Catechesi di lunedì 30 aprile 2018 (prosecuzione della catechesi di lunedì 23 aprile)
Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita”
Relatore: p. Giorgio Maria Faré
Ascolta la registrazione della catechesi:
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Brani commentati durante la catechesi:
Continua la lettura del commento di Don Dolindo Ruotolo sul Libro di Ester.
Libro di Ester, capitolo 4
1 Quando Mardocheo seppe quanto era stato fatto, si stracciò le vesti, si coprì di sacco e di cenere e uscì in mezzo alla città, mandando alte e amare grida; 2 venne fin davanti alla porta del re, ma a nessuno che fosse coperto di sacco era permesso di entrare per la porta del re. 3 In ogni provincia, dovunque giungevano l’ordine del re e il suo editto, ci fu gran desolazione fra i Giudei: digiuno, pianto, lutto e a molti servirono di letto il sacco e la cenere. 4 Le ancelle di Ester e i suoi eunuchi vennero a riferire la cosa e la regina ne fu molto angosciata; mandò vesti a Mardocheo, perché se le mettesse e si togliesse di dosso il sacco, ma egli non le accettò. 5 Allora Ester chiamò Atàch, uno degli eunuchi che il re aveva messo al suo servizio, e lo incaricò di andare da Mardocheo per domandare che cosa era avvenuto e perché si comportava così. 6 Atàch si recò da Mardocheo sulla piazza della città davanti alla porta del re. 7 Mardocheo gli narrò quanto gli era accaduto e gli indicò la somma di denaro che Amàn aveva promesso di versare al tesoro reale per far distruggere i Giudei; 8 gli diede anche una copia dell’editto promulgato a Susa per il loro sterminio, perché lo mostrasse a Ester, la informasse di tutto e le ordinasse di presentarsi al re per domandargli grazia e per intercedere in favore del suo popolo.
8a “Ricordati – le fece dire – dei giorni della tua povertà, quando eri nutrita dalla mia mano; perché Amàn, il secondo in dignità dopo il re, ha parlato contro di noi per farci mettere a morte. Invoca il Signore, parla al re in nostro favore e liberaci dalla morte!”. 9 Atàch ritornò da Ester e le riferì le parole di Mardocheo. 10 Ester ordinò ad Atàch di riferire a Mardocheo: 11 “Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno, senza essere stato chiamato, in forza di una legge uguale per tutti, deve essere messo a morte, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d’oro, nel qual caso avrà salva la vita. Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re”. 12 Le parole di Ester furono riferite a Mardocheo 13e e Mardocheo fece dare questa risposta a Ester: “Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. 14 Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d`una circostanza come questa?”.
15 Allora Ester fece rispondere a Mardocheo: 16 “Và, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!”. 17 Mardocheo se ne andò e fece quanto Ester gli aveva ordinato.
17a Poi pregò il Signore, ricordando tutte le sue gesta, e disse: 17b “Signore, Signore re, sovrano dell’universo, tutte le cose sono sottoposte al tuo potere e nessuno può opporsi a te nella tua volontà di salvare Israele. 17c Tu hai fatto il cielo e la terra e tutte le meraviglie che si trovano sotto il firmamento. Tu sei il Signore di tutte le cose e nessuno può resistere a te, Signore. 17d Tu conosci tutto; tu sai, Signore, che non per orgoglio, non per superbia né per vanagloria ho fatto il gesto di non prostrarmi davanti al superbo Amàn, perché avrei anche baciato la pianta dei suoi piedi per la salvezza d’Israele. 17e Ma ho fatto ciò per non porre la gloria di un uomo al di sopra della gloria di Dio; non mi prostrerò mai davanti a nessuno se non davanti a te, che sei il mio Signore, e non farò così per superbia. 17f Ora, Signore Dio, Re, Dio di Abramo, risparmia il tuo popolo! Perché mirano a distruggerci e bramano di far perire quella che è la tua eredità dai tempi antichi. 17g Non trascurare la porzione che per te stesso hai liberato dal paese d’Egitto. 17h Ascolta la mia preghiera e sii propizio alla tua eredità; cambia il nostro lutto in gioia, perché vivi possiamo cantare inni al tuo nome, Signore, e non lasciare scomparire la bocca di quelli che ti lodano”. 17i Tutti gli Israeliti gridavano con tutta la forza, perché la morte stava davanti ai loro occhi.
17k Anche la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò molto il suo corpo e con i capelli sconvolti si muoveva dove prima era abituata agli ornamenti festivi. Poi supplicò il Signore e disse: 17l “Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta. 17m Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. 17n Ora abbiamo peccato contro di te e ci hai messi nelle mani dei nostri nemici, per aver noi dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, Signore! 17o Ma ora non si sono accontentati dell’amarezza della nostra schiavitù, hanno anche posto le mani sulle mani dei loro idoli, giurando di abolire l’oracolo della tua bocca, di sterminare la tua eredità, di chiudere la bocca di quelli che ti lodano e spegnere la gloria del tuo tempio e il tuo altare, 17p di aprire invece la bocca delle nazioni a lodare gli idoli vani e a proclamare per sempre la propria ammirazione per un re di carne. 17q Non consegnare, Signore, il tuo scettro a dei che neppure esistono. Non abbiano a ridere della nostra caduta; ma volgi contro di loro questi loro progetti e colpisci con un castigo esemplare il primo dei nostri persecutori. 17r Ricordati, Signore; manifestati nel giorno della nostra afflizione e a me dà coraggio, o re degli dei e signore di ogni autorità. 17s Metti nella mia bocca una parola ben misurata di fronte al leone e volgi il suo cuore all’odio contro colui che ci combatte, allo sterminio di lui e di coloro che sono d’accordo con lui. 17t Quanto a noi, salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! 17u Tu hai conoscenza di tutto e sai che io odio la gloria degli empi e detesto il letto dei non circoncisi e di qualunque straniero. 17v Tu sai che mi trovo nella necessità, che detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa; lo detesto come un panno immondo e non lo porto nei giorni in cui mi tengo appartata. 17x La tua serva non ha mangiato alla tavola di Amàn né ha onorato il banchetto del re né bevuto il vino delle libagioni. 17y La tua serva da quando ha cambiato condizione fino ad oggi, non ha gioito di nulla, se non di te, Signore, Dio di Abramo. 17z Dio, che su tutti eserciti la forza, ascolta la voce dei disperati e liberaci dalla mano dei malvagi; libera me dalla mia angoscia!”.
Testo della catechesi
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Buonasera a tutti, ben ritrovati. Continuiamo la nostra catechesi, sempre lasciandoci guidare e illuminare dall’esperienza di vita e dalla riflessione profonda, teologica, spirituale, esegetica, che fa don Dolindo Ruotolo, sacerdote morto in concetto di santità, figlio spirituale di Padre Pio.
In questi lunedì ci siamo concentrati sul libro di Ester e stiamo vedendo il rapporto tra il re Assuero, Aman, Mardocheo e poi vedremo anche la figura della regina Ester, quanto sia fonte di meditazione, d’ispirazione, per ciascuno di noi.
Siamo arrivati al momento in cui Aman ottiene l’editto per sterminare tutti i Giudei, mosso dal fatto che Mardocheo non aveva aderito al dovere di prostrarsi davanti a lui.
Don Dolindo prosegue dicendo:
Aman ottenne libertà piena di azione e non ponderò che al di sopra di lui c’era Dio che sventava il suo piano diabolico. — Anche se per il momento il Signore sembra essere assente, sembra non agire nella storia — Quanti empi si credono al sicuro sol perché possono disporre della forza!
Disporre della forza spesse volte è un’illusione, e non solamente della forza politica, giuridica o economica; disporre della forza proprio nel senso più ampio possibile. Noi, che siamo cristiani, e che dovremmo amare la logica della debolezza e credere che Dio — come dice San Paolo — manifesta la sua forza e la sua potenza nella debolezza, di fatto siamo assetati di forza, siamo bramosi di potenza; ovunque dobbiamo dimostrare che siamo forti, ovunque dobbiamo dimostrare che siamo potenti. Perché dimostrare che noi siamo forti e siamo potenti vuol dire affermarci, vuol dire riconoscere che qualcosa dipende da noi. Soprattutto quando siamo persone un po’ povere interiormente, sfidiamo gli altri a questo gioco della forza. Il fatto che una persona non possa reggere uno sforzo, ad esempio uno sforzo fisico, mentre noi sì, automaticamente, secondo la nostra logica mondana, ci fa sentire di più di quella persona; appunto: più forti. Ma Dio non si rivela così in Gesù, in Maria, in S. Giuseppe, non usa questa strada mondana.
Oggi, quanto più tu hai muscoli, quanto più tu sei prestante, tanto più tu offri sicurezza, offri garanzie; poi fa niente se interiormente sei fragilissimo o addirittura inconsistente, l’importante è questa apparenza di forza. E questo succede anche nel campo educativo; capitano casi di educatori — che possono essere i genitori, per esempio, ma non solo — che spingono i loro figli o gli educandi affinché diano prove di forza, perché devono essere forti; ma forti proprio secondo questa accezione puramente naturale della forza. Così ti fan crescere nell’illusione che se sei forte sei tutto, perché sei qualcuno; mentre se sei debole non sei nessuno, perché non offri niente, come garanzie, come certezze. Se uno si fa male in uno sforzo, è da tutti compatito e compreso; se uno si uccide di lavoro, è una bravissima persona, ha il nostro consenso. Però, voi capite che questo modo di vedere il lavoro o la persona non corrisponde esattamente al modo di intendere di Gesù e di Giuseppe. Sicuramente S. Giuseppe non ha educato suo figlio Gesù a questa logica; non è una logica vincente, per niente! E, tante volte (speriamo senza accorgerci) noi umiliamo le persone seguendo questa logica della forza: “Lo devi fare anche tu; fallo anche tu; possibile che tu non lo puoi fare?” Esempi concreti ce ne sono tanti, io non mi cimento in esempi concreti, perché ognuno poi può declinare questi concetti universali nella propria esperienza.
Di fatto, sopra a qualunque forza, ci sta Dio, sempre: Lui è il forte, nessuno di noi è forte, nessuno! Anzi, più uno appare forte, meno lo è. Di norma, questa legge è abbastanza universale. Pensate anche a tutti i messaggi che oggi i giovani ricevono con questi corpi scolpiti dai muscoli, poi fa niente se quei muscoli non sono loro perché, se sono prodotti da una sovraccarica di aminoacidi o di proteine, quei muscoli non sono tuoi; infatti, basta che tu non prenda più queste sostanze e vedi che quei muscoli non ci sono più. Se io metto l’aria in un pallone, il pallone si gonfia, ma l’aria non è il pallone, il pallone è la plastica. Ma a noi non importa, l’importante è restare dentro a questo terribile retaggio mondano che più io sono forte, più appaio forte, più io ho un dominio, ho un potere.
Bisogna invece tremare, perché il Signore interviene personalmente, e difende i suoi servi con contratti di potenza miracolosa.
Tu ti senti forte della tua forza, del tuo potere, il Signore invece dona la sua potenza di Dio — con tutti gli annessi e connessi che si chiamano miracoli — ai suoi piccoli, e tu e la tua potenza vieni portato via, perché nessuno è più potente di Dio, questo non dobbiamo mai dimenticarlo. La vera potenza viene da Dio, il quale la dà a chi vuole lui. Il Signore difende i suoi servi, magari non subito, ma poi interviene e tu vedi che tutta la fatica che tu hai messo, massacrandoti di lavoro e di fatica per ottenere un risultato, Dio l’ha data cento volte di più ai suoi amici nel sonno. La cosa incredibile è che i suoi servi, i suoi amici, al risveglio si sono ritrovati dieci volte di più di quello che tu hai guadagnato faticando una giornata intera. Il Signore fa queste cose, è capace di farle!
Ogni sopraffattore dell’innocenza e della giustizia ha un limite segnato da Colui che pose al mare fremente i suoi confini, e che gli assegnò fin dove potesse frangere i suoi flutti; chi supera certi confini di audacia e di violenza, fa traboccare la bilancia della divina giustizia, e cade irreparabilmente in rovina.
Tra poco arriva l’estate; se andrete al mare, o se andrete in montagna, vi invito, quando non c’è tanto chiasso, a stare un po’a passeggiare in riva al mare, soprattutto fatelo quando il mare è in tempesta ed è molto mosso, molto brutto. Voi passeggiate sulla riva, guardate il mare a largo con gli occhi, guardate le onde e poi fate questo pensiero, e dite: “Ma pensa un po’! Ma chi ha dato un limite a queste onde? Perché queste onde non arrivano così potenti come sono là, a cinquanta metri, qui dove sono io? Perché qui mi bagnano i piedi e là mi ucciderebbero?” Perché così hai deciso Dio. Persino la potenza, assolutamente incontrollabile, assolutamente devastante, del mare — e tutti sappiamo uno tsunami cosa è capace di fare — persino quella potenza non può nulla contro il limite che ha posto Dio: fin qui, non oltre. Se ha fatto così con il mare, pensate con un uomo. E la stessa cosa vale per la montagna: perché quella vetta si ferma lì e non va oltre? Perché c’è un limite; quella vetta ha un’altezza ben precisa, è quella! Il Monte Bianco ha quell’altezza, l’Everest ha quell’altezza, la Grigna ha quell’altezza; tutte le montagne hanno un’altezza precisa: è quella, è un limite.
Il libro della natura ci invita a riflettere su come il Signore scrive dentro a questo libro, per insegnarci che anche noi abbiamo un limite che non possiamo oltrepassare. E, di fatto, chi vive secondo questa logica mondana della potenza e della forza, è un sopraffattore dell’innocenza, della giustizia; non può essere un uomo giusto, perché pone sé stesso come norma; cioè, il paradigma, il modello, è lui. Quindi il figlio, la figlia, l’educando, non possono diventare quello che loro sono, ma devono diventare quello che lui è; è diverso, tutt’altro percorso; e, nella sua logica, quell’educando sarà tanto bravo quanto sarà esattamente come lui. E quindi, anche l’innocenza viene a essere sopraffatta, perché chi è innocente non vive secondo queste logiche, non vive secondo la logica della potenza, della forza. Chi è innocente vive secondo altre logiche ma, messo sotto a questa pressa — dove costantemente ti si chiede una prestazione, dove costantemente ti si chiede di essere qualcosa, di fare qualcosa per poter essere qualcuno — o ha dentro un grande dono, oppure il rischio è che alla fine cede e sposa quella logica anche lui; e così l’innocenza viene violata.
Assuero ed Aman banchettavano ed il popolo piangeva; eppure erano più potenti le lagrime del popolo che il lusso tracotante del tiranno! Nelle persecuzioni che subiamo, noi piangiamo e gli altri banchettano, quasi irridendo al nostro dolore! Non ci turbiamo…
Guardate che queste parole le scrive un sacerdote che ha subito delle persecuzioni terribili. Don Dolindo è stato sospeso a divinis per sette anni — se non ricordo male — quindi lui, per sette anni, non ha più potuto celebrare la Messa. Quando don Dolindo ha ricominciato a celebrare la Messa, non si ricordava più come si faceva. Ovviamente è stato sospeso per calunnie e cattiverie e, quando è stato riammesso, oltre al fatto che a momenti gli veniva un infarto dalla gioia, dallo stupore, lui scrive che non si ricordava più come si diceva la Messa. Figuratevi voi! Questi libri di don Dolindo sono stati scritti proprio dentro a questo tempo; quando gli hanno tolto tutto, lui ha avuto molto tempo per poter scrivere. Questi libri sono un condensato di un uomo crocifisso, profondamente crocifisso, di un sacerdote santo profondamente crocifisso.
Quindi lui scrive: «Nelle persecuzioni che subiamo, noi piangiamo e gli altri banchettano» e prosegue:
Non ci turbiamo; le lagrime giungono presto al trono di Dio, e sono più potenti della violenza.
Sì, ma sette anni sono sempre sette anni! E lui, dentro questi sette anni, ha saputo mantenere una grandissima confidenza, una grandissima pace in Dio.
Invece di adirarci — come facciamo sempre noi — preghiamo, preghiamo gemendo ed implorando la divina misericordia, perché la nostra preghiera spezzerà le catene di ferro che ci avvincono, e ci darà la vittoria.
Quindi, arrabbiarci quando siamo di fronte o immersi dentro ad una grande sofferenza, non serve assolutamente a nulla; è normale, è istintivo, ma attenti, non ho detto “è umano”, perché non c’è niente di umano nel peccato, dice Papa Benedetto XVI. Quindi non dite mai: “È umano peccare; è umano cadere; è umano arrabbiarci”; non usate mai questi termini, perché non c’è niente di umano, nel peccare. Usate altri termini: “Ho fatto il peccato perché è istintivo fare quel peccato”, non perché è umano; è istintivo adirarci, è istintivo disperarci, è istintivo spaventarci. Va bene, okay, è istintivo, ma non serve a niente. Serve invece pregare, pregare e implorare la Divina Misericordia perché il Signore intervenga — e il Signore interviene — per spezzare le catene di ferro, per rompere certe situazioni terribili, che magari abbiamo addosso al di là della nostra volontà.
Mardocheo che amava immensamente il suo popolo, al sentire la notizia del crudele editto del Re, non ebbe più limiti al suo dolore; lacerò le sue vesti, si coprì di sacco, sparse la cenere sul suo capo, e si mise a gridare nella piazza pubblica che precedeva l’entrata della fortezza del palazzo reale. Gridò per farsi ascoltare da Ester, perché non poteva comparire in palazzo con quella veste di duolo, e non poteva comunicare direttamente con la Regina. Con le grida egli attrasse infatti l’attenzione delle ancelle di Ester, le quali le riferirono quanto accadeva sulla piazza. Ester mandò subito allo zio un vestito decoroso, perché indossandolo avesse potuto entrare nel palazzo ed informarla di quanto era avvenuto. Mardocheo però era troppo addolorato, e non volle ricevere l’abito. Ester allora gli mandò l’eunuco Atac, perché l’avesse interrogato minutamente su ciò che lo angustiava; seppe così del decreto reale — perché Ester non sapeva niente ancora — in tutti i particolari, anzi ne ricevette una copia; seppe che Aman lo aveva provocato promettendo una vistosa somma di argento alla cassa pubblica, e fu esortato vivamente a presentarsi al Re, intercedendo per il suo popolo. Mardocheo, stando nel palazzo reale come portinaio, era stato informato di quello che era passato tra il Re e Aman, e perciò potette far conoscere alla Regina tutta la trama diabolica ordita dall’empio ministro del Re.
Alle volte il Signore ci mette in certe posizioni affinché possiamo sentire certe cose e riferirle a chi di dovere. Questo non è né mormorare né fare la spia. Il Signore alle volte ci dà la possibilità di ascoltare, nostro malgrado — senza che noi ci mettiamo a fare gli spioni, ma siamo lì in quel momento — delle trame diaboliche; ci permette di ascoltare delle cose terribili, che vengono ordite contro qualcuno. Il Signore ci mette lì ad ascoltarle, perché il nostro compito è quello di riferirle, affinché qualcuno, magari, possa fare qualcosa; è quello che accade qui: Ester non sa niente, Mardocheo sa tutto, Mardocheo non può fare niente, ma Ester sì, allora Mardocheo va a riferire tutto a Ester. Se il popolo d’Israele verrà salvato, sarà solo grazie alla regina Ester. Quindi, se Mardocheo non avesse fatto quel passo, sarebbero tutti morti.
Chi è oppresso dal dolore vede facile l’intercessione di un grande presso la suprema autorità; al contrario, chi sta a contatto più diretto con l’autorità pondera tutte le difficoltà di un intervento. — Questi sono concetti molto importanti — È profondamente psicologico, giacché colui che supplica non deve fare nulla, e vede le cose con uno sguardo ottimista; chi deve operare, al contrario, vede tutto catastrofico, perché gli ripugna l’esporsi al pericolo di una ripulsa, e teme un aggravarsi della situazione penosa. Mardocheo non vedeva altro che questo: la Regina, la prediletta del Re, doveva entrare nella stanza reale, intercedere; ed ottenere la revoca del decreto; nel suo pensiero la cosa appariva facile. Ma Ester conosceva la crudeltà di Assuero, sapeva che la legge condannava a morte chiunque fosse entrato dal Re senza essere chiamato. Si preoccupava del fatto che essa da trenta giorni non era stata chiamata presso di lui, e questo le faceva temere di essere caduta in disgrazia.
Tutte cose assolutamente verissime! Questa psicologia, descritta da don Dolindo, è perfetta, è esattamente questo quello che succede. Ester sapeva che la legge lo proibiva e sapeva che, se lei fosse andata senza essere convocata, sarebbe stata condannata a morte, a meno che il Re non girasse lo scettro verso di lei; e sapeva anche che da trenta giorni il re non la chiamava. Quindi la domanda è: se a me, che sono la regina, il re non mi chiama, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Perché non mi chiama il re? Perché non mi chiama alla sua presenza? Perché non vuole stare con me? Tutti avremmo pensato: “Magari il re è arrabbiato; ho fatto qualcosa di sbagliato, è innervosito. Certamente c’è qualcosa che non gira, perché sta trenta giorni senza chiamarmi”. Ma queste cose Mardocheo non le pensa! Neanche se le sogna! Oltre, magari, a non saperle, ma neanche sta lì a pensare, neanche sta lì a fare due conti perché, per chi sta sotto — cioè, per chi chiede il favore — è tutto facile, tutto ovvio, tutto semplice, tutto banale, tutto subito; ma per chi invece deve intercedere, le cose non sono così! Quante volte noi camminiamo liberi sul sangue di qualcun altro e, magari, senza neanche dire grazie, perché neanche ce ne accorgiamo o, se ce ne accorgiamo, diciamo: “Ma sì, vabbè!”. Ma se noi abbiamo certe grazie, nella nostra vita, abbiamo certi doni, certe libertà, certe possibilità, qualcuno le ha pagate, niente è gratis; il primo ad aver pagato è Gesù Cristo. Ma non stiamo lì, davanti al crocifisso e all’Eucaristia, a piangere lacrime di gratitudine perché Lui ci ha liberato dalle spire del demonio, perché lui ci ha dato i sacramenti, perché ci ha dato il suo corpo nell’Eucaristia!
E poi, a seguire, dopo Gesù, gli altri. Quando noi ci accorgiamo che abbiamo camminato liberi sul sangue dei martiri o di qualcun altro? Quando quel qualcun altro viene tolto, allora viene fuori esattamente quella realtà, senza quel sangue, e lì, ormai, è troppo tardi: è troppo tardi per andare a dire grazie, troppo tardi per rendersi conto del dono ricevuto. Troppo tardi aspettare la morte di mio padre o di mia madre o di una persona carissima, per dire grazie, per accorgermi che, se io sono quello che sono, se io cammino dove cammino, è grazie a qualcuno, a quel volto. Troppo tardi andare a portare i fiori sulla tomba!
Vedete, c’è anche questa mania: quando le persone sono vive, neanche gli auguri; quando sono vive, litigate da orbi; quando sono vive, disprezzo; quando sono vive, sono ricoverati chissà dove a sbavarsi addosso; quando muoiono… mazzi di fiori, tombe faraoniche, sensi del dovere incredibili: “Devo andare al cimitero”. Ma quando era vivo, l’hai amato? L’hai servita? Quando era viva, le hai detto quanto era preziosa, quanto era importante, sì o no? Se la risposta è no, adesso è inutile che copri quella tomba di fiori, non serve a niente. Noi dobbiamo amare, ringraziare e portare i fiori ai vivi, non ai morti. Ha senso portarli ai morti se tu glieli hai sempre portati quando erano vivi, allora certo che ha senso, perché diventa il segno che quella morte non ha posto fine a nulla, ma è da vivo che tu devi dare quei fiori! E questo è importantissimo.
Quindi non facciamo l’errore di Mardocheo di dire: “Siccome lo fa Lui, allora è tutto facile; siccome lo fa Lui che è forte, allora è banale; siccome lo fa Lui — e ha già preso cinquemila quattrocento colpi sulla schiena, di frustate e di botte — allora ne può prendere anche cinquemila quattrocentottanta, tanto è forte, tanto non dice niente, tanto non reagisce, tanto Lui è il figlio di Dio! Sì, ma intanto li ha presi, ne ha presi cinquemila quattrocentottanta! Ma noi abbiamo idea di quanti sono cinquemila quattrocento colpi sul corpo? Sono una cosa incredibile, vuol dire non avere più un millimetro di pelle sana.
Quindi Ester, invece, deve ponderare tutto.
Perciò evidentemente (Ester) cercò di guadagnar tempo, e perché l’esecuzione del decreto doveva farsi dopo undici mesi, sperò che nel frattempo fosse avvenuto qualche cosa che le avesse facilitata l’intercessione. — Ester temporeggia perché, con i conti che ha fatto, la situazione non è proprio rosea — Psicologicamente Ester, trovandosi fra gli onori, non entrava nel merito dell’angustia dello zio e del popolo; credeva un po’ esagerato tutto quell’allarme e quello schiamazzo, pensando che il decreto ingiusto non sarebbe stato applicato. — Cioè, lei probabilmente pur sapendo che c’era questo decreto terribile, non gli dava molto peso. — A Mardocheo la prudenza di Ester sembrò non curanza; credette che stando essa al sicuro nella reggia, non volesse avere noie da parte del Re e non volesse pregiudicare la sua posizione privilegiata. É molto comune infatti a chi è salito per un’improvvisa fortuna ad un posto altissimo, il non volersi compromettere, il temere noie e grattacapi, il turbarsi per un probabile insuccesso, e quindi per la diminuzione del proprio prestigio.
Stiamo attenti a quando il Signore ci fa il dono di avere un posto speciale, un posto di potere, perché prima si spera, si prega e si lotta per averlo, poi, quando ce l’hai, si spera e si prega e si lotta per non perderlo e per conservarlo. Noi spesse volte diciamo: “L’importante è arrivare sulla vetta, arrivare a quel punto”, ma non è vero, è un inganno. “L’importante è arrivare ad avere quella cosa”, certo, ma quando l’hai avuta c’è un’altra tentazione: che tu la possa perdere! Quindi, alla fine, è sempre una corsa: prima per averla, poi per conservarla. E quindi tu, alla fine, non assumerai mai una posizione rischiosa, perché starai sempre in quella posizione di chiaroscuro, di grigio, che ti permette di avere quello che vuoi. Anche tra noi è comune il non volersi compromettere, il non volere noie, grattacapi, insuccessi. Noi abbiamo vergogna di andare dalla vicina a chiederle: “Scusi, ha un po’ di limone, che l’ho finito?”, oppure: “Ha un litro di latte da prestarmi?”; “Ha un chilo di pasta?”; noi, piuttosto, moriamo di fame, paradossalmente! Ma andare a chiedere, domandare qualcosa a qualcuno, farci vedere nel bisogno e chiedere un aiuto…? Siamo pieni di false premure, di false prudenze, perché abbiamo paura, siamo pieni di paure, paure di tutto: paura di chi ci vede, paura dei colleghi, paura dei genitori, paura degli amici, paura di tutto, paura di Dio!
Mardocheo, con la franchezza che gli veniva dalla sua qualità di tutore e di padre adottivo di Ester, le mandò a dire che non si lusingasse di potersi salvare, sol perché stava nella reggia; se non avesse parlato al Re, Dio avrebbe salvato il suo popolo per altra via, ed essa sola con tutta la sua famiglia sarebbe perita in pena della sua noncuranza. La fece riflettere ancora che tutto faceva supporre che Dio l’aveva elevata alla dignità di Regina proprio per salvare il popolo, essa quindi non poteva rifiutarsi di compiere il suo dovere.
Il Signore, spesse volte, ci dà un tempo per occupare posti di prestigio e di potere, perché magari ha un progetto su di noi; cioè, il Signore ti innalza a quel posto, per dire: “Ecco, adesso tu, da quel posto di potere, puoi fare questo, questo, questo e questo per me”. Cose che, se tu non avessi quel potere, non potresti fare. E tu devi decidere se restare attaccato a Dio e rischiare il tuo potere, o perdere Dio per mantenere il potere. La vita sarà sempre dentro a questa dialettica. Stiamo molto attenti a quello che scegliamo perché, se quando io ho quel posto e posso fare quelle cose, potendole fare, non le faccio, è inutile che mi metto a farle dopo, quando il potere non l’ho più.
Anche su questo ci sono di esempi, tutt’ora, oggi. Quando avevano il potere, tutti zitti, muti, nessuno ha battuto un fiato. Perdono il potere — quindi non hanno più niente da perdere — allora si mettono a fare mille proclami, mille battaglie, mille guerre, adesso?! Adesso che vale come il due di bastoni, quando la briscola è coppe?! Prima dovevi farlo! Prima avevi la possibilità di incidere nella storia, non adesso! Adesso è inutile che ti metti lì a chiamare tutti a radunata e: partiamo in battaglia. Ma cosa partiamo in battaglia, che tu sei il primo che ha disertato, quando c’era il momento della battaglia? Non puoi mandare gli altri al macello quando tu, che queste idee le avevi già dentro da tempo, nel tuo cuore, hai deciso in quel luogo lì di non assumere nessuna posizione chiara. Assumerla adesso, quando hai perso quel posto, quel potere, quella collocazione, quell’influenza, è tutto inutile, sono solo parole, col rischio che qualcun altro si fidi, e magari lui veramente rischi, e rischi qualcosa di grosso.
Ogni cosa a suo tempo e un tempo per ogni cosa. Se perdi il tuo tempo, basta, fine, dopo te ne stai buono buono, zitto zitto, che ormai il tuo tempo è passato. Il ciliegio è chiamato a fare tutte le sue ciliegie esattamente dentro a quei giorni; non può svegliarsi a settembre, o a dicembre, e dire: “No, ma io adesso voglio fare le ciliegie!”; no! — “No, ma io mi pento di non averle fatte prima!” — Va bene — “Le faccio adesso”; no, non le fai più, perché ormai il tuo tempo è passato: sei un ciliegio che non ha fatto ciliegie, fine! Non è sempre possibile ricucire, mettere i cerotti; mettere le toppe non si può fare sempre.
Ester era abituata a obbedire a Mardocheo fin da bambina, perciò non oppose più resistenza al suo desiderio, e domandò solo una preparazione di digiuni rigorosi e di preghiere per tre giorni, perché essa andando dal Re contro la legge, affrontava il pericolo della morte e quindi il pericolo di aggravare la situazione del popolo suo. — Vedete che Ester assume già una posizione di preghiera, si affida a Dio — Mardocheo con gli abiti lacerati, vestito di sacco, con la cenere sul capo, ed il popolo costernato e lacrimante per il crudele editto di Assuero, sono una figura dello stato delle anime prima che comparisse Maria S.S. come nostra speranza e come aurora di vita.
Bello pensare alla regina Ester come alla figura della Vergine Maria, che si presenta quale mediatrice di tutte le grazie. Certo, questo è molto importante.
I sospiri di tutta la terra ad un liberatore erano in realtà sospiri a Maria, poiché Essa doveva donarcelo. Il timore che Ester aveva di presentarsi al Re è figura dell’umiltà di Maria che si credette incapace di cooperare al disegno di Dio; le obbiezioni di Ester a Mardocheo sono figura dell’obbiezione che Maria fece all’Angelo che le domandava il concorso all’incarnazione del Verbo nel suo seno; la sua obbedienza è figura del fiat che Maria disse all’Angelo quando conobbe la volontà di Dio; il suo digiuno e la sua preghiera sono figura della vita umile e ritirata con la quale Maria, si preparò alla sua altissima missione.
La Madonna come si preparò alla sua missione? Si preparò attraverso una vita riservata, silenziosa, nascosta e umile; questo è stato il digiuno della Vergine Maria; questa è stata la penitenza della Vergine Maria. Anche noi dobbiamo imparare a vivere una vita nascosta, imparare ad avere una vita riservata, una vita ritirata, una vita umile, e sarà questo che preparerà la missione altissima. Non dimentichiamo Sant’Antonio: vent’anni di deserto e poi è fiorito quello che è fiorito. Nessuno si improvvisa apostolo, prima bisogna prepararsi per esserlo e ci si prepara col silenzio, con l’umiltà, con il nascondimento, con la preghiera, con lo stare.
Ester, acconsentendo di presentarsi al cospetto di Assuero, capì che andava incontro ad un pericolo mortale; Maria, dicendo il suo fiat, accettò le inenarrabili pene del martirio del suo Cuore, pene assai più gravi della medesima morte. — Non dimentichiamo il martirio interiore della Vergine Maria — Mardocheo fece sentire le grida nella reggia, e la Regina ne fu costernata. Essa era nella casa del Re, ma non osava andare da lui, perché era legge che nessuno gli si potesse presentare, non rifletteva che come favorita del Re questa legge poteva avere per lei un’eccezione. Solo alle reiterate istanze di Mardocheo acconsentì a presentarsi al monarca, con una prospettiva di dolore e di morte. Così avvenne a Maria: le grida dell’umanità, contrita dall’amarezza della colpa, la riempivano di pena, ma Essa sapeva che era chiusa ogni comunicazione tra la terra e il Cielo, che nessuno poteva presentarsi a Dio, poiché la morte incombeva sull’umanità. Annunziata dall’Angelo, si turbò perché si credette la più indegna delle creature, e disse il suo fiat per obbedire alla divina volontà. Il consenso di Ester fu la speranza del popolo costernato, ed il consenso di Maria fu la speranza di tutta l’umanità; da quel fiat benedetto cominciò l’opera grande di misericordia che doveva cancellare il chirografo della morte, ed affiggerlo alla Croce per la salvezza di tutti.
Chissà se capita anche a noi, o se capiterà anche a noi, la grazia di essere questi mediatori tra la vita e la morte. Per essere un mediatore tra la vita e la morte, il mediatore deve correre il rischio della morte. Solo se corre il rischio della morte, può veramente mediare la vita. Solo chi ha sperimentato la paura, il tedio, il timore — i tre verbi di Gesù nel Getsemani: pavere, tedere, et mestus esse — può mediare veramente la vita, perché ha portato il peso interiore, il peso mortifero della morte. Solo chi rischia tutto può dare tutto, ed Ester fa questo passo per un popolo, la Vergine Maria lo fa per l’umanità e, infatti, diventa mediatrice; è colei che ci consegna la grazia per eccellenza, che è Gesù.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.
Informazioni
Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.













