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Ciclo di catechesi – Il complotto di Amàn contro i Giudei (Est 3,1-15) Lezione 30

Catechesi La Fede 2017-18

Catechesi di lunedì 23 aprile 2018 (prosecuzione della catechesi di lunedì 16 aprile)

Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

Ascolta la registrazione della catechesi:

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Brani commentati durante la catechesi:

Il brano è lo stesso della volta precedente, continua la lettura del commento di Don Dolindo Ruotolo su questo passo del Libro di Ester.

Libro di Ester, capitolo 3

1 In seguito, il re Assuero promosse Amàn figlio di Hammedàta, l`Agaghita, alla più alta dignità e pose il suo seggio al di sopra di quelli di tutti i prìncipi che erano con lui. 2 Tutti i ministri del re, che stavano alla porta del re, piegavano il ginocchio e si prostravano davanti ad Amàn, perché così aveva ordinato il re a suo riguardo. Ma Mardocheo non piegava il ginocchio né si prostrava. 3 I ministri del re che stavano alla porta del re dissero a Mardocheo: “Perché trasgredisci l’ordine del re?”. 4 Ma, sebbene glielo ripetessero tutti i giorni, egli non dava loro ascolto. Allora quelli riferirono la cosa ad Amàn, per vedere se Mardocheo avrebbe insistito nel suo atteggiamento, perché aveva detto loro che era un Giudeo. 5 Amàn vide che Mardocheo non s’inginocchiava né si prostrava davanti a lui e ne fu pieno d’ira; 6 ma disdegnò di metter le mani addosso soltanto a Mardocheo, poiché gli avevano detto a quale popolo Mardocheo apparteneva. Egli si propose di distruggere il popolo di Mardocheo, tutti i Giudei che si trovavano in tutto il regno d’Assuero.

7 Il primo mese, cioè il mese di Nisan, il decimosecondo anno del re Assuero, si gettò il pur, cioè la sorte, alla presenza di Amàn, per la scelta del giorno e del mese. La sorte cadde sul tredici del decimosecondo mese, chiamato Adàr. 8 Allora Amàn disse al re Assuero: “Vi è un popolo segregato e anche disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del re; non conviene quindi che il re lo tolleri. 9 Se così piace al re, si ordini che esso sia distrutto; io farò passare diecimila talenti d’argento in mano agli amministratori del re, perché siano versati nel tesoro reale”. 10 Allora il re si tolse l’anello di mano e lo diede ad Amàn, l’Agaghita, figlio di Hammedàta e nemico dei Giudei. 11 Il re disse ad Amàn: “il denaro sia per te: al popolo fa’ pure quello che ti sembra bene”. 12 Il tredici del primo mese furono chiamati i segretari del re e fu scritto, seguendo in tutto gli ordini di Amàn, ai satrapi del re e ai governatori di ogni provincia secondo il loro modo di scrivere e ad ogni popolo nella sua lingua. Lo scritto fu redatto in nome del re Assuero e sigillato con il sigillo reale. 13 Questi documenti scritti furono spediti per mezzo di corrieri in tutte le province del re, perché si distruggessero, si uccidessero, si sterminassero tutti i Giudei, giovani e vecchi, bambini e donne, in un medesimo giorno, il tredici del decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, e si saccheggiassero i loro beni.

Il decreto 13a Questa è la copia della lettera:”Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue: 13b Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini. 13c Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, 13d ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto. 13e Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, 13f abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; 13g perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”. 14 Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno. 15 I corrieri partirono in tutta fretta per ordine del re e il decreto fu promulgato subito nella cittadella di Susa. Mentre il re e Amàn stavano a gozzovigliare, la città di Susa era costernata.

Testo della catechesi

Scarica il testo della catechesi in formato PDF

Buonasera a tutti, continuiamo la nostra catechesi. Stiamo affrontando il libro di Ester e lo stiamo affrontando attraverso il commento esegetico scritto da don Dolindo Ruotolo, questo sacerdote figlio spirituale di Padre Pio da Pietrelcina, morto in concetto di santità.

 La volta scorsa abbiamo iniziato ad affrontare il rapporto tra il re Assuero e Aman, che è il suo “Primo ministro”, o comunque una persona di grandissima fiducia, e abbiamo visto quanto sia importante non abdicare alla propria autorità in favore di un prediletto, di una persona comunque degna di fede, e quanto questa autorità, che ciascuno di noi ha in relazione alla sua vocazione e al suo stile di vita, comporti anche uno stato di grazia che permette a chi vive, a chi esercita quell’autorità legata al suo stile di vita, di avere tutti gli strumenti necessari per viverla nel migliore dei modi. 

 Questa sera ci soffermiamo ancora un po’ su questo argomento e don Dolindo ci fa riflettere ancora sull’inganno che il re Assuero ha vissuto nei confronti di Aman. Il re, infatti, credeva che Aman fosse sincero nei suoi sentimenti, nei suoi desideri, in quello che lui gli aveva manifestato. Scrive don Dolindo: 

Quante volte i superiori possono essere ingannati dai loro subalterni senza accorgersene!

Quante volte un genitore può essere ingannato dal proprio figlio; un confessore dal suo penitente; un datore di lavoro dal suo dipendente. Quante volte può succedere di essere ingannati senza accorgersi di essere stati ingannati.

In generale bisogna sempre diffidare, non credere con facilità a quello che si riporta, non cedere la propria fiducia senza ragionare e senza indagare.

Come dicevamo la volta scorsa, il fatto che io ti dia fiducia, non implica l’esclusione della mia testa, della mia capacità di ragionare, della mia capacità di giudizio e anche del mio dover verificare. Io devo verificare se le cose che tu mi dici sono vere o quantomeno, se sono reali. Perché, sapete, solo i santi hanno una visione reale della realtà, tutti noialtri, purtroppo, abbiamo una visione della realtà che non è reale al cento per cento; è reale nella misura del nostro stato di grazia, ma quanto più il peccato è dentro di noi, quanto più noi siamo lontani da Dio, più non abbiamo una intelligenza precisa della realtà, vediamo un po’ a macchia di leopardo. Noi crediamo di avere una visione reale, in realtà il nostro cervello, la nostra coscienza fa una fatica enorme perché non vede la realtà; vede alcune parti della realtà e, dovendo fare delle sintesi, deve fare uno sforzo incredibile per collegare le varie parti. E non ha mai una visione di insieme, è sempre una visione un po’ a spicchio d’arancia, dovuta appunto a questa mancanza di complessità della visione, dovuta alla mancanza della sapienza, che è un dono di Dio. Nel libro della Sapienza, al capitolo nove, c’è quella bellissima preghiera del re Salomone che invoca il dono della Sapienza. 

Quando riceviamo un qualcosa da qualcuno (e magari quella persona non sta mentendo, sta dicendo la verità, la sua verità, quello che lei o lui vede) questo ci permette di dire: va bene, ma quanto tutto questo corrisponde a ciò che realmente è? Allora devo verificarlo io, devo anch’io andare a vedere questa cosa. Ricordiamoci sempre di non basare mai i nostri giudizi su ciò che ci viene detto, mai! Né nel bene né nel male; andiamo noi di persona sempre a farci la nostra idea. Dobbiamo sempre verificare come stanno le cose, non bisogna mai credere totalmente a quello che ci viene riferito.

Questo accade spesso anche all’interno delle famiglie. Di norma cosa succede? Il papà e la mamma della moglie difendono sempre lei contro il marito mentre il papà e la mamma del marito difendono sempre lui contro la moglie, e questo non va bene; non è un giudizio reale, è un giudizio fortemente corrotto, molto parziale, dipendente dall’affetto, non dall’oggettività. Non è detto che mio figlio perché è mio figlio abbia sempre ragione. Non è detto che mia madre, perché è mia madre, abbia sempre ragione; non è detto che mia moglie, perché è mia moglie, abbia sempre ragione. Io devo verificare che quelle cose siano vere e potrebbe succedere che debba dire a mia figlia: “No, tu hai torto”, perché questa volta ha ragione lui, anche se non è mio figlio. Noi dobbiamo sempre verificare; ascoltiamo, ma poi dobbiamo dire: “Va bene, questo è quello che ci viene detto; adesso voglio vedere anch’io come stanno le cose”. E questo comporta, dice don Dolindo, un aumento della capacità di raziocinio; devo fare andare le mie meningi cioè, devo pensare, devo riflettere bene, devo usare la mia testa, devo indagare e devo vedere se le cose stanno così.

Quando si vede negli altri una soverchia premura ed insistenza per raggiungere uno scopo, presentato come un vantaggio, allora bisogna stare ancora più in guardia, perché in generale l’uomo è egoista, non cerca che il suo tornaconto, non desidera che raggiungere quello che brama.

Questi sono concetti veramente importanti. Punto uno: quando qualcuno con noi è molto insistente, è molto premuroso nel senso che si vede che ci tiene tanto e porta mille ragioni per arrivare al suo fine, presenta il raggiungimento di questo fine come un vantaggio (di norma è un vantaggio “universale”, cioè per tutti), dice tutte le sue mille ragioni per fare quella cosa, allora don Dolindo scrive a ragione: “State molto attenti, perché ci sarà sempre una ragione. Anch in colui che fa peccato, c’è sempre un perché; e non è detto che tutte le ragioni che vengono portate, apparentemente buone, siano realmente buone. Bisogna verificare.

Non dimentichiamoci mai che “l’Affetto intelletto lega” diceva Dante. Stiamo attenti a non perdere la capacità di giudizio in nome di un affetto disordinato e mal riposto; chiunque sia l’oggetto in questione. E don Dolindo lo spiega perché bisogna stare attenti: «perché in generale l’uomo è egoista, non cerca che il suo tornaconto, non desidera che raggiungere quello che brama». Siamo tutti così! Il cammino della santità serve per abbandonare questo guscio terribile che è l’egoismo, vale a dire l’io messo al centro; il vedere prima me di tutto il resto. Bisogna stare molto attenti perché tutti siamo segnati da questo peccato, tutti siamo segnati dal nostro tornaconto, dal nostro comodo, non da ciò che è vero. E poi, chi ne paga le conseguenze? Chi magari egoista non è. Dopo tutti pagano le conseguenze, e questo non va bene. Quindi capite che ci vuole molto discernimento.

Don Dolindo scrive: «non desidera che raggiungere quello che brama»; ecco, su questo sarebbe molto importante che ciascuno di noi imparasse, almeno con il suo confessore, non solamente a manifestare i suoi peccati, ma a dire quello che brama nel profondo, cioè: che cosa io profondamente desidero? Che cosa veramente dentro arde per cui io sono lì proprio che ardo insieme a questo desiderio? Che cosa io vorrei? E, guardate, sono pochissimi coloro che si collocano a questo livello perché, di solito, tutti ci si colloca al livello del: “Vado a dire i peccati; ho fatto questi peccati, ho fatto questi sbagli, ho questi disordini, ho fatto queste mancanze, non mi sono comportato bene”, e questo va benissimo ma, il tuo desiderio, quello profondo che sta molto prima del tuo peccato, quel desiderio lì che volto ha? Che nome porta? Che caratteristiche ha? Quante teste ha quel desiderio? Non è detto che abbia una sola testa, non è detto che abbia una sola manifestazione, una sola connotazione, può darsi che quel desiderio abbia un solo corpo ma varie sfaccettature.  Questo lavoro su di sé è molto, molto, molto importante, perché è l’unico vero lavoro che permette la manifestazione profonda dell’io, della mia coscienza e che permette un lavoro veramente strutturale, e anche strutturato sulla persona, perché a questo livello, capite, non possiamo più raccontarcela, a questo livello non c’è più spazio per il nascondimento, non c’è più spazio per una doppia/tripla faccia, non c’è più spazio per l’ipocrisia.

A questo livello siamo completamente quello che siamo, siamo proprio completamente trasparenti ed è comprensibile che questo lavoro sia un lavoro faticoso, difficile; lo è perché, ovviamente, porta con sé tutta una serie di paure, perché ci scopre completamente, toglie ogni difesa, rivela esattamente quello che siamo, ci espone alla possibilità di sentirci giudicati, magari ancora peggio, rifiutati, o comunque di sentirci catalogati, oppure abbiamo paura di perdere il consenso, l’approvazione, la benevolenza, perché riteniamo magari quel desiderio o quei desideri profondi qualcosa di sbagliato, di ingiusto, di inopportuno, di disordinato, di non corretto. 

Possono esserci tante ragioni che rendono faticosa questa manifestazione. Però, se si ha il coraggio di dire: “Per meno non vale la pena di vivere una vita cristiana”… cosa me ne faccio di una finta amicizia? Cosa me ne faccio io del fatto che l’altro mi sia amico perché crede di me ciò che non c’è e perché non vede in me quello che realmente sono? Cosa me ne faccio? È un’illusione non è reale. Quella cosa non sta in piedi; i sorrisi che mi fa, gli sguardi che mi dà, le uscite a cena che facciamo, le confidenze… è tutto falso; perché io non ho la certezza interiore che tutto questo sia fondato sulla reale conoscenza che ha di me, sulla reale accettazione che ha di me, ma è fondato su un’apparenza.

Scandagliare questo fondale marino, che il è il desiderio, è fondamentale, perché permette di far venire a galla i relitti, cose magari sepolte e da chissà quanto che son là sotto, e che sono pericolose lasciate lì così perché chi sta naviga è convinto di essere in un mare profondo 900 metri in realtà è in un mare che è anche profondo 900 metri, ma con sotto un relitto che è alto 890 m; alla prima manovra, chi sta sopra, si inchioda assieme alla sua barca e viene giù tutto. Non è opportuna questa cosa per nessuno: né per il mare, né per la barca che sta sopra. Non è un vantaggio.

Quindi la verifica di questa bramosia noi dovremmo farla sempre con l’esame di coscienza e comunque, quando ci mettiamo davanti a Gesù, dovremmo sempre testare il nostro cuore per che cosa batte, che cosa desidera, e avere la grazia di trovare qualcuno a cui poterlo manifestare; e questa certamente è la grazia più grande in assoluto.

Aman era potentissimo, era persino adorato come una divinità, ma tutta la sua potenza s’infranse contro la fiera volontà di Mardocheo.

Adesso don Dolindo apre una nuova riflessione su queste due figure.

Quale forza terribile è la volontà anche in un bambino, quale potenza contro la quale non può nulla neppure la forza del cannone! L’umile portinaio — Mardocheo — vinceva il superbo principe — Aman — con la sua volontà. Aman potette fare l’editto di persecuzione ma non potette conquidere quella volontà. Chi sta a capo — attenti: pensate ai genitori qui presenti, pensate a chi ha compiti di responsabilità — deve tenere conto di questa terribile forza se vuole governare bene, non può trattare i sudditi con disprezzo, quasi fossero automi, ma deve dominarne la volontà con la giustizia, col ragionamento e con l’amore.

Con queste parole si apre davanti a noi un mondo. Allora, l’imposizione e l’autoritarismo non portano da nessuna parte, non hanno mai convinto nessuno, non hanno mai educato nessuno, non hanno mai fatto cambiare nessuno, anzi… Il potere non può nulla di fatto contro la volontà del singolo; la storia è piena di esempi di questo genere, e non esiste un potere nella storia, grande che sia, che non sia finito. Pensate a Roma e a Cesare: tutto finito! Quindi stiamo molto attenti a illuderci che il potere ci dia la possibilità di dominare gli altri e di fare quello che io voglio, perché in realtà questo potere non mi permette di fare quello che voglio, perché io devo ricordarmi sempre, come dice Dolindo, che ho davanti delle persone che sono libere e che sono volitive, non ho davanti dei robot.

Che cosa invece può effettivamente agire sulla volontà di coloro che ho davanti? Lui lo dice molto bene, punto primo: la giustizia. Un superiore, qualunque superiore, chiunque abbia un ruolo, anche minimo di autorità, (professore, infermiere, medico, avvocato, prete, suora, mamma o papà; e ovviamente più grande il potere maggiore è l’incisione di questo ragionamento) ed è ingiusto, ha già fallito, ha già perso tutto il suo potere. L’ingiustizia mina alla radice l’esercizio di qualunque potere; nel momento in cui tu sei ingiusto tu hai perso il potere. Perché il potere è un dono che ci viene dato per servire le altre persone. E, notate, la giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma la giustizia è dare a ciascuno il suo; che è diverso. Infatti, nella legge morale cristiana, rubare è un peccato mortale, ma se un bambino ruba perché sta morendo di fame non commette nessun peccato. Quindi, la legge non è una realtà che cade addosso alla persona, ma a ciascuno deve essere dato il suo. 

È vero che la legge è uguale per tutti, ma nel senso che tutti sono chiamati ad obbedire alla legge: l’applicazione poi della legge deve riguardare il singolo; infatti, i processi sono al singolo, è il singolo che è chiamato davanti al giudice a rendere ragione di sé, non la massa.

Quindi, innanzitutto dobbiamo essere giusti; un’educatrice, un uomo di responsabilità non può permettersi ingiustizie, né piccole e a maggior ragione grandi; deve stare molto attento di essere un uomo giusto. Quindi deve castigare quando deve castigare, premiare quando deve premiare, correggere quando deve correggere, amare — nel senso proprio più tenero del termine — quando è giusto farlo; deve essere giusto, sempre, in tutto e, se sbaglia, deve chiedere perdono con tanta semplicità, dicendo: “Non ho applicato la giustizia; sono stato ingiusto”. E, guardate, che questo i figli lo sentono subito; quando ci sono più fratelli c’è sempre qualcuno che dice: la mia mamma vuole più bene “a” o il mio papà vuole più bene “a”; che poi se uno va dal papà o dalla mamma in questione e dice: “Ma è vero che voi volete più bene a …” loro rispondono: “No, non è vero, per noi sono tutti uguali”; ma questo non è vero, questa è già una cosa irreale, perché è chiaro che un figlio non è uguale all’altro, questo è ovvio, perché ha tutte le sue caratteristiche. È chiaro che noi per uno avremo più simpatia cioè, più pathos che per l’altro, ma l’uomo giusto è quello che non si fa trascinare da questa simpatia. Se l’altro figlio se ne accorge, vuol dire che è probabile che mi stia facendo trascinare. 

Secondo punto: «col ragionamento». Chi esercita un compito di responsabilità, deve saper ragionare, se ho davanti uno stupido, è finita. Semplicemente può diventare un dittatore cioè, può costringermi ad obbedire fintanto che mi tiene sotto i piedi, fintanto che mi può ricattare, ma una volta che non mi può più ricattare è finita, perché non mi ha dato niente. Caso tipico sono i figli che vanno a messa, vanno in chiesa, vanno a confessarsi fino alla cresima, poi, fatta la cresima, spariscono completamente. Evidentemente quella fede non era molto ragionevole così come è stata presentata; è molto probabilmente — non certo — che sia così. E la ragionevolezza di una proposta della fede, della legge, viene mostrata dalla vita di colui che amministra la legge. Se io vedo che per mia madre, per mio padre andare in chiesa è ragionevole “alle volte”, per me non è ragionevole mai; perché una cosa o è ragionevole o non lo è, non è un po’ sì e un po’ no! E gli adulti invece, sono molto bravi nel trovare il compromesso e l’eccezione a tutto. Fare questo con un ragazzo, con un giovane, è la morte, perché tutti noi siamo stati ragazzi e giovani e tutti noi ci ricordiamo che per un giovane non esiste il grigio; la realtà è o bianca o nera. Se tu proponi un grigio, tu hai già fallito, perdi di credibilità.

Noi siamo assolutamente grigi, in tutto! Noi siamo tante sfumature di grigio con chi tende di più verso il nero e chi tende verso il bianco, ma siamo tutti grigi. E questo perché la maggior parte di noi ha perso l’entusiasmo, ha perso quella idealità bella, ha perso lo stupore, la capacità di stupirsi. Tu vedi tutti questi adulti stanchi, scuri, demotivati, disillusi, tediati, annoiati, che son sempre in affanno. Non è ragionevole una vita così! E infatti i giovani di oggi, se voi notate, sono senza progetto. Se uno chiede a un giovane: “Cosa vuoi fare da grande?” la risposta è “Boh”, perché niente è stato presentato come ragionevole. Ragionevole è qualcosa per cui la ragione dice: questo è bello; questo vale; questo vale la mia vita; qui mi voglio mettere dentro tutto. E se mi voglio mettere dentro tutto, è ovvio che devo vedere qualcun altro che ha messo dentro tutto e che ha dato tutto, e che non fa eccezioni, e che non fa sconti innanzitutto su sé stesso. Se comincio a vedere mia madre e mio padre che alla domenica prima fanno tutta la casa, sistemano, stirano, lavano, puliscono, guardano la televisione e fanno le loro cose, poi all’ultimo, corrono e arrivano alla messa che è già quasi iniziata… eh, questo non è ragionevole! Uno quando diventa un po’ più grande dice: senti, per andare a messa così non ci vado proprio, non mi interessa.

Tutta la nostra proposta deve essere sempre una proposta fondata sulla ragione e, se è fondata sulla ragione, vuol dire che la mia vita è fondata su Cristo e vuol dire che la mia vita deve presentare qualcosa di radicale. Gesù non è grigio! Il radicalismo evangelico, infatti, non è una cosa da poco. Poi arriviamo noi e diciamo: “Sì, però non è che Gesù lo devi prendere alla lettera!”, così abbiamo già tagliato le gambe al Signore e al Suo messaggio; infatti, finisce che, se non devo prenderlo alla lettera, allora non lo prendo proprio. Se non lo devo prendere alla lettera lì, allora posso non prenderlo alla lettera anche altrove, tanto si può annacquare, si può adattare.

Terzo punto: l’amore. L’uomo di potere, l’uomo di autorità deve essere un’amante; deve essere un innamorato e dev’essere uno che fa innamorare, altrimenti questo potere non è servito a niente, è servito solo a sé stesso; sì, ma poi finisce e rimani terribilmente solo; nessuno si è innamorato di te perché tu non hai mostrato amore, tu non hai mostrato di essere innamorato di quella cosa. Avete mai notato che i discepoli di S. Francesco si chiamano francescani, o i discepoli di S. Domenico si chiamano domenicani, interessante no? Cioè, si innamorano talmente di Gesù, ma mediato da quella figura, da quella persona, che ne mutano il nome, diventa il nome di un ordine! Capite, è una cosa grossa!

Ora la domanda è: ma io sono innamorato? Ma io faccio innamorare? Chi mi vede pregare, chi mi vede parlare di Gesù, sente amore? Chi mi vede parlare di quello che io faccio, di quello che io vivo, vede amore? Gli viene voglia anche a lui di vivere la mia esperienza, di sperimentare quello che io vivo o no? Perché sennò rimane una cosa assolutamente sterile, fredda, freddissima. Ci sono dei professori che sono talmente innamorati della loro materia che ti fanno venire la voglia di studiarla. Cioè, tu la devi studiare per dovere, ma in questo caso, la studi per amore, perché questo professore ti ha conquistato il cuore, con il suo modo di spiegartela. Chi di noi, guardando il film “L’Attimo fuggente” non vorrebbe avere un professore come il professor Keating? Tutti lo vorremmo avere; non esiste una persona sulla faccia della terra che dica: “No, io non voglio un professore così”. Nessuno invece vorrebbe l’altro professore, quello un po’ cicciotto che fa fare agli studenti l’analisi matematica della poesia. 

Ma che cosa di quel professore cattura tutti noi? L’amore per la sua materia, che è vita. Per lui scienza e vita, sono diventati un insieme unico, perché? Perché ciò che sta in mezzo è il cuore che pulsa. Vedere Padre Pio, vedere la vita sacerdotale e vedere la vita cristiana era un tutt’uno, e quindi tu ti innamoravi di tutti e due e ti veniva voglia di fare il cristiano e di fare il prete, e ti viene voglia di farlo bene. E poi ti veniva voglia di amare Padre Pio.

Dobbiamo chiederci se noi questo amore lo sappiamo trasmettere, se noi effettivamente siamo posseduti da questo amore interiore. Purtroppo, se noi incontriamo nella nostra vita persone fredde, apatiche, anaffettive, che essere qui ed essere lì, che fare questo o fare quello è la stessa medesima cosa, voi capite che…

Tu non puoi far fare qualcosa solo esercitando un potere autoritario. Infatti, voi ai vostri figli che cosa dite spesse volte? “Devi studiare”, ma quello non studia! Poi tra dieci anni piangerà lacrime di sangue, ma quello non studia! Lo puoi mandare nella scuola più rinomata del mondo, ma se quello non vuol studiare, nessuno gli farà venire voglia di studiare! Tu gli puoi dare tutti i castighi che vuoi, ma quello non studia! Perché non studia? Non studia perché non ha passione, niente gli ha preso il cuore e la testa, niente lo ha veramente appassionato. E questo lo vedete anche in uno che lavora; vedete che lo fa perché lo deve fare, ma non perché lo vuole, non perché ama farlo.

In chi ama voi vedete la fantasia, vedete proprio l’applicazione; ecco perché don Dolindo dice che è necessario che ci siano queste tre caratteristiche: giustizia, ragionamento e amore in colui che governa; solo così la volontà dell’educando o del suddito può essere mossa. Se lui si trova davanti un uomo giusto che ragiona e che ama, allora la sua volontà si decide a fare quello che è giusto, ragionevole e amabile fare.

Aman pretendeva da Mardocheo una cosa illecita, esigeva con la forza un omaggio che non gli spettava; aveva la potenza, ma la ragione non era dalla sua parte e fu vinto. Chi presume imporsi con la violenza può per un momento incutere timore, ma poi presto o tardi deve dichiararsi vinto. Se Dio rispetta la nostra libera volontà, anche noi dobbiamo rispettarla negli altri, quando essi non vanno contro la giustizia.

Io devo rispettare la volontà dell’altro che dice no. E Dio rispetta anche la volontà che va contro la giustizia perché, se io ti voglio ammazzare ti ammazzo, non è che Dio interviene e me lo impedisce. Noi dobbiamo capire che col timore, con la paura, con lo spavento non si educa nessuno e, soprattutto, dobbiamo ricordarci che davanti alla libertà dell’altro dobbiamo dire fiat. Noi possiamo spiegare, possiamo dire perché è meglio in un modo che nell’altro, ma se poi qualcuno decide diversamente, va bene, pace, vada per la sua strada. Noi non possiamo mettere le catene a nessuno e non possiamo mettere dentro un pollaio nessuno. E dobbiamo stare molto attenti anche a questa mania che abbiamo del: “Io devo salvare le persone. Io devo salvare mio padre; devo salvare mio figlio; devo salvare mia moglie, devo salvare il mio amico”. Noi, possiamo avere questo bellissimo desiderio, diciamolo a Gesù, ma poi non dobbiamo fare la testa quadrata agli altri o i ricatti del tipo: io ti faccio questo se dopo tu vieni a messa sempre; se tu però ti confessi, se tu dici le preghiere; se però dopo tu vieni con me. No, non è giusto, non è il modo realistico di fare perché Dio, che è realtà assoluta, non si comporta così. Noi, in questa maniera, creiamo la menzogna e la menzogna è la cosa più irreale che esista.

Con la bontà, con la carità, con la giustizia si vincono più battaglie che con l’irruenza e con l’imposizione violenta. — questo è il secondo capitolino che lui apre. Il terzo, ancora più importante: — Si rileva dal contesto che Mardocheo ostentava la sua ribellione alla pretesa di Aman; — attenti bene — è detto infatti che i servi del Re lo denunziarono ad Aman per vedere se gli perseverasse nella sua risoluzione, perocché egli aveva detto che era Giudeo. È evidente che Mardocheo dovette parlare soverchiamente, vantandosi che egli, come Giudeo, non si piegava innanzi al tiranno. — conclusione: — Forse se avesse agito con maggiore umiltà, non avrebbe scatenata la reazione terribile che pose in pericolo tutta la nazione. Dobbiamo essere fermi e costanti nei nostri doveri, ma non dobbiamo fare una vana ostentazione della nostra fermezza, col pericolo di suscitare delle inutili rappresaglie. Chi agisce veramente per Dio s’impone con la sua virtù anche ai più cattivi, non ha bisogno di millantare la propria costanza e la propria fortezza.

Parole sante! Parole sante che tutti dovremmo rileggere ogni giorno. Mardocheo ha fatto un errore terribile: la sua santità o, meglio, la sua giustizia, la sua rettitudine lui l’ha ostentata, l’ha fatta diventare volutamente di dominio pubblico, e ne andava orgogliosamente fiero, a testa alta, quasi volendo che tutti sapessero che lui non era come tutti gli altri, che lui non si era piegato, che lui non aveva fatto così. Ma questo comportamento ha attirato lo sguardo dei suoi amici portinai, i quali prima han tentato di dissuaderlo, poi non essendoci riusciti, sono andati a dirlo ad Aman.  Aman, che non si era accorto di niente, improvvisamente si accorge di lui e Mardocheo tira addosso a tutti i giudei l’editto dello sterminio; una responsabilità gravissima. Cioè, quest’uomo condanna a morte una nazione intera perché lui doveva far vedere che era bravo; perché lui doveva far vedere che era giusto; perché lui doveva dire che era onesto; perché lui doveva dire a tutti di non piegare il ginocchio davanti a un uomo.

Dobbiamo stare attenti a queste cose che sono molto pericolose, non fanno del male solo a sé stessi, possono far male anche agli altri. Noi non dobbiamo ostentare niente! Noi dobbiamo guardate il nostro comportamento e dire: ma il mio comportamento sta ostentando qualcosa? Perché, vedete, ostentare è come se io prendessi quella medesima realtà, la facessi salire in alto di dieci metri e ci puntassi addosso i riflettori; questa si chiama ostentazione. Ovviamente gli sguardi di tutti cadono addosso a me. E io ci guadagno a fare così?

«Dobbiamo essere fermi e costanti nei nostri doveri», certo, nei nostri doveri, verissimo, ma non dobbiamo fare ostentazione di questa fermezza, di questa costanza. Tu fai il tuo, ma questo non vuol dire che devi suonare le trombe e mettere fuori i cartelli! Tu sii quello che devi essere, ma fallo con tanta umiltà; “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”; fallo con tanto nascondimento. Poi certo se viene visto, va bene, ma non tu che ti fai vedere, non tu che ti fai sentire!

E poi don Dolindo dice: «Chi agisce veramente per Dio s’impone con la sua virtù» cioè, ciò che si impone agli occhi degli altri non è l’ostentazione ma è la sua forza; virtù intesa proprio in senso di forza interiore; è quello che tu sei veramente, che se anche non parli, che se anche ti nascondi sotto dieci metri di terra, pulsa lo stesso, continua a pulsare. Quello che tu sei, gli altri lo vedono, lo sentono, anche se tu non parli, anche se tu stai zitto. Ti vengono a cercare loro! Se tu sei una persona retta, se sei una persona giusta, se sei una persona amorosa, se sei una persona brava, se sei un amico di Dio, stai tranquillo: quello che tu sei trasuda, al di là delle tue parole.

Padre Pio predicava pochissimo; le prediche di Padre Pio erano pochissime e velocissime, eppure quel “conventino” del Gargano, guardate che cos’è diventato; guardate quanta gente ci è andata e ci va! Ci andava quando Padre era vivo e ha continuato ad andare quando è morto. Perché la virtù, la forza, essendo vita, non cessa mai di agire, supera la morte.

E come scrive don Dolindo, questa virtù si impone anche con i cattivi, perché di fatto, alla fine, se non ti possono o non ti riescono ad ammirare, ti temono; ma qualcosa devono fare perché, di fronte a questa rettitudine interiore, bisogna tenere posizione: o la ammiri, o la combatti (per quanto puoi) o la temi; ma qualcosa devi fare. L’importante è non suonare le trombe, non ostentarla; viverla, per quello che dobbiamo viverla, ma senza fare quelli che fanno rumore.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Informazioni

Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.

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