente del dinamismo della fede, dell’amore e della speranza. Perché un amore che sia per Dio, che sia per una persona, non si può fondare sul sentire, si deve fondare sulla volontà del Signore; la risposta a “Io non sento più niente per te” è: viva Dio! Perché adesso finalmente so se tu mi ami veramente o no.
Quando io, prete, saprò se amo veramente? Quando per Dio non proverò più niente, quando per Dio non sentirò più niente e quando per Dio non avrò più un briciolo di fede; se in quel momento io dirò: “Io credo”, quella è la prova che io lo amo, non quando sono dentro nei sollucheri spirituali! Quando sono dentro in questi amplessi di sentimenti, non è lì che si prova l’amore di Dio. “Amo Dio perché io sento tanto il Signore nella mia vita, lo vedo camminare accanto a me”; ma questo non dice che tu lo ami! Dice che tu lo senti, ma non che tu lo ami! Tu lo ami quando l’amore è mosso dalla tua volontà, quando tu vuoi amarlo, quando tu vuoi credere, nonostante tu non senta niente.
”Prego nonostante non sento più niente”, viva Dio! Vuol dire che tu finalmente stai arrivando al vertice, all’essenza dell’amore, che è la spogliazione totale, assoluta del sentire, dell’egoismo rivestito di sacralità.
Madre Teresa di Calcutta, che ebbi la grazia di conoscere quando ero adolescente a Roma, nell’ateneo di un’università romana insieme a tantissimi altri giovani, riferisce nel suo libro che lei, in tutta la sua vita, ha sentito Gesù per due ore. Io quando l’ho saputo mi sono detto: “Ma è impossibile!”; perché tu, quando vedevi questa donnina arrivare, vedevi la gioia, ma la gioia vera. Tu vedevi la pace, vedevi la serenità, vedevi Dio e lei scrive: “Io non ho mai sentito Dio nella mia vita”. Ma com’è possibile? Chi l’ha conosciuta, dice: “È impossibile, sta mentendo, bugiarda! Non può essere!” Ma se tu vai avanti a leggere le sue pagine, tu capisci che eccome se può essere, sei tu che sei fuori asse! È quello che tu chiami amore che non è amore! Il suo è amore, perché lei, spogliata del suo sentire, ha voluto amare Dio, e l’ha amato in modo eroico fino alla morte, obbedendo a Dio in tutto e per tutto.
Gesù le diceva: “Vai e fonda questa opera”. E il vescovo invece: “No”. E lei? Per obbedienza, non ha mosso un dito. Vi rendete conto? Non era un’emozione, non erano idee sue: era proprio Gesù che le parlava. Eppure, davanti al “no” del vescovo, lei si è fermata. Non ha fatto nulla. E quanti di noi, al suo posto, avrebbero detto: “Ma me l’ha detto Gesù!”? Non importa chi te lo ha detto. Se il vescovo ti dice no, è no. Punto. Madre Teresa è rimasta ferma. Ha continuato a scrivergli, gli ha mandato una valanga di lettere, ma non ha fatto nulla finché il vescovo non le ha risposto di sì. Ma lo ha fatto solo quando si è convinto che quella era davvero un’opera di Dio — e glielo ha scritto nero su bianco. E poi è diventato anche uno dei suoi principali sostenitori. Ma tutto al momento giusto.
Non è un male che io senta, anzi è la via giusta il mio sentire, ma questo sentire ha bisogno di essere certificato, ha bisogno di essere verificato. È un po’ come quando uno dice: “Io sento che vorrei diventare suora o prete”, va bene, ma verifichiamo, vediamo se è vero. Vediamo se quello che tu senti porta con sé effettivamente dei segni che fanno capire che dietro lì ci sta il Signore.
Quando preghiamo, quando adoriamo il Signore, possiamo sentire tante cose, ma dobbiamo capire se questo sentire porta con sé i segni della presenza di Dio. Quali sono i segni? I segni della presenza di Dio sono certamente l’umiltà, certamente l’obbedienza, ma poi il cambiamento. Il cambiamento deve essere un cambiamento radicale, non può essere un cambiamento di vestito.
Se io prima di convertirmi ero un lussurioso e cadevo nell’impurità, dopo che mi sono convertito, magari non cado più nell’impurità ma se tutto ciò che faccio, anche l’incontro con Dio, lo cerco e lo voglio improntato sul piacere che mi dà, sulla felicità che mi dà, sul benessere che mi dà, questa è la stessa impurità, di cui sopra, sacralizzata, le abbiamo messo su la vestina del chierichetto, ma non è cambiato niente dentro di me; non è vero che io mi sono convertito, ho semplicemente cambiato la veste, ma la radice è rimasta la stessa.
Oppure, un altro caso: “Prima di convertirmi ero una persona fortemente orgogliosa; dopo la conversione, quando vengo attaccato e contraddetto, faccio un passo indietro e chino il capo”, questa è una persona che si è veramente convertita.
La conversione non è data dalle ore di preghiera che io faccio (importanti), la conversione è data dai frutti che io produco, dice Santa Teresa. Questi sono il fondamento, questi ti dicono se tu ti sei convertito oppure no. Quello che disse S. Francesco di Sales, quando tornò dall’aver confessato le suore di clausura di un monastero, e cioè: “Quelle monache… pure come angeli, superbe come demoni!”. Cosa te ne fai di quella purezza? Niente, non serve a niente. Se non c’è questa conversione del cuore, che è quella conversione di colui che si affida a Dio, che si getta in Dio, che è la conversione di colui che fa questa esperienza radicale del Signore, questa esperienza che, effettivamente, ti cambia le strutture interne, ti cambia, oserei dire, il DNA… Se tu non fai questa esperienza dentro di te, che poi si riverbera all’esterno, tu non ti sei convertito.
Guardate che i primi che dicono che uno è veramente convertito, sono gli altri, non è la persona; non sono io che dico: “Mi sono veramente convertito”, sono quelli che sono attorno a me che mi dicono: “Ma lo sai che tu sei veramente cambiato? Non sei più la persona di tre mesi fa, tu sei un’altra persona”. Non perché preghi di più, ma perché io ti vedo proprio come persona, come carattere, come gusto, come cose che fai, che è un’altra cosa. Allora vuol dire che la conversione effettivamente si è impostata bene o si sta impostando bene; ma questo è l’inizio del lavoro perché, purtroppo, il demonio gioca contro e fa di tutto per tagliarci le gambe. Ma se noi rimaniamo umili e rimaniamo affidati a Dio, che vuol dire alle cure di un buon sacerdote — dice Santa Teresa — noi siamo in una botte di ferro. Siamo tranquilli perché sappiamo che il Signore non può ingannarci.
I santi padri dicevano: quando tu obbedisci, può darsi che l’obbedienza sia sbagliata, ma tu non sbagli mai ad obbedire. E questo perché il Signore protegge la struttura dell’obbedienza.
Infatti a S. Margherita Maria Alacoque Gesù disse: “Una cosa sola ti protegge dal demonio: l’obbedienza. Quando tu obbedisci il demonio non può farti nulla, non ha nessun potere su di te”, perché l’antitesi del demonio è l’obbedienza. Ma guardate che non si tratta di un’obbedienza “caprona” di quello che va dietro e fa tutto quello che gli dice Tizio e gli dice Caio: questa non è l’obbedienza cristiana. L’obbedienza cristiana è: la donazione del cuore a chi ami; “Io ti dono il mio cuore, ti dono la mia mente perché ti amo, Gesù”. Quindi l’obbedienza cristiana è segnata dalla gioia, da una profonda convinzione: io quello che faccio lo faccio gioioso, quello a cui rinuncio, rinuncio gioioso, quello a cui dico sì, dico sì gioioso, non mi pesa, perché io ho detto sì in funzione dell’amore che io ho per te, non in funzione di un dovere morale che è scritto non si sa dove! Capite che cambia tutto? Capite che ha tutto un altro risvolto?
Questo discorso io ve l’ho fatto perché, se è così facile fraintendere lo scritto di Padre Pio di due righe e di un italiano chiarissimo, che ho impiegato un minuto e mezzo per leggerlo, voi vi potete immaginare che cosa può succedere dentro di noi visto che niente è scritto in modo così chiaro? In quali fraintendimenti e capitomboli possiamo incorrere?
Stiamo attenti, stiamo attenti. Tutta la vita di fede è un’avventura bellissima, stupenda, meravigliosa, e la compagnia di Gesù è la più bella che ci sia, ma ci vuole molta prudenza e molta umiltà, e soprattutto molta obbedienza, molto affidamento, molto riferimento “a” e, come vi dicevo all’inizio, molto ascolto. Perché noi, guardate, ci conosciamo tanto poco; noi ricordiamo tanto poco di noi stessi e bastano due giorni di conversione, due giorni di Rosari e di Messe (e due giorni possono essere anche due anni), che noi dimentichiamo i trent’anni precedenti di follia. Non va bene questa cosa qua, non è onesta, non andiamo a metterci a fare i professori quando fino a ieri eravamo nel fango a mangiare con i maialini. Stiamo umili, restiamo semplici. Sono due anni, tre anni, cinque anni, dieci anni che dico il Rosario, che vado in chiesa tutti i giorni, che ho una vita di fede? Ringraziamo il Signore in ginocchio in fondo alla chiesa, mettendoci la cenere sulla testa, dicendo: “Gesù, grazie che mi hai salvato dall’inferno!”. Ma cosa sono dieci anni davanti a Dio? Cosa sono quindici anni davanti a Dio? Ma cosa siamo noi?
Dobbiamo proprio recuperare questo grande atteggiamento di semplicità, di conoscenza di noi, di umiltà e di diffidenza verso noi stessi. Non dobbiamo mai dire: “Io ho capito; io ho capito chi sei tu; io ho capito chi è quell’altro; io ho capito che cosa c’è nella tua testa”, ma cosa vuoi aver capito? Ma io faccio fatica a capire cosa c’è dentro il mio cranio, come faccio a capire quello che c’è nel tuo! Non so se a voi capita un’esperienza diversa, ma io faccio fatica a capire quello c’è dentro nella mia di testa, immaginatevi se devo mettermi a capire quello che c’è nella testa dell’altro, ma è difficilissimo! E anche quando l’altro te lo dice, non dobbiamo avere la presunzione di dire: sì, adesso è tutto chiaro. Ma cosa è tutto chiaro! Quello dopo ti dice: “Sì, ma mi son dimenticato di dirti un altro pezzo!”; poi dopo un anno ti dice: “Sì, mi sono dimenticato di dirtene un altro!” “Sì, ma io provavo anche questo!”.
Noi dobbiamo essere veramente molto, molto, molto umili, molto bassi, molto semplici e dire: “Signore, io faccio quello che posso, mi impegno, certo, cerco di mettere dentro anima e corpo in quello che faccio, però mi rendo anche conto che faccio veramente tanta fatica; tanta fatica a starti dietro, tanta fatica è cercare di intuire qual è il tuo gusto. Magari oggi intuisco che il tuo gusto è questo e tra dieci giorni capisco che non è proprio quello, è un’altra cosa. Ma non è che il gusto di Dio è cambiato, è che sono io che non ho capito niente.
Ecco, io spero di avervi dato una spiegazione che sia chiara per poter affrontare questo cammino di fede. Ve l’ho data alla fine, perché tutto quello che avete ascoltato fino ad oggi credo che sia entrato nel vostro cuore e sia lì che lavora. Però deve lavorare con queste condizioni, affinché evitiamo di dire: “Padre Pio ha detto che bisogna adorare il sacerdote”, Padre Pio non lo ha detto. E questo diventa anche motivo, tra di noi, spesse volte, di malumore, di gelosie, di invidie: quando si sente dire “Il padre superiore ha detto” o “La madre superiora ha detto” e quello invece manco se l’è mai sognato!
Ma noi siamo fatti così, ecco perché vi ho detto che dobbiamo conoscerci e prendere le distanze, perché di fronte a queste cose basta un pizzico di realtà che uno dice: “Ma cosa stai dicendo?”. Ma noi, siccome dentro siamo segnati da tanti sentimenti non buoni, da tanta materialità, da tanta carnalità, da tanti spiriti che non sono quello di Dio — come dirà domani S. Giacomo nella Prima Lettura — noi facciamo queste pasticciate. Ecco perché dobbiamo fermarci sempre e ascoltarci; ecco perché dobbiamo essere uomini ed ecco perché dobbiamo essere diffidenti.
E, guardate, la cosa più importante di tutte è saper ridere di noi stessi. Il mio grande professore di teologia ci diceva sempre: “Ragazzi, quando sarete preti, mi raccomando, una grande autoironia. Sappiate prendervi in giro, sappiate ridere di voi. Non siate permalosi e saccenti”. Aveva ragione sapete? Non prendiamoci troppo sul serio, impariamo a ridere, impariamo a dire: “Ma sì, ma sì, ma vai a letto a dormire e a mangiare la cioccolata con la panna che domani è passato tutto; lascia stare”. Tutto ci sembra una tragedia, tutto ci sembra un dramma, ma impariamo a prenderci un po’ con ironia, con molta leggerezza e andiamo oltre.
Penso di avervi detto tutto quello che volevo dire, almeno tanto di quello che volevo dirvi. L’importante è che sia chiaro perché è veramente importante questo discorso.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.
Informazioni
Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.















