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Ciclo di catechesi – Infedeltà di Israele e fiducia nel Signore (Ger 2,1-8; 17,5-10) Lezione 33

Catechesi La Fede 2017-18

Catechesi di lunedì 14 maggio 2018

Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

Ascolta la registrazione della catechesi:

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Brani commentati durante la catechesi:

Libro del profeta Geremia, capitolo 2

1 Mi fu rivolta questa parola del signore: 2 “Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. 3 Israele era cosa sacra al Signore la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore. 4 Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe, voi, famiglie tutte della casa di Israele! 5 Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò ch’è vano, diventarono loro stessi vanità 6 e non si domandarono: Dov’è il Signore che ci fece uscire dal paese d’Egitto, ci guidò nel deserto, per una terra di steppe e di frane, per una terra arida e tenebrosa, per una terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora? 7 Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. 8 Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov’è il Signore? I detentori della legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili.

Libro del profeta Geremia, capitolo 17

5 “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. 6 Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. 7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. 8 Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti. 9 Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? 10 Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni.

Testo della catechesi

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Buonasera a tutti, bentrovati. Questa sera affrontiamo un testo dell’Antico Testamento (alcuni testi, se riusciamo) di un profeta che penso abbia molto da dire a ciascuno di noi. Siamo al capitolo 2 del Libro del profeta Geremia.

1Mi fu rivolta questa parola del Signore:

2«Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme:

Così dice il Signore:

Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza,

dell’amore al tempo del tuo fidanzamento,

quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata.

3Israele era cosa sacra al Signore

la primizia del suo raccolto;

quanti ne mangiavano dovevano pagarla,

la sventura si abbatteva su di loro.

Oracolo del Signore.

4Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe,

voi, famiglie tutte della casa di Israele!

5Così dice il Signore:

Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri,

per allontanarsi da me?

Essi seguirono ciò ch’è vano,

diventarono loro stessi vanità

6e non si domandarono: Dov’è il Signore

che ci fece uscire dal paese d’Egitto,

ci guidò nel deserto,

per una terra di steppe e di frane,

per una terra arida e tenebrosa,

per una terra che nessuno attraversa

e dove nessuno dimora?

7Io vi ho condotti in una terra da giardino,

perché ne mangiaste i frutti e i prodotti.

Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra

e avete reso il mio possesso un abominio.

8Neppure i sacerdoti si domandarono:

Dov’è il Signore?

I detentori della legge non mi hanno conosciuto,

i pastori mi si sono ribellati,

i profeti hanno predetto nel nome di Baal

e hanno seguito esseri inutili.

Un testo sicuramente densissimo, bellissimo; un testo che è un insieme di due momenti, come di due fotografie, di una relazione che riguarda Dio e il suo popolo ma, in modo ancora più specifico, che riguarda Dio e ciascuna anima. Cerchiamo di vedere le due parti.

La prima parte potremmo intitolarla: “La memoria dell’innamoramento”; oppure: “Un grandissimo, fortissimo, focosissimo, impetuosissimo, ebbro amore”. Dio fa fare memoria al popolo — e a noi fa fare memoria — dicendo: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento…». Credo per molti di noi — mi auguro per tutti, e se non per tutti, per moltissimi — ci sia stato un tempo di fuoco col Signore, un tempo di rapimento, un tempo giovane dove, per il Signore, abbiamo vissuto qualcosa di esondante; un affetto affettuoso, un amore affettuoso, un amore impetuoso, incontenibile, ingestibile, un amore caldo, che scaldava il cuore, che scaldava la mente, che scaldava il corpo, che ti faceva bramare di arrivare a quel momento, a quell’incontro, a quello stare da solo col Signore. Un amore che è stato talmente forte, che ha caratterizzato un tempo della nostra vita che potremmo definire un fidanzamento.

E che cos’è un fidanzamento? Ecco, forse oggi non abbiamo più ben chiaro lo statuto del fidanzamento. Il fidanzamento, innanzitutto, è un essere scelti e uno scegliere, è sentire che qualcuno ti sta scegliendo tra tutti: tra tutti i possibili, tu sei l’unico reale. Qualcuno ti sta guardando e qualcuno ti sta desiderando. Io penso che (ma è un’idea assolutamente personale) solo chi ha vissuto un qualcosa di grande con Dio può amare veramente un essere umano. Solo chi ha sperimentato un amore travolgente col Signore può cimentarsi in una relazione di fidanzamento, di amicizia e di amore con una creatura; perché, in quel tempo di fidanzamento, alla persona, all’individuo, viene consegnata l’esperienza insostituibile di che cosa vuol dire amare, di come si fa ad amare. Alla domanda: “Ma tu, da chi hai imparato ad amare? Chi ti ha insegnato ad amare?”, la risposta dovrebbe essere: “Gesù! Gesù mi ha insegnato ad amare. Sperimentando il modo con il quale Lui mi ha trattato, con il quale Lui mi ha parlato, con il quale Lui mi ha condotto, con il quale Lui mi ha corretto, con il quale Lui mi ha confortato, mi ha illuminato, mi ha sorretto, mi ha stretto a sé, io ho imparato ad amare le persone, ho imparato che cosa vuol dire avere una relazione d’amore”. Diversamente, io dubito che ci sia amore; ci sarà compiacenza, ci sarà simpatia, ci sarà egoismo mascherato, ci sarà coinvolgimento affettivo, ma non c’è amore.

Certamente lascia profondamente sconvolti, profondamente turbati, vedere due persone che dicono di essere innamorate uno dell’altra e poi, in un momento di fatica o una qualunque cosa, uno assiste a degli atti di disumanità, di spietatezza, di menefreghismo, di abbandono, di scaricamento dell’altra persona amata, o dicente tale, che lasciano stravolti. Com’è possibile che l’amore apra spazi di questo genere in una relazione? Gesù non fa mai così. Chi impara ad amare da Gesù, queste cose non le può neanche immaginare, proprio neanche sa che esistono, perché Gesù non fa così, Gesù non ama così. L’amore di Gesù è un amore che, pur dentro una grande verità — e quindi anche una grande correzione — non è mai disumano. Gesù non scarica mai nessuno, non abbandona nessuno; e anche quando tu puoi aver fatto la cosa più brutta del mondo, tu percepisci sempre che Gesù è lì, che Gesù c’è. Credo che una delle cose più belle che il fidanzamento con Gesù insegna, è che Gesù ti aspetta sempre, Gesù è sempre lì ad attendere, cosa che chi non sa amare non fa. Gesù non ti usa per quello che tu puoi dare e, soprattutto, Gesù non ti rinfaccia mai nulla, non ti sbatte addosso le tue miserie, le tue povertà, le tue fragilità, le tue fatiche. Gesù non le dice agli altri, non va a dare via del tuo agli altri, Gesù non ti svergogna davanti agli altri, Gesù non ti svende davanti agli altri, Gesù non ti banalizza davanti agli altri. Tu sai che la tua persona, la tua immagine, il tuo essere, il tuo cuore, il tuo volere, il tuo pensare, il tuo progettare, tutto questo è custodito da questo amore, che è l’amore di Gesù. È come se fosse un mondo inviolabile, il tuo mondo, un mondo intoccabile, abitato solo dallo sguardo della presenza di Gesù, dove non esistono queste cose che vi ho detto prima, non ci sono.

Gesù veramente sa gioire della mia gioia, sa patire della mia sofferenza. Ecco perché il profeta Geremia scrive:

dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento…

Chi ha vissuto questa esperienza con Gesù ha partecipato anche alla sua esperienza: ha assaporato il proprio cuore d’uomo, rapito, completamente preso; un cuore che batteva forte, che sembrava voler balzare fuori dal petto, tanta era la sua intensità e forza. E quindi ha memoria di questo tempo, magari ampio, dove la vita era “tu e Gesù”. Certo, poi ci sono tante cose da fare, che noi tutti abbiamo, però era come se ci fosse un centro che calamita tutto, un centro che attira tutto, che chiama tutto a sé. È come se il desiderio non desiderasse altro che quello, solo quello; un bramare, un pensare, un volere solo quello. E quando Dio dice: “ricorda il tempo del tuo fidanzamento”, la mente sa correre a giorni ben precisi, a luoghi ben precisi, a momenti ben precisi, a esperienze ben precise, a scelte ben precise, a rinunce ben precise, a doni e a grazie ricevuti ben precisi. Ne ha magari tanti dentro di sé, che vivono lì e che gli fanno dire: “Veramente quello è stato il tempo d’oro della mia vita! Un tempo dove quasi mi sembrava di vedere Gesù camminare accanto a me, tanto era forte, pesante, quel passo, tanto lasciava un segno che quasi sembrava di vederne l’impronta”.

quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata …

Che bella, questa espressione. Penso che sia bello, per chi legge queste parole, sentire la voce della coscienza che gli possa dire: tu sei quest’uomo, tu sei questa donna, tu hai seguito veramente Gesù nel deserto, in una terra non seminata; che vuol dire: tu l’hai seguito nella privazione, l’hai seguito nel sacrificio, nella spoliazione, tu hai rinunciato e hai perso tutto, tutto quello che potevi perdere, per seguirlo. Non hai badato alla sete e alla fame, alle necessità; non hai badato al calore, al sole, all’arsura, non hai badato a niente, neanche ad avere frutti, e questa mi sembra essere una cosa ancora più bella, cioè: tu non hai badato alle grazie, non hai badato a ciò che arrivava da Gesù, tu hai badato a Gesù, tu avevi in cuore, in mente, solo di poterlo seguire, e questo è ciò che ha fatto la differenza.

mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata

E allora vuol dire che eravate da soli, c’erano solo due figure: tu e Gesù. Se eravate da soli, vuol dire che avevi perso tutto, vuol dire che, anche umanamente, non avevi più nessuno. E questo fa un po’ parte dell’innamoramento; perché, quando ci si innamora, tutto il resto è come se non avesse più senso, non ha più valore niente. È come se uno vedesse solo la persona amata. Tutte cose belle, tutte cose utili, tutte cose vere, ma non interessano più, almeno in quel momento lì, nel momento dell’innamoramento, tu hai in mente solo l’amato, solo l’amata e basta, solo quello ha senso. Ecco perché la Scrittura dice: «mi hai seguito nel deserto», ecco perché dice: «mi hai seguito in una terra non seminata», cioè, una terra dove non c’è niente, nulla, una landa. E il mondo può diventare una landa, la tua vita può diventare una landa, dove non c’è più niente, dove c’è solo Gesù.

Israele era cosa sacra al Signore

la primizia del suo raccolto;

quanti ne mangiavano dovevano pagarla,

la sventura si abbatteva su di loro.

Certo, perché — capite — tu, perso, travolto, infuocato, divorato da questo amore per Gesù… chiaramente anche sul cuore di Gesù questo ha fatto pressione: non solo tu hai perso la testa per Gesù, ma anche Gesù ha perso la testa per te. Gesù sa amare come nessuno sa amare. Noi neanche abbiamo idea di che cosa vuol dire essere amati da Gesù; di quanto Gesù sappia perdere la testa per un’anima. E questa è la testimonianza che ci lasciano i santi, i mistici, che ci fanno vedere come il Signore li cerca, li desidera, li brama, li implora, come il Signore desidera questa presenza costante, questo amore totale per lui. E allora, l’anima fa questa esperienza, si sente sacra, sente di essere totalmente data, sente di essere posseduta, capisce che è qualcosa di prezioso per Dio, e sente su di sé tutto il peso grato, liberante, leggerissimo, di questa appartenenza.

Qui, dentro a questo contesto, si inserisce tutto il discorso che io vi ho fatto in questi anni sul tema della verginità. La verginità è proprio questa percezione radicale dell’essere una cosa sacra al Signore, per cui tutto di te — e di ciò che sta attorno a te — deve essere una primizia per il Signore, a partire da te, dalle tue membra, dal tuo corpo, dai tuoi pensieri, dai tuoi desideri, dal tuo amore, dai tuoi affetti; è come se tu dovessi vibrare in prima battuta per Lui: “Sono sacro, Signore, perché sono riservato a te; sento che sono una tua riserva; sento che per te io sono la primizia del tuo raccolto, perché sento, vedo, che mi hai raccolto, mi vedo raccolto da te”. E allora, come dice la Scrittura:

quanti ne mangiavano dovevano pagarla,

la sventura si abbatteva su di loro.

”Nessuno può toccare”. Molto bella quell’espressione della Scrittura: “Nolite tangere Christos meos” — “Non toccate i miei consacrati”, perché sono i miei! Sono cosa sacra! Nella misura in cui noi siamo questa cosa sacra, Dio è geloso di ciò che è suo, di ciò che è consacrato a Lui. E queste anime sperimentano la gelosia provvidente e difendente di Dio; sentono questo recinto sacro che li avvolge. Ma, guardate, anche gli altri se ne accorgono; noi ci accorgiamo quando abbiamo davanti una persona sulla quale Dio ha posto il suo sguardo, il suo cuore, la sua presenza, noi lo sentiamo, si sente! Si sente, perché non è banale come tutti gli altri, perché è come se emanasse un’autorità, un’autorevolezza, un “potere” — passatemi il termine — che non ha niente di umano, che non viene dalla sua persona, ma viene da questa sacralità, da questa riservatezza.

Ma non tutti rimangono fedeli a questo fidanzamento (che è una preparazione al matrimonio); questo fidanzamento con Gesù dovrebbe servire per condurre l’anima al passo finale, che è il matrimonio, l’essere una cosa sola. I santi parlano del “matrimonio mistico”. Ma, chi abbandona questo fidanzamento — e lo si può abbandonare per tante, svariate, molteplici ragioni; e credo che questa si possa definire la disgrazia più orrenda che possa capitare a una persona — si sente dire da Dio: “Ma quale ingiustizia hai trovato in me per allontanarti da me? Perché ti sei allontanato? Perché mi hai abbandonato? Perché hai preferito Barabba? Che cosa in me c’è stato di sbagliato?”; nulla, semplicemente noi preferiamo il vuoto. Dice Geremia:

Essi seguirono ciò ch’è vano,

diventarono loro stessi vanità

Noi abbiamo alle volte la percezione di essere vani, cioè inutili, perché vuoti. Abbiamo questa percezione, che ci deriva dall’esperienza con gli altri. Ci sono dei momenti, nella nostra vita, in cui abbiamo la sensazione di non interessare alle persone che valgono, alle persone che sappiamo avere spessore. Noi vediamo che la nostra vita non interessa a chi noi vorremmo che interessasse, che noi non interessiamo come vita, come cuore, come mente; abbiamo questa sensazione interiore. E, di norma, cosa facciamo? Pensiamo che la responsabilità sia in quelle persone lì. Uno si dice: “Non interesso a quella persona, che invece è una persona molto interessante, di spessore, perché…” e vado a trovare mille ragioni inerenti alla persona. Guardate, noi, invece, dovremmo fare un grande bagno di umiltà, prendere un grande specchio, metterci davanti e dire: “Ma non è che per caso io sono vano? Che in me non c’è niente di interessante? È tutta polvere, non c’è niente di spessore. Io credo di essere, ma che cosa c’è di denso dentro di me? Che spessore di verità ho io? Quanto sangue ho versato per l’amore vero? Io, che scelte radicali ho fatto, per vivere veramente l’amore? A cosa ho rinunciato? A cosa ho detto sì per questo?”

Questo è quello che succedeva a Padre Pio; sapete, una delle cause maggiori delle sue persecuzioni, venne proprio dalle cosiddette figlie spirituali — cioè, loro si ritenevano tali (ovviamente), ma come un innamorato che è innamorato solo lui, ma l’altro no. Poi continuavano a girargli intorno, come mosconi, facevano a gara a chi padre Pio guardava di più, a chi lo toccava di più, a chi gli dava il guanto, a chi gli dava il panno, a chi gli dava un minuto in più dell’altro, tutte queste robe da “carne”, da mondo, proprio da macelleria, da peso, da bilancia, una roba proprio disgustosa. E queste “figlie” erano lì, che passavano le giornate intorno a lui a ronzare, poi arrivava una che non era mai stata lì, non si era mai vista, mai aveva fatto un giorno di coda, mai fatto niente per il padre, arrivava dal nulla, e padre Pio, in mezzo a trecento persone, diceva: “Tu, vieni qui”, immaginate queste qui! Mamma: la morte! E cominciavano: “Questa qua chi è? Ma cosa vuole questa qui? E poi è appena arrivata! Da dove salta fuori? Perché padre Pio guarda più lei di noi? Perché padre Pio parla più con lei che con noi? Noi che siamo qui tutto il giorno a servirlo, a fare per lui, e su e giù… Perché padre Pio invece questa qua la chiama da lontano, che neanche si è presentata e magari neanche poteva arrivare fino al suo confessionale?”. La risposta è: perché voi non avete niente di interessante, siete vuote, non c’è dentro niente! Lei, invece, che è arrivata improvvisamente dal nulla, è un’anima catturata da Dio, che ama veramente Dio, quindi è interessante, perché ha qualcosa da dire, da trasmettere, da essere; diversamente, è vano.

“Se segui ciò che è vano, diventi vano. Se segui ciò che è inutile, diventi inutile”, non si scappa da questa legge.

e non si domandarono: Dov’è il Signore

che ci fece uscire dal paese d’Egitto,

ci guidò nel deserto,

per una terra di steppe e di frane …

A un certo bisognerebbe dirsi: ma se io, tempo fa, ero in uno stato di fidanzamento col Signore e adesso non sento più niente, non provo più niente, non vedo più niente… ma due domande non te le fai? No, assolutamente! È colpa del Signore: “Sarò nella purificazione dei sensi, nella notte dei sensi di San Giovanni della Croce” — Calma, calma — “Forse sarò nella notte dello spirito” — Calma, calma. Un po’ come quelli che vengono e dicono: “Secondo lei, nelle mansioni di S. Teresa, io sono alla terza o alla quarta?”.

Guardate, credetemi, impariamo ad avere uno sguardo vero su noi stessi, molto umile, molto umile, molto basso, basso, bassissimo. Non pensiamo neanche alle mansioni, lasciamo perdere questa cosa. Se non sentiamo, non percepiamo, non viviamo più quell’innamoramento, quel fidanzamento, non guardiamo Gesù, guardiamo noi e chiediamoci: “Ma dov’è il Signore? Dov’è il Signore, che mi ha fatto vivere tutto quello che io ho vissuto? Perché non c’è più? Perché non viviamo più quei simposi meravigliosi? Perché tutto questo è sparito?”. Ecco, la ragione cerchiamola dentro di noi, impariamo a scavare, a tirarci su le maniche e scavare, scavare, scavare. Perché chi ha vissuto e chi vive questa amicizia con Gesù, questo innamoramento, questo fidanzamento con Gesù, sa bene che Gesù è attentissimo alle più piccolissime cose, nel bene e nel male. Come ci vuole poco per farlo venire nella nostra casa, ci vuole poco per farlo andar via; richiede grandissima attenzione, grandissima dedizione, grandissima coscienza. 

“Nessuno si domanda — dice Geremia — né i detentori della legge né i profeti, nessuno”. Stante questa “realtà”, andiamo al capitolo diciassettesimo, sempre di Geremia, che va capito molto bene.

Geremia 17, 5 — 6.

5«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,

che pone nella carne il suo sostegno

e il cui cuore si allontana dal Signore.

6Egli sarà come un tamerisco nella steppa,

quando viene il bene non lo vede;

dimorerà in luoghi aridi nel deserto,

in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

Cosa vuol dire: “L’uomo che confida nell’uomo”? Non è l’uomo che ama l’uomo; non è l’uomo che è capace di relazioni vere, come dicevamo; non è l’uomo che sa amare l’altro uomo come Gesù ama. Non è questo, ma è l’uomo che si annega, si travolge nell’uomo. È l’uomo che pone i suoi desideri, le sue attese, i suoi pensieri, nell’uomo; è l’uomo che pone le sue certezze e le sue sicurezze nell’uomo. Se voi leggete nelle pagine di Cleonice Morcaldi, gli scambi epistolari e i “pizzini” che padre Pio le scriveva di nascosto, durante il tempo della persecuzione, e che metteva dentro nel paniere che lei riportava, io credo che nella mia vita non ho ancora conosciuto nessuno che ha vissuto un amore uguale a quello tra padre Pio e Cleonice, nessuno! Ho conosciuto molte persone che hanno fatto dell’amore un letamaio e che lo hanno insudiciato con i peccati più schifosi, ma persone che abbiano vissuto quell’amore lì, con quei sentimenti lì, con quelle espressioni lì, con quella libertà, io, nessuno. Andate a leggere le espressioni che usano! Padre Pio stigmatizzato, che parlava con la Madonna, con Gesù, con gli angeli, coi santi, con le anime del purgatorio, capito? Lui che scrive quelle parole a Cleonice! Noi, ma neanche le riusciamo a pensare, quelle parole! Quelle parole neanche le abbiamo sopra i capelli! Noi che siamo esperti di tutto, noi che crediamo di amare, noi che sentiamo il cuore che batte, noi che qui, noi che la. Noi, quelle espressioni lì, non sappiamo neanche come si scrivono! Quando le leggiamo, noi diventiamo bordeaux e anche se le leggessimo e uno dicesse: bene, copia quelle espressioni lì, e poi ti chiedo: “Tu a chi potresti scriverle? Fai un messaggino con quelle parole, scrivilo. Chi è il destinatario?” Nessuno! Non c’è nessuno capace nella nostra vita di reggere la portata di quell’amore.

Perché noi confidiamo nell’uomo, e quindi ci buttiamo dentro nell’uomo, cercando lì dentro la nostra sicurezza, la nostra certezza, il nostro consenso, la nostra stabilità, la nostra approvazione. Chi invece confida in Dio, è capace di scrivere e di vivere quelle cose all’ennesima potenza, perché Dio libera il cuore dell’uomo, Dio libera l’uomo, Dio insegna all’uomo a essere uomo totalmente, integralmente, in tutte le sue cellule, in tutti i suoi organi, in tutta la sua persona, in tutta la sua realtà. Dio insegna all’uomo ad essere unico quando ama, unico quando pensa, unico quando vuole, unico quando si muove, tutto! Noi, invece, andiamo a strati, da lì nasce l’impurità, perché — altra scoperta incredibile — si può arrivare a scoprire, nella vita, che è possibile esercitare la sessualità senza l’anima. Che è un po’ un mistero… Cioè, a come mettere insieme queste due cose, veramente, uno può starci su a pensare una notte e dire: io non riesco a capire. Cioè, come fai a far esprimere al corpo ciò che l’anima non vive? Bah! È un gran mistero. Vuol dire che entra in gioco qualcosa di mostruoso, perché sennò non è possibile. Perché il corpo esprime, il corpo è il luogo nel quale l’anima si muove, nel quale l’anima si manifesta, è attraverso il corpo che l’anima si comunica. Ma chi vive questa schizofrenia o chi ha vissuto questa schizofrenia, chi è riuscito a far entrare questo “mostrum” nella propria vita, poi è molto difficile e molto complesso il cammino di riunificazione. Richiede veramente tanto tempo e tanto sacrificio, tanta sofferenza. Perché poi, tornare a quell’armonia originaria, per la quale anima e corpo sono un connubio, un connubio delicatissimo, bellissimo, dove l’uno manifesta l’altro e viceversa, è difficile. E infatti, chi ha fatto entrare il mostro dentro, sono proprio le persone che rimangono scandalizzate, sono le persone che, quando leggono padre Pio e Cleonice, dicono: “Mah, mi sembra che siamo al limite dell’impurità”; ma che impurità? L’impurità ce l’hai nel cervello tu! Tu ce l’hai nel sangue, l’impurità; ma dov’è l’impurità? E dicono: “No, ma mi sembra che forse padre Pio qui abbia un po’ mancato di verginità, di purezza, di amore per il Signore”: Padre Pio! E, ovviamente, Gesù non si è accorto di niente! Come è possibile?

Io penso che Gesù abbia lasciato le stigmate a padre Pio tutto il tempo della vita e poi gliele ha tolte da morto, per dire che quella vita lì a Lui piaceva. Una volta morto, non servivano più le stigmate, per questo gliele ha tolte. Per dire a noi: guardate che questa vita qui, così come è fatta, a me piace, io la voglio così. Io vi voglio così! Non vi voglio dei frustrati bloccati, pudichi, spaventati di tutto e di tutti, pieni di mille frustrazioni mentali, di mille blocchi, che vedono il male da tutte le parti. Il Signore non cerca questo! Il Signore cerca persone che siano umane, libere, tranquille, serene, semplici, pulite. Come diceva Agostino, cioè di non chiamare “pudenda” ciò che Dio ha fatto “glorianda”. Invece, non è così.

”Che pone nella carne il suo sostegno”: il nostro sostegno è Gesù. Sì, queste son parole, poi bisogna vedere nella pratica, se avviene veramente così. Veramente nella pratica bisogna vedere se il mio sostegno, ciò che mi tiene in piedi, è Gesù. Che vuol dire che, se Gesù non ci fosse per un secondo, tu vai per terra. Questo vuol dire che tu percepisci la presenza di Gesù come insostituibile, che puoi perdere tutto e tutti, ma non Gesù. E questo si vede dalla vita di tutti i giorni, poi, se si realizza: da quanto la santità entra in quella vita, e da quanto entra il peccato. Lo si vede lì, subito. C’è poco da girarci intorno!

7Benedetto l’uomo che confida nel Signore

e il Signore è sua fiducia. 

L’uomo che confida nel Signore è il povero di spirito delle beatitudini, è l’uomo che ha tante ricchezze — perché Gesù riempie di ricchezze i suoi amici — ma è come se le guardasse da lontano. È come se le vede ma non gli interessano, a differenza degli altri, che invece sono lì che bramano solo a quelle. Ha a cuore solo Gesù; è proprio un ricercatore. E lo si vede perché, in tutta la sua giornata, da quando si sveglia a quando va a letto, c’è Gesù. Non è l’uomo che è indistruttibile, supereroe; i santi non erano così, hanno fatto una fatica orba anche loro, però avevano una grande confidenza.

È bella quell’espressione di S. Filippo Neri che, davanti all’episcopato, al cardinalato, risponde: “Preferisco il paradiso” e se ne va. Che bello se anche noi, ogni tanto, dicessimo, quando qualcuno ci chiede se vogliamo qualcosa: “Preferisco il paradiso”. Che bello se anche noi imparassimo a rispondere così; vorrebbe dire che dentro di noi vive qualcosa di grande, vive qualcosa di altro.

Chi confida nel Signore è colui che si aspetta una risposta solo dal Signore; solo dal Signore si aspetta una conferma; che il suo cuore è inquieto fino a quando il Signore non mette la firma; che il suo cuore è inquieto fino a quando Gesù non gli sorride; che il suo cuore è inquieto fino a quando Gesù non si offre a lui come il suo riposo. Questo è colui che confida nel Signore, quindi non ha tempo di perdersi in altre cose.

”Perché non guardi la televisione?” — “Perché non posso! Non posso! Non posso, perché mi sta chiamando”. Credo che tutti noi abbiamo fatto questa esperienza, di sentire dentro Gesù che chiama, che gratta. Senti proprio che è lì, che urge, che ti guarda quasi con l’orologio in mano, quasi a dire: “Questo tempo adesso lo stai perdendo. Questo tempo, che sarebbe per noi due, tu lo stai buttando via per fare altro. Sarà anche importante tutto, ma non sono Io, questo tempo, non sono Io — il famoso kairòs — non è il mio tempo questo, questo è kronos, il tempo pagano, il tempo delle cose mondane. Ma questo tempo potrebbe essere mio, perché non lo dai a me? Perché non stai con me? Perché non scegli me? Perché non stiamo insieme?”. L’esperienza più bella che tra due amici possa capitare è quella di perdere tempo insieme; la cosa più bella che può capitare a un cristiano è di perdere tempo con Gesù, stando con Gesù.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Informazioni

Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.

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