Ciclo di catechesi – “L’imitazione di Cristo” – Lezione 15

Ciclo di catechesi - "L'imitazione di Cristo" - Lezione 15

Lettura commentata del classico di spiritualità: “L’imitazione di Cristo” .

Lezione di lunedì 16 dicembre 2019

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

Ascolta la registrazione audio della catechesi

Se hai dubbi su come fare per ascoltare la registrazione vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

Scarica il testo della catechesi  

“L’IMITAZIONE DI CRISTO” Lezione 15

Continuiamo la nostra catechesi sul libro dell’Imitazione di Cristo.
Capitolo XVII
LA VITA NEI MONASTERI
1. Se vuoi mantenere pace e concordia con gli altri, devi imparare a vincere decisamente te stesso in molte cose. Non è cosa facile stare in un monastero o in un gruppo, e viverci senza lamento alcuno, mantenendosi fedele sino alla morte. Beato colui che vi avrà vissuto santamente e vi avrà felicemente compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo dovere e avanzare nel bene, devi considerarti esule pellegrino su questa terra. Per condurre una vita di pietà, devi farti stolto per amore di Cristo.
Se vogliamo condurre una vita umana vivibile, l’Imitazione di Cristo ci dice che dobbiamo imparare a vincere noi stessi in tantissime cose, cioè dobbiamo imparare a non assecondarci in tutto, in ogni voglia che ci può venire, in ogni desiderio e soprattutto non assecondarci in tutto ciò che riguarda la permalosità, le simpatie, l’amor proprio, il nervosismo, la stanchezza, la pigrizia.
Per avere un pò di pace e per poter vivere nella concordia con tutti dobbiamo imparare ad andare oltre ma non per una spinta volontaristica ma perché dovremmo imparare ad avere l’attenzione del nostro cuore altrove, in Cielo. Vivere con gli altri non è facile, loro con noi e noi con loro, è sempre difficile perché bisogna far stare insieme tante sensibilità diverse, tanti stili diversi, tanti modi di essere e di fare diversi, è chiaro che diventa pesante e difficile. Si può anche vivere all’interno di una famiglia, di una comunità, di un posto di lavoro, si può anche resistere, ma che vita è la vita di uno che resiste! Non è vita resistere! Quando si resiste si vedono i segni, il primo segno è la lamentazione. Quello che resiste dentro ad una famiglia, dentro ad un matrimonio, dentro ad un convento, dentro al suo essere prete, frate, suora, papà, mamma, amico, di fatto è uno scontento continuo e tutto ciò che è fuori, è bellissimo, tutto ciò che è altro, è stupendo. E’ proprio un format questo. Noi siamo sempre tentati dall’alternativa possibile, siamo sempre tentati ad una vita di fuga, e siccome resistiamo, mormoriamo, siccome resistiamo, ci lamentiamo.
Ci sono tanti modi per resistere. Non dobbiamo resistere, noi dobbiamo vivere, è un’altra cosa. Solo se noi viviamo, lì dove siamo, in ogni situazione che la nostra vita ci presenta, sarà possibile evitare il lamento e rimanere fedeli fino alla morte.
Rimanere fedeli fino alla morte non vuol dire rimanere fedeli solo al nostro essere marito, moglie, prete, suora, frate, non è solo questo. Rimanere fedeli vuol dire innanzitutto rimanere fedeli a Dio e a se stessi in tutto, alle scelte fatte, vuol dire rimanere coerenti con quanto abbiamo deciso. Le scelte non scadono, non sono a tempo.
Dobbiamo uscire da una logica di resistenza e dobbiamo entrare in una logica di vita, viviamo la nostra vita con tutta la sua fatica, con tutto il suo dolore, con tutte le sue ingiustizie e con tutte le sue incomprensioni.
Perché?
Perché Dio vede. Dio c’è. E se lo permette, come diceva Padre Pio, vuol dire che è per il nostro bene.
Dobbiamo imparare anche noi ad avere questo sguardo provvidenziale sulla nostra vita, invece noi vogliamo sempre mettere mano nella nostra vita, e decidere noi che cosa è meglio.
Fedeli alle proprie scelte fino alla morte!
Perché se io non sono fedele fino alle mie scelte, qualcun altro ne pagherà le conseguenze. La mia assenza non è irrilevante, perché le mie scelte non sono state irrilevanti. Le mie scelte hanno avuto un peso, ogni scelta ha un valore incredibile.
“Se vuoi stare saldo al tuo dovere e avanzare nel bene, devi considerarti esule pellegrino su questa terra.”
E’ lo sguardo di S.Francesco di Fatima, che dice:
“Vuoi vincere? Vinci. A me cosa mi interessa, a me interessa solo il Cielo”
Lui era interessato ad Altro.
Noi a cosa siamo interessati?
“Per condurre una vita di pietà, devi farti stolto per amore di Cristo.”
Potrebbe essere il titolo di un corso di esercizi spirituali.
Stolto per Cristo cosa vuol dire? Stolto davanti a chi?
Davanti al mondo. Devo accettare di essere ritenuto stolto, devo farmi stolto, essere considerato stolto per amore di Gesù.
2. “Poco contano l’abito e la tonsura; sono la trasformazione della vita e la completa mortificazione delle passioni, che fanno il monaco.”
Il monaco non è fatto dall’abito che porta, il monaco è fatto dalla sua assimilazione a Cristo, dalla sua santità e dalla sua mortificazione, da quanto è capace a dire: “No”.
Ricordate le tre penitenze citate da S.Giovanni Maria Vianney, come le uniche che hanno un effetto di disgusto, amarezza e disapprovazione sul demonio, che sono la penitenza del cibo, del bere e del dormire. Nell’impostazione della nostra giornata possiamo fare dei piccoli e sani atti di mortificazione.
“Chi tende ad altro che non sia soltanto Dio e la salute dell’anima, non troverà che tribolazione e dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non si sforza di essere il più piccolo, sottoposto a tutti.”
Il più piccolo è il più semplice, quello che non ha mire.
Cosa ha nella testa e nel cuore?
Nella testa e nel cuore ha la voglia di stare con Gesù, di godere di Gesù, non ha altri bisogni di soddisfazione.
“Qui tu sei venuto per servire, non comandare. Ricordati che sei stato chiamato a sopportare e a faticare, non a passare il tempo in ozio e in chiacchiere.”
Qui parla del monastero ma si può vedere anche in una famiglia. Quando uno si sposa, il suo tempo dell’adolescenza è finito e cambia la vita, quando poi arriva un figlio cambia ancora di più, mutano le cose. Inutile fare questioni su chi comanda e chi non comanda. Quando abbiamo scelto di accettare questa chiamata, questa vocazione, è ovvio che qualunque essa sia è una vocazione di fatica, comporta della fatica. La tua scelta comporta dei sì e dei no. Sono dei sacrifici che noi siamo chiamati a fare con libertà di coscienza.
“Non in ozio e in chiacchiere.”
Stiamo lontani dall’ozio e dalle chiacchiere, dal parlare vano e dal non fare niente.
“Qui si provano gli uomini, come si prova l’oro nel fuoco (cfr. Sir 27,6). Qui nessuno potrà durevolmente stare, se non si sarà fatto umile dal profondo del cuore, per amore di Dio.”
Che sia in convento, che sia in un monastero, che sia in famiglia, che sia ovunque, per poter stare, per poter vivere e non resistere, è necessario fare questi bagni di umiltà, che vuol dire fare verità, non perché siamo costretti, ma per amore del Signore. Ogni scelta, ogni luogo che io abito, mi offre la possibilità di fare verità su di me, mi offre la possibilità di crescere nell’umiltà.
Cosa vuol dire crescere nell’umiltà?
Vuol dire stare dentro a quel momento che fa luce sul mio carattere, sulle mie motivazioni, sulla mia vita, sulle mie scelte pregresse.

Capitolo XVIII
GLI ESEMPI DEI GRANDI PADRI SANTI
3. “Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi padri, nei quali rifulse una pietà veramente perfetta e vedrai come sia ben poco, e quasi nulla, quello che facciamo noi. Ahimé!, che cosa è la nostra vita, paragonata alla vita di quei santi?”
Un pò di paragone dobbiamo farlo, è vero che non posso imitare in tutto S.Francesco, S.Giovanni della Croce, S.Teresa, tutto vero, però in tante cose sì, almeno in una: nell’amare Gesù.
“Veramente santi, e amici di Cristo, costoro servirono il Signore nella fame e nella sete; nel freddo, senza avere di che coprirsi; nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie e nelle persecuzioni.”
Il servizio al Signore può essere fatto in qualunque condizione, se io lo Amo. Devo essere pronto a servire Gesù in ogni condizione, non c’è una condizione che mi preclude il servizio di Dio, perché i santi lo hanno servito in tutto questo.
Ci sono delle scelte evidenti che dicono a me che potevo scegliere altro e ho scelto questo per amore di Gesù?
“Quante tribolazioni, e quanto gravi, hanno patito gli apostoli, i martiri, i testimoni della fede, le vergini e tutti gli altri che vollero seguire le orme di Cristo; essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo mondo, per possedere le loro anime nella vita eterna.”
Hanno subito delle cose veramente terribili, basta leggere la loro vita.
“Quale vita rigorosa, e piena di rinunce, vissero questi grandi padri nel deserto; quante lunghe e gravi tentazioni ebbero a sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo; quante ripetute e fervide preghiere offrirono a Dio; quali dure astinenze seppero sopportare.”
Veramente dure.
Perché tutto questo?
Perché avevano un comune sentire, erano mossi dallo stesso motore.
Quale?
L’Amore per Gesù. Amavano veramente Gesù. Certamente c’era la fatica dell’andare d’accordo, però l’amore per Gesù faceva superare e andare oltre, ma quando non c’è l’amore per Gesù, diventa solo uno sforzo della volontà, una cosa che ti uccide, ti svuota dentro, perché non trovi il senso di quello che stai facendo, se non il dovere.
Ma può una vita reggere sul dovere?
E’ dura.
“Come furono grandi l’ardore e il fervore con i quali mirarono al loro progresso spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi fecero per vincere i loro vizi; come fu piena e retta la loro intenzione, che essi tennero sempre volta a Dio!”
Erano tutti rivolti al Signore. S. Francesco di Sales che aveva inizialmente un carattere così tremendo, così iracondo, suscettibile, poi è diventato dolcissimo, ha impiegato vent’anni per cambiare il suo carattere.
Come è stato possibile questo?
Per l’amore incredibile che lui aveva per il Signore, basta leggere i suoi scritti per vedere quanto amore per Dio c’è dentro lì, quanto fervore.
Proviamo a chiederci:
Se qualcuno mi vedesse pregare, andare a Messa, ricevere la Comunione, davanti al Tabernacolo, vedrebbe grande ardore e fervore?
Chiediamocelo.
“Lavoravano per tutta la giornata, e la notte la passavano in continua preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai meno in loro l’orazione interiore. Tutto il loro tempo era impiegato utilmente; e a loro sembrava troppo corta ogni ora dedicata a Dio; ancora, per la grande soavità della contemplazione, dimenticavano persino la necessità di rifocillare il corpo.”
Sembra un pò di leggere la vita del Beato Cardinale Schuster, diceva alle suore di preparargli la colazione ma arrivava mezzogiorno senza essere riuscito a farla, poi arrivava il pranzo, faceva le udienze e quando riuscivano finalmente a portarlo a pranzo, mangiava qualcosa e poi si ritirava; la cena era nominale, un uovo sodo, mangiato non si sa bene quando, e alla fine veniva consumato; poi alle tre di notte si svegliava per iniziare la preghiera, per preparare lo studio e tutte le sue cose, poi la S.Messa, due ore di orazione, la famosa colazione e poi di nuovo le udienze. Dal Cardinale Schuster andava chiunque, non dava appuntamento a nessuno e tutti dovevano fare la loro coda. Una vita tale per cui, talmente provata che l’unica volta che lui si è riposato al Seminario di Venegono, è morto.
“Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori, alle amicizie e alle parentele; nulla volevano avere delle cose del mondo; mangiavano appena quanto era necessario alla vita e si lamentavano quando si dovevano sottomettere a necessità materiali.”
Come Padre Pio, per lui il mangiare e andare in refettorio era più di tormento che non le pene dell’inferno.
Perché?
Perché ormai loro, i santi, erano altrove, questo è il punto. A loro non interessava più, perché avendo toccato con mano la sponda dell’infinito, tutto il resto non gli interessava più.
Potremmo chiederci:
Ma io ho toccato con mano fino adesso nella mia vita, cosa?
Fin dove sono arrivato a sporgermi?
4. “Erano poveri di cose terrene, molto ricchi invece di grazia e di virtù; esteriormente miserabili, ricompensati però interiormente dalla grazia e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma vicini a Dio, amici intimi di Dio; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati dagli uomini, ma erano preziosi e cari agli occhi di Dio.”
E’ interessante che gli uomini disprezzano ciò che Dio apprezza. Noi non sappiamo riconoscere ciò che per Dio ha grande valore, noi lo riteniamo una cosa inutile.
“Stavano in sincera umiltà, vivevano in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per questo progredivano spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia presso Dio. Essi sono offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati alla vita religiosa; essi ci devono indurre all’avanzamento nel bene, più che non ci induca al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.”
Dipende noi chi guardiamo. Se il nostro modello è la logica del mondo, quello che fa il mondo, si salvi chi può!
Se il nostro modello è Gesù e i Santi, allora noi continuamente siamo chiamati al cambiamento, non ogni giorno, ma ogni istante.
5. “Quanto fu grande l’ardore di questi uomini di Dio, quando diedero inizio alle loro istituzioni. Quale devozione nella preghiera, quale slancio nella vita, quale rigore in esso vigoreggiò; quanto rispetto e quanta docilità sotto la regola del maestro fiorì in tutti loro. Restano ancora certi ruderi abbandonati, ad attestare che furono veramente uomini santi e perfetti, costoro, che con una strenua lotta, schiacciarono il mondo.”
Pensate alle nostre Chiese antiche, e tantissime altre realtà ci ricordano quanto loro si sono dati, quanto si sono spesi.
“Oggi, invece, già uno è ritenuto buono se non tradisce la fede; se riesce a sopportare con pazienza quel che gli tocca. Tale è la nostra attuale condizione di negligente tiepidezza, che ben presto cadiamo nel fervore iniziale; pigri e stanchi, già ci viene a noia la vita. Voglia il cielo che in te non si vada spegnendo del tutto l’avanzamento nelle virtù; in te che frequentemente hai avuto sotto gli occhi gli esempi dei santi.”
Questa è una ragione per la quale dobbiamo imparare a leggere tanto la vita dei Santi e meditarla tanto. E’ vero che oggi uno è ritenuto Santo, se già non perde la fede e va a Messa la Domenica, però tutti sappiamo che non è quello il livello. Non saremo misurati sulla santità, se andiamo a Messa la Domenica e basta.
La santità è una cosa molto diversa e molto più seria.

 

 

 

 

 

 

DOMANDE:
1. Può spiegare meglio il concetto di “stolto per Cristo”, in comunità ad esempio come lo si esprime?
Tutte le volte che c’è una legge di Dio che chiede di essere osservata e questo vuol dire essere incompreso, preso in giro, maltrattato, esiliato, schernito, perseguitato, questo vuol dire essere ritenuto stolto. La frase che ci viene rivolta è: “Tu non capisci niente, sei esagerato, sei rigido..”
In comunità vuol dire che ognuno di noi, che sia in una comunità religiosa o cristiana parrocchiale, ognuno di noi ha una sua anima, una sua coscienza, che dentro ad un cammino comune, va però rispettata.
Nessuno può mettere in dubbio che Padre Pio non sapesse vivere la vita religiosa, Padre Pio quando andava a tavola mangiava pochissimo e alla sera non mangiava mai. Andava in ricreazione con i padri, ma a cena non andava in refettorio, stava in coro a pregare. Tutti gli altri no, erano in refettorio. Uno potrebbe dire che non era giusto, se tutti sono in refettorio tutti devono andare in refettorio. Non è detto. A quei tempi che comunque la regola era vissuta in modo rigoroso, avevano capito che non era proprio così doveroso per tutti, che aveva la sua ragione d’essere per Padre Pio stare in coro mentre loro erano a cena, aveva la sua ragion d’essere che Padre Pio mangiasse quel pochino che mangiava rispetto agli altri. Non dobbiamo pensare che essere in ordine con la comunità, fosse anche una famiglia, vuol dire che tutti devono fare la medesima cosa. Non è detto. E’ importante che ci sia un ordine, una regola, però ci possono essere anche delle eccezioni che sono legate a questo essere stolto. E’ chiaro che Padre Pio vivendo così appariva come uno diverso, ed è chiaro che questo in alcuni generava un malcontento, però lui non poteva fare diversamente. Questo poi uno lo applica alla sua vita, con una grande responsabilità e senso di equilibrio, confrontandosi con qualcuno. Questa stoltezza ha bisogno alle volte di essere manifestata un pò ovunque e dobbiamo saperne portare il peso.

2. Mi accorgo di sopportare per dovere, a volte, nel senso che mi costa e mi provoca nervosismo e frustrazione, se offro la fatica sto amando Cristo?
Certamente quando offro una sofferenza o una fatica, questo è un atto d’amore, io cercherei di passare dalla sopportazione per dovere alla sopportazione per amore, se non per amore della persona che ho davanti, almeno per Amore di Gesù. Noi rischiamo di crocifiggere gli altri per i nostri egoismi, ma questa è una follia terribile. Rendiamo la vita degli altri un inferno per le nostre immaturità, per i nostri fallimenti, per le nostre gelosie, per le nostre invidie. Quando facciamo l’esame di coscienza nel silenzio, noi e Gesù, qualcosa la coscienza ci dice. Non posso andare da una persona a dire: “Sono cosciente che ti sto facendo del male, però vado avanti a farlo”.
Ad un certo punto della nostra vita tutti noi saremo messi davanti alle nostre scelte, che cosa faremo quel giorno? Cosa diremo?
Ma prima che a Dio, a noi stessi.
Cosa hai fatto della tua vita? Cosa hai fatto di questo giorno? Cosa hai fatto in questo giorno?

3. A proposito dell’ultima riflessione di Padre Pio, ma è un qualcosa di graduale questa lenta ascesi, allontanamento anche dal cibo, o è il Signore che ci concede questa grazia sulla base del desiderio che ha poi la singola persona di amarlo?
Non è mai un salto. E’ sempre una cosa abbastanza progressiva, tranne rarissimi casi, ma nella norma è sempre un cammino, ed è sempre una cosa che uno capisce, uno sente che sta avvenendo un cambiamento dentro di sé. Quando viene dal Cielo è sempre una cosa dolce, e uno non fa più certe cose non perché dice a se stesso che non deve farle ma perché proprio non gli vengono più, non riesce più a ritrovarsi in quelle cose, non riesce a ritrovare il suo volto, il suo cuore. Di norma i primi tempi ci vuole un pò di coraggio. Se siamo coraggiosi e proviamo a farlo una volta, vediamo in realtà che è fattibile, bisogna però fidarsi, secondo quello che Dio ha pensato per ciascuno di noi, e Dio pensa per ciascuno di noi sempre qualcosa di diverso. Ognuno ha il suo.

4. Con troppa umiltà non si cade poi nel rischio di essere sfruttati?
Nell’umiltà non c’è mai troppo. Non esiste. Se l’umiltà è Verità non esiste la troppa verità, esiste la vita. Quello che forse questa domanda intende, non è tanto l’umiltà ma è il mettersi un pò di lato, al secondo posto, che può essere una manifestazione di umiltà ma può anche non essere quello. Se ci schiacciano a noi i piedi, pace, ma l’importante è che non venga schiacciato il Nome di Dio e la Gloria di Dio, su questo dobbiamo imparare ad agire e dire no.

5. Prima ha nominato S.Teresina, tanti anni fa assistetti ad uno spettacolo, e da questo era emerso che nessuna delle sue sorelle aveva compreso la sua santità, allora mi sono chiesta ma questo non riconoscere la santità delle persone che ci stanno attorno è dovuto ad una lontananza nostra dalla santità o ad una permissione divina?
Alle volte può essere un pò entrambi, per Teresina è un pò inquietante che nessuno abbia saputo riconoscerla. Vivendoci assieme ventiquattr’ore su ventiquattro, in un monastero qualcosa si sarà pur visto.
Perché io non lo vedo?
Forse perché siamo tanto superficiali, forse perché il nostro cammino di fede alle volte fa veramente tanta acqua. Non basta mettersi addosso una veste per dirsi discepoli di Gesù, ci vuole quelle che abbiamo letto prima. Per Padre Pio alcuni confratelli avevano capito molto bene chi era quest’uomo, di sicuro il popolo di Dio si era accorto molto bene chi era questo sacerdote, e infatti accorrevano a fiumi, perché il popolo di Dio lo sente quando ha davanti un uomo di Dio e lo cerca. Un pò di appannaggio può darsi che il Signore lo permetta, che non sia proprio tutto così visibile anche per far crescere maggiormente la santità, può essere, ma è anche vero che tante volte noi siamo veramente lontani, siamo veramente gretti, chiusi nei nostri pregiudizi, nelle nostre paure, nei nostri calcoli, nelle quisquilie, chiusi nel salvare la nostra vita. Siccome dentro abbiamo poco la spinta a perdere la vita per “Causa Sua e del Vangelo”, è chiaro che poi succede che ci passa accanto un santo e noi non ce ne accorgiamo.

Guarda il video della catechesi su Youtube

Testo commentato durante il ciclo di catechesi:

“L’imitazione di Cristo”

Traduzione a cura di Ugo Nicolini

Edizioni San Paolo

Informazioni

Le catechesi di p. Giorgio Maria Faré si tengono ogni lunedì alle 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza, con ingresso dal parcheggio di Via Boito 2.
La catechesi è preceduta da un momento di preghiera a partire dalle ore 20.00.

È anche possibile seguire la catechesi in diretta streaming sul profilo Facebook di p. Giorgio Maria Faré, ogni lunedì a partire dalle ore 21.