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Ciclo di catechesi – Il decreto di sterminio (Est 3, 1-15) Lezione 29

Catechesi La Fede 2017-18

Catechesi di lunedì 16 aprile 2018 (prosecuzione della catechesi di lunedì 9 aprile)

Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

Ascolta la registrazione della catechesi:

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Brani commentati durante la catechesi:

Il brano è lo stesso della volta precedente, continua la lettura del commento di Don Dolindo Ruotolo su questo passo del Libro di Ester.

Libro di Ester, capitolo 3

1 In seguito, il re Assuero promosse Amàn figlio di Hammedàta, l`Agaghita, alla più alta dignità e pose il suo seggio al di sopra di quelli di tutti i prìncipi che erano con lui. 2 Tutti i ministri del re, che stavano alla porta del re, piegavano il ginocchio e si prostravano davanti ad Amàn, perché così aveva ordinato il re a suo riguardo. Ma Mardocheo non piegava il ginocchio né si prostrava. 3 I ministri del re che stavano alla porta del re dissero a Mardocheo: “Perché trasgredisci l’ordine del re?”. 4 Ma, sebbene glielo ripetessero tutti i giorni, egli non dava loro ascolto. Allora quelli riferirono la cosa ad Amàn, per vedere se Mardocheo avrebbe insistito nel suo atteggiamento, perché aveva detto loro che era un Giudeo. 5 Amàn vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e ne fu pieno d’ira; 6 ma disdegnò di metter le mani addosso soltanto a Mardocheo, poiché gli avevano detto a quale popolo Mardocheo apparteneva. Egli si propose di distruggere il popolo di Mardocheo, tutti i Giudei che si trovavano in tutto il regno d’Assuero.

7 Il primo mese, cioè il mese di Nisan, il decimosecondo anno del re Assuero, si gettò il pur, cioè la sorte, alla presenza di Amàn, per la scelta del giorno e del mese. La sorte cadde sul tredici del decimosecondo mese, chiamato Adàr. 8 Allora Amàn disse al re Assuero: “Vi è un popolo segregato e anche disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del re; non conviene quindi che il re lo tolleri. 9 Se così piace al re, si ordini che esso sia distrutto; io farò passare diecimila talenti d’argento in mano agli amministratori del re, perché siano versati nel tesoro reale”. 10 Allora il re si tolse l’anello di mano e lo diede ad Amàn, l’Agaghita, figlio di Hammedàta e nemico dei Giudei. 11 Il re disse ad Amàn: “il denaro sia per te: al popolo fa’ pure quello che ti sembra bene”. 12 Il tredici del primo mese furono chiamati i segretari del re e fu scritto, seguendo in tutto gli ordini di Amàn, ai satrapi del re e ai governatori di ogni provincia secondo il loro modo di scrivere e ad ogni popolo nella sua lingua. Lo scritto fu redatto in nome del re Assuero e sigillato con il sigillo reale. 13 Questi documenti scritti furono spediti per mezzo di corrieri in tutte le province del re, perché si distruggessero, si uccidessero, si sterminassero tutti i Giudei, giovani e vecchi, bambini e donne, in un medesimo giorno, il tredici del decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, e si saccheggiassero i loro beni.

Il decreto 13a Questa è la copia della lettera:”Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue: 13b Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini. 13c Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, 13d ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto. 13e Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, 13f abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; 13g perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”. 14 Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno. 15 I corrieri partirono in tutta fretta per ordine del re e il decreto fu promulgato subito nella cittadella di Susa. Mentre il re e Amàn stavano a gozzovigliare, la città di Susa era costernata.

Testo della catechesi

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Proseguiamo con la lettura del testo di don Dolindo Ruotolo.

Il popolo ebreo non aveva voluto rimpatriare ed era rimasto volontariamente nella terra d’esilio; — si trovava in esilio a motivo dei suoi peccati e, adesso che il Signore lo richiama verso la terra promessa, lui dice no — Zorobabele, Neemia, Esdra non riuscirono a far tornare nella terra promessa che una piccola parte di Giudei, gli altri credettero più conveniente rimanere là dove avevano ormai affari e possessioni, credettero anzi per loro un bene il rimanere indisturbati; erano fuori dalla terra benedetta dove Dio regnava e non potettero trovare la salvezza che per le cause seconde. 

Quindi loro si oppongono a questo trasferimento, a questo ritorno nella terra promessa, perché ormai lì avevano messo un po’ le radici, ormai si erano ambientati, erano un po’ cresciuti lì e quindi quella terra, seppure fosse d’esilio, comunque gli dava delle certezze, e queste certezze per loro erano più importanti che dover smontare tutto e rimettersi in cammino e tornare alla terra promessa. E allora, don Dolindo sottolinea che, a questo punto, Dio sì interviene, ma non può intervenire attraverso le cause prime, cioè in modo diretto perché, nella misura in cui io mi oppongo ai suoi progetti, alla sua volontà, è chiaro che, se ci sarà un intervento, sarà sempre un intervento relativo a quella possibilità che io gli ho lasciato aperta.

Tutto è ponderato mirabilmente nelle vie della Divina Provvidenza — anche se l’uomo, di fatto, alle volte si mette d’intralcio ai progetti della Divina Provvidenza — Aman, — che era appunto il primo ministro del re Assuero —  dopo aver disposto tutto il suo piano di azione, — che era quello di far morire Mardocheo che, come abbiamo visto la volta scorsa, non ha voluto inginocchiarsi per adorarlo, non vuole asservirsi a questa sorta di idolatria del re e di Assuero, e quindi Aman decide di volerlo uccidere, e insieme a lui tutto il popolo — gli presentò, al re Assuero, il popolo ebreo come un pericolo nazionale, e disse che doveva essere sterminato. Con sottile malignità fece notare che era un popolo diviso e disperso fra gli altri, che quindi non poteva offrire una valida resistenza alla forza pubblica, e promise di versare dieci mila talenti d’argento alle casse dello stato, come frutto della confisca dei beni che sarebbe stata fatta agli ebrei massacrati.

Questi dettagli sono molto importanti, perché poi vedremo, nella lettura spirituale che fa lui, quanto questi fatti rappresentano un fatto grosso anche per noi. Il re che cosa fa?

Il Re si tolse dalla mano l’anello, cioè il sigillo reale, e lo diede ad Aman autorizzandolo a far tutto quello che avesse creduto: quanto al denaro che prometteva, lo cedette interamente a lui. — al re non interessava il denaro — Subito Aman si diede all’opera, e chiamati gli scribi del Re, fece redigere in varie lingue l’editto del massacro e lo fece spedire dai corrieri in tutte le province. Fu così stabilito che il tredici del dodicesimo mese fossero sterminati tutti gli Ebrei; l’editto fu affisso in Susa, mentre il Re ed Aman banchettavano, e cagionò un gran pianto fra tutti i giudei che erano in quella città.

Quindi Aman riesce ad ottenere questo editto, che scriverà lui, e lo riesce ad ottenere grazie all’anello del Re, che era — diciamo così — la sua firma. Infatti, tutti i testi che portavano il sigillo regale voleva dire che avevano la benedizione del Re, perché il sigillo stava solo sulla mano del re e quindi per tutti era chiaro che il re autorizzava e sosteneva questa decisione.

Adesso don Dolindo fa questa lettura spirituale, che mi sembra essere veramente molto, molto importante, molto intensa.

Assuero — il re — esaltò Aman sopra tutti i principi, confidò pienamente in lui, gli cedette persino il suo sigillo, ed Aman abusò della fiducia in lui riposta per sfogare la sua ira e la sua vendetta. Quale lezione per chi sta a capo e per la nostra medesima vita privata! — Perché? — Nessuno può accordare la sua piena fiducia ad un altro, senza controllarne le attività; chi è responsabile di un regno, di una società, di una diocesi, di una comunità, di una famiglia, deve sempre prendere conto di tutto personalmente; è un errore madornale cedere la propria autorità, perché il cuore umano è incostante, e può mutarsi.

Cerchiamo di approfondire bene questi concetti, perché voi capite che qui ci siamo dentro tutti. Innanzitutto, don Dolindo ci ricorda, meditando questo testo, che dare tutta la nostra fiducia a un’altra persona, come fa Assuero con Aman, è un fatto molto rischioso e chiede, a chi fa questo passo per ragioni sue, di tenere molto monitorata la situazione. Cioè, la persona delegata deve essere controllata, bisogna che ci sia la possibilità di un rendiconto, di una verifica; non può mai essere una fiducia data a occhi chiusi, così, totalmente data, dove uno non va più a verificare niente, altrimenti quando poi verificherai — come succederà al re Assuero più avanti — scoprirai un bel pasticcio, scoprirai che tu hai riposto la fiducia nella persona sbagliata, e scoprirai che questa persona, invece di essere degna di questa fiducia, l’ha usata per proprio uso e consumo. E questo, guardate, credo che sia una delle amarezze più amare della vita, una delle delusioni più potenti della vita, perché proprio si capisce di avere completamente fallito. Perché tu credevi, pensavi, e invece… E, inoltre, hai fatto una pessima lettura della realtà: non sei stato in grado di leggere la persona che hai davanti, non sei stato in grado di saperla intendere e interpretare per quello che realmente è.

Oggi va molto di moda questo modo di ragionare, del tipo: “Tu non hai fiducia in me. Perché non mi dai fiducia?”; ma, capite, innanzitutto la fiducia non può essere una pretesa e non è un diritto; nessuno ha il diritto sulla mia fiducia e nessuno può averne la pretesa. La fiducia non si può pretendere, non si può rubare, non è una cosa che tu la vedi, la prendi e la porti via. E non si può rimanere male perché non mi viene data fiducia; non mi viene data fiducia per tante ragioni. Noi, invece, subito così, in quattro e quattr’otto, vogliamo entrare nella vita degli altri e vogliamo tutta la fiducia del mondo; non si può, ci vuole tempo. Il campo della fiducia è un campo estremamente delicato. E se la dai, poi tu devi andare a controllare; dopo tu devi andare a verificare che effettivamente questa persona la stia esercitando bene.

Don Dolindo scrive, infatti: «chi è responsabile di un regno, di una società… deve sempre prendere conto di tutto personalmente». Quindi se sei un papà, vai a controllare il libretto di tuo figlio, non perché tu non abbia fiducia, ma proprio perché siccome dai fiducia, devi avere conto. Noi abbiamo questa idea che avere fiducia vuol dire “ad occhi chiusi”, ma non è questo. Avere fiducia non vuol dire che io divento cieco, sordo e muto. Avere fiducia non vuol dire che io non vengo a chiederti ragione di quello che tu stai facendo. Avere fiducia vuol dire che io ti sto dando fiducia, ma io voglio vedere come tu stai esercitando questa fiducia, che cosa tu ne stai facendo, di questa fiducia. Io lo voglio vedere! Ed è un mio diritto volerlo vedere, non è una mancanza di fiducia, ma fa parte dello statuto della fiducia verificare come tu la stai usando; perché tu non sei Dio e io non sono Dio, come vedremo.

Quindi, non siamo collocati dentro la stabilità, noi non siamo immutabili; tante cose possono succedere nella nostra vita, tanti sentimenti possono prendere il posto del nostro cervello. E poi, cosa facciamo? Capite che poi diventa un problema! Infatti, come scrive don Dolindo: «è un errore madornale cedere la propria autorità, perché il cuore umano è incostante, e può mutarsi»; capite che è proprio un ragionamento molto semplice, ed è un ragionamento che prende le mosse dall’esperienza, ed è un’esperienza nostra personale. Tutti noi abbiamo fatto esperienza che il nostro cuore è incostante. Ma chi di noi non ha fatto questa esperienza? Chi di noi non ha fatto l’esperienza che il proprio cuore adesso è sul melo e tra mezza giornata è sul pero? Chi di noi non ha fatto l’esperienza di dire: “Prometto a Dio che …” e la sera stessa ha già mancato? Chi di noi non ha fatto esperienza di dire: “Sento nel cuore un grande ardore per la verità” e, due giorni dopo, di non sentirlo più, oppure: inizio a fare una pratica di pietà e, dopo una settimana, la pianto lì. Il nostro cuore è mutevole, è incostante. Oppure: “Sono devotissimo di Santa… Ho iniziato la novena”; bene, arriva al settimo giorno e dice: “Mi son dimenticato”, ma come mi sono dimenticato? Noi siamo fatti così!

Quando io do la fiducia, quando io ricevo la fiducia, non posso dimenticarmi del mio cuore. E se io fossi onesto e vero, dovrei essere io il primo a dire: “Grazie che mi dai la tua fiducia. Però non ti dimenticare che io sono incostante”; questo non lo dice mai nessuno. Tutti pretendono, tutti esigono, tutti vogliono fiducia totale, piena, ma mai nessuno che ti dica: “Però ricordati che io sono incostante e mutevole”, mai! Primo perché ci sentiamo dei piccoli Dio, tutti, e, secondariamente, noi abbiamo un’idea di noi stessi che è assolutamente irreale. Noi andiamo a confessarci, però la confessione non ci ha insegnato chi siamo noi; è come se i peccati fossero una parte esterna a noi, cioè, pensiamo: io faccio i peccati, ma non sono io. Io faccio i peccati ma non mi sono veramente entrati! È una protesi, è una lunga mano mia che ha fatto i peccati, però io, poi, sono una persona sgargiante, meravigliosa, ho qualche defaillance. No, no: tu hai fatto quel male e quel male ti è entrato nelle vene, e questo bisogna dirlo, perché sennò Gesù Cristo non sarebbe morto in croce per questo, per una protesi.

Impariamo a essere onesti con noi stessi e con gli altri e impariamo a dire chi siamo, invece di dare via un’immagine falsa di noi, che non è reale. Scrive don Dolindo:

Dio non fa opere superflue, concede al capo le grazie per governare, non le concede a chiunque; abdicare alla propria autorità in favore di un prediletto, significa affidare l’autorità a chi non ha la grazia per esercitarla, e produrre rovine.

A un papà, a una mamma, a un capo di lavoro, a un prete, a un professore, a un educatore, Dio dà delle grazie di stato, legate al suo stato. Le grazie che Dio dà a un padre di famiglia, a me non le ha date, e le grazie che ha dato a me non le ha date a lui. Perché le grazie di stato servono per svolgere quello stato. Dio non fa le cose inutili! Ora, se ti chiama al sacerdozio e ti fa ordinare prete, ti dà le grazie di stato legate al sacerdozio e non le dà agli altri. Quelle grazie lì, legate al tuo stato sono come l’anello del re: stai molto attento a cosa ne fai, a come le eserciti e, soprattutto, se le affidi, a chi le affidi; se le deleghi — cosa possibile — bisogna stare molto attenti a chi le vai a delegare e come tu ne fai la pesa. Di certo non si può abdicare. Un re che fa il re abdicando dall’essere re, non è re, anche se sembra esserlo, e questa è la cosa peggiore. Ecco perché don Dolindo dice: «abdicare alla propria autorità in favore di un prediletto». Il fatto che io ti voglia bene non vuol dire che io non veda la verità in te, tutt’altro: la vedo meglio!

Nella nostra testa vige un’equazione: “Volermi bene vuol dire stare dalla mia parte”; no, no, no. Volerti bene vuol dire stare dalla parte della verità, che non è dalla parte di nessuno. Noi invece che cosa facciamo? Quando vogliamo bene a qualcuno, tendiamo a chiudere gli occhi, le orecchie, la bocca, il naso, tutto; facciamo finta di non vedere. Quando invece qualcun altro non ci interessa, stiamo lì con il microscopio elettronico a misurare tutto e non gliene facciamo scappare una. Se poi una persona ci è antipatica, basta che respiri e già non va bene.

Alla propria autorità non si può abdicare mai, in favore di nessuno; che sia la persona alla quale voglio più bene a questo mondo, la persona alla quale sono più legato — magari sono anche in debito verso questa persona, benissimo — ma tu non puoi abdicare per nessuno. Quella tua autorità la devi esercitare tu, puoi delegarla temporaneamente, parzialmente, ma non puoi abdicarla, perché l’altro non ha le grazie di stato per portarla, questo è il punto. L’altro la può reggere un po’, la può condividere con te per delle necessità, ma non può portarla al posto tuo. 

E qui facciamo degli esempi.

Vale per il professore. E fare il professore non vuol dire semplicemente insegnare una materia, ma vuol dire educare a quella materia, che è tutta un’altra cosa. Vuol dire insegnare un metodo, vuol dire insegnare uno stile, vuol dire insegnare un’educazione, vuol dire insegnare un rigore; vuol dire proprio che l’alunno deve imparare non tanto le tue nozioni, quanto il metodo per apprendere quelle nozioni. Noi dobbiamo capire che nella nostra vita, e nella nostra fede, se non abbiamo un metodo di interfaccia con la realtà, con la cultura, con le persone, noi saremo sempre quello che non siamo, noi penseremo di essere quello che non siamo. Ecco perché don Dolindo ci richiama all’importanza del non abdicare alla nostra autorità. 

La stessa cosa vale per un papà, per una mamma, per un prete. Avere autorità, se sono un papà, una mamma, un prete, non vuol dire autoritarismo, ma vuol dire autorità, vuol dire credibilità, vuol dire che non puoi avere davanti un fanfarone, perché gli altri lo capiscono se hanno davanti un fanfarone, lo capiscono se hanno davanti una persona che è assolutamente impreparata. Un figlio lo capisce benissimo se ha davanti un “gigione” al posto di avere davanti un padre, o una madre che dice: “Ma sì, va bene tutto…”; non va bene tutto! Fare così vorrebbe dire «affidare l’autorità a chi non ha la grazia di esercitarla» e in questa maniera produrre rovine; certo perché, se tu non sai tenere l’ordine perché tu sei il primo a essere disordinato, è chiaro che poi generi disordini negli altri.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Informazioni

Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.

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