Il manoscritto del Purgatorio, parte 10

Il manoscritto del Purgatorio

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: “Il manoscritto del Purgatorio” di martedì 6 dicembre 2022

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Mt 18, 12-14)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
“Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?
In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda”.

Testo della meditazione

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Eccoci giunti a martedì 6 dicembre 2022.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo diciottesimo del Vangelo di san Matteo , versetti 12-14.

Continuiamo con la nostra meditazione sul Manoscritto del Purgatorio di suor Maria della Croce e leggiamo:

 Il buon Dio desidera che pensiate sempre a Lui, che facciate tutto sotto i suoi sguardi divini: le preghiere, il lavoro; in una parola, che non Lo perdiate di vista per quanto è possibile. 

Potremmo dire che in questi sei giorni non abbiamo fatto altro che ripetere questa cosa, motivo costante che continua a tornare: vivere alla presenza di Dio. Vuol dire che il Manoscritto del Purgatorio è quasi un inno carmelitano perché: “Che ci fai qui Elia?” “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum”, ardo per il Signore Dio degli eserciti. 

Il vivere alla presenza di Dio, l’ardore per il Signore sono un richiamo che la scuola e la spiritualità carmelitana insegnano continuamente con tutti i loro santi. Quindi fare tutto sotto lo sguardo di Dio e alla presenza di Dio; avere in mente Dio qualunque cosa stiamo facendo.

Ma tutto questo deve farsi con tranquillità, senza affettazione, che neppur ci se ne avveda: il vostro Gesù solo sappia quel che avviene tra voi e Lui. 

Questo che cosa significa? Non ci devono essere ostentazione, fatica… Se io mi sforzo a fare qualcosa, chi mi è accanto si accorge; si vede quando una persona si sforza per fare qualcosa e la fa con fatica, controvoglia e vorrebbe essere altrove. Quando una persona vive la fede così, i primi segnali che si manifestano sono ansia, angoscia e paura legate al nostro essere discepoli di Gesù: nella discepolanza di Gesù alcune persone, e a tratti anche noi, siamo presi da quella che potremmo chiamare ‘ansia da prestazione’: perché? 

Credo che alla base della mancanza di tranquillità, alla base dell’affettazione, dell’affaticamento ci sia il fatto che non abbiamo mai veramente provato la bellezza della intimità con Gesù.

Uno ha paura di andare in bicicletta perché non ci sa andare e ha paura di cadere. Ma voi conoscete qualcuno che sia andato in bici senza mai essere caduto? Voi conoscete un bambino che è passato dal gattonare al camminare senza mai cadere? Oppure conoscete una persona che ama sciare e non sia mai caduta? Impossibile! Un nuotatore che nella sua vita non abbia mai bevuto? 

Perché allora dovrebbe esistere il cristiano che non cade; un amico di Gesù che non sperimenta la propria inesperienza? Perché dovremmo tutti essere ‘imparati’? È la prima volta che mi metto a seguire Gesù e dovrei essere subito san Francesco d’Assisi…? Anche al più grande sciatore capita di cadere perché ha preso una lastra di ghiaccio; a chi va in bicicletta capita di cadere; a chi cammina capita di inciampare e cadere. Si cade! E non sto parlando del peccato — perché il peccato è un atto disumano, non c’è nulla di umano nel peccare, diceva Papa Benedetto XVI — sto parlando della nostra inesperienza, dell’inesperienza nelle cose di Dio, nell’amicizia con Dio.

L’ansia, la mancanza di tranquillità di cui parla questa anima del Purgatorio, derivano proprio da questo: io non mi metto nella condizione di pensare che io non posso già sapere tutto e che non sono perfetto nella mia amicizia con Gesù, che ci sono e saranno dei momenti in cui, camminando, mi capiterà di cadere, che vuol dire ritornare sui miei passi, riprendermi un po’ la mia libertà, dimenticarmi di Gesù, voler fare una cosa tutto da solo. 

Quando vede il suo bambino che comincia a camminare e cade, la mamma non prende il bastone…anzi, sorride e gli chiede: “Che cosa hai fatto? Sei caduto?” e lo rimette in piedi, qualsiasi mamma lo fa! Se questo fa una mamma con il suo bambino, che cosa mai dovrebbe fare Dio, la Bontà? Che cosa farà mai Dio?

Quindi ansia e paura non vengono da Dio – questa è la sorpresa – vengono da me e dal mio amor proprio… non è: “Ho paura di Dio, di Dio che mi castiga”… queste sono le nostre scuse, i ‘falsi positivi’ dei nostri esami. La realtà è che l’ansia, la paura e il terrore sono figli tutti di un unico padre che si chiama ‘amor proprio’ e di un’unica madre che si chiama ‘superbia’.

Se noi fossimo umili diremmo: “Che scoperta! Da me che cosa ci si potrebbe aspettare se non questo? Sono piccolino; è chiaro che faccio tre passi e poi cado per terra”. 

Così non c’è bisogno che io mi metta a “fare il mistico” per far vedere che io vivo alla presenza di Dio; non c’è bisogno che io ostenti, non serve, perché se ho dentro questo, il desiderio che verrà sarà quello di nascondermi, non di farmi vedere: si tratta di una fiammella troppo preziosa e delicata per essere esposta allo sguardo degli uomini.

il vostro Gesù solo sappia quel che avviene tra voi e Lui

Se è il nostro amico, perché lo devono sapere gli altri? Questo, certo, non significa che dobbiamo diventare degli orsi, ma che questa intimità è con Gesù. Sono importanti la pace del cuore, l’intimità…

Non so se sia capitato anche a voi, ma a me è capitato di guardare qualcuno che reagisce non a me, ma all’immagine che ha di me e io guardo e dico: “Mamma mia, ma che brutta immagine!”. Ma, sapete, l’immaginifico è proprio il terreno del diavolo perché è proprio sganciato dalla realtà: nell’immaginario può accadere qualunque cosa e il demonio costruisce dei castelli di panna montata da far paura! Castelli assolutamente inconsistenti, ma capaci di occupare spazio, di accecare e noi condizioniamo il nostro interiore, il cuore e la mente, finché stiamo nella immaginazione costruendoci i nostri mondi paralleli, le nostre storie, i nostri paesaggi dove tizio e caio ci vogliono male e noi siamo le vittime di altri che ci insultano! 

Quando entro nell’immaginifico è la fine! Non devo entrare lì, ma devo restare nella realtà perché altrimenti immagino che succeda a Dio quello che succede a me, cioè, se io, guardando la persona che reagisce a me, alla mia immagine, rimango sconvolto perché io mai avrei reagito così, immaginiamoci Dio che cosa mai potrebbe pensare… 

“Come? Io ti ho dato mio Figlio, ti ho dato un’anima e io sarei quel mostro? Ma dove sei andato a prenderlo? Da dove lo hai dedotto? Chi te lo ha detto?” “Eh… me lo ha detto il mio amor proprio!”

Voi direte: “No, ma poi ci sono anche quei preti che insegnano certe cose…”. No, guardate, non si scappa da qua: abbiamo dei Santi vissuti nel tempo del giansenismo, eppure sono diventati dei grandi santi! 

Da qui non si scappa: quando io dentro ho fatto e sto facendo una bella esperienza di amicizia con Dio – direbbe Santa Teresa d’Avila – quando sto vivendo un rapporto d’amore con Gesù, che paura dovrei avere? Sì, una paura c’è, quella di fargli del male, e questa è una paura santa, ma non la paura di Gesù. Che cosa di male vuoi che mi faccia Gesù? Con tutto il male, con tutta la cattiveria che ci sono a questo mondo, vuoi che Gesù e Dio Padre mi possano fare del male? Mi castigheranno? Io dei castighi ho una esperienza stupenda! E adesso vi racconto una cosa.

Da bambino, ma anche da adolescente e un po’ anche adesso, ma essendo ora sacerdote sto un po’ più nelle righe, insomma… da sempre, una delle cose che mi è sempre piaciuta di più era raccontare ai miei genitori tutti i pasticci che facevo. È certamente bello raccontare le cose belle che si fanno, ma l’esperienza più bella che ho nella mente è quella di quando correvo a casa e dicevo: “Mamma, mamma, oggi ho combinato un disastro!”. Anche quando andava male qualcosa a scuola non ho mai nascosto i voti o falsificato le firme e ho anche preso i miei tre e quattro… ma mai ho avuto l’idea di nascondere qualcosa; entravo in casa e dicevo: “Ho preso tre!”. E che cosa succedeva? Ne parlavamo e, quando arrivavano i castighi, sentivo che erano giusti e non potevo fare una scena per dire: “È troppo!”.

Alla sera, quando rientravo dal gioco con gli amici, la mamma mi faceva il bagno, mi metteva bello pulito e io, sentendo io ancora le voci degli amici che erano giù in cortile a giocare, chiedevo di poter scendere ancora. Il papà diceva subito: “No! Basta adesso!”, mentre la mamma diceva:” Ma dai, sì… un pochino; basta che non sudi!”. Allora scendevo con mille buoni propositi e mille giuramenti in cuor mio e dopo aver guardato gli amici per tre minuti giocare a ‘ce l’hai’ o a ‘nascondino’ (che mi rapiva il cuore), pensavo che correndo poco o piano (“non sudo perché corro piano”, mi dicevo…) per cinque minuti non avrei sudato. E i cinque minuti diventavano dieci, poi venti, poi mezz’ora … quando si faceva buio tornavamo tutti alle nostre case e io … gocciolavo ovunque, dalle orecchie, dai capelli: avevo gli occhiali appannati, ero bagnato da capo a piedi e la mamma mi chiedeva: “Allora, come è andata?”. Io, con gli occhiali appannati, dicevo: “Tutto bene!”, e lei: “Sei sudato?”… “Io? Sudato? Assolutamente no! Guarda, proprio non ho mai corso… sono stato lì buono e fermo guardando gli altri che correvano e giocavano… io zero!” 

E le gocce cadevano da tutte le parti perché avevo corso come un matto… il mio corpo gridava tutto il contrario. La mamma: “Beh, prima di andare a letto facciamo un altro giro in bagno!”, “ Va beh, se tu lo reputi opportuno…”. Mi prendeva e mi ributtava nella doccia, mentre io giuravo a spergiuravo che non avevo corso; quando uscivo dalla doccia ero più asciutto di quando vi ero entrato…

 Sì, poi qualche volta arrivava il castigo, soprattutto quando mio padre passava e mi vedeva bagnato fradicio… “Allora tu domani non scendi!”. E iniziavano così i pianti come se mi avessero strappato le unghie dei piedi, ma il castigo del papà e della mamma … era bello, giusto, vero e mi faceva capire che stavo loro a cuore… 

Piangevo un po’, mi disperavo e ragionavo: dal papà inutile andare perché non cambierà mai idea, ma dalla mamma… magari mi prendeva in braccio, mi faceva le coccole dicendo: “Ma dai, domani ne riparliamo …”, “Ma io domani non posso non scendere…”. E allora andava la mamma a supplicare e…” Sì, va bene, ma fino a…”. 

La Vergine Maria fa così e quando penso ai castighi di Dio mi dico che vanno bene, che sono giusti… sono assolutamente convinto che sarà il castigo più giusto, vero e bello della mia esistenza e mi farà capire che il Signore mi ama perché, se non mi amasse, non gli importerebbe nulla di me, e poi… che castighi?

Sì, ci sono i castighi, ma vedete nell’Antico Testamento: basta un passo, uno… e Dio ritratta tutto quello che ha detto, come a Ninive… questo è Dio che è La Bontà. 

Basta andare da Lui è dire: “Padre mio, ma no… ma dai…”. Se mostri di aver capito, il Signore… ordina di ammazzare un vitello grasso, passando dal castigo al vitello grasso e all’anello d’oro. Però ci devono essere questa amicizia e questa frequentazione; deve esserci questo amore, questo cercarsi.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.

Amen.

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.

Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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