Meditazione
Pubblichiamo l’audio della meditazione: Dare la vita per i fratelli pt.1 – La mistica della riparazione, di don Divo Barsotti pt.19
Domenica 25 agosto 2024
Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD
Ascolta la registrazione:
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VANGELO (Gv 6, 60-69)
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”.
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono”.
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre”.
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.
Testo della meditazione
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Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!
Eccoci giunti a domenica 25 agosto 2024. Festeggiamo quest’oggi S. Ludovico IX, re di Francia, e anche S. Giuseppe Calasanzio, sacerdote.
Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal sesto capitolo del Vangelo di san Giovanni, versetti 60-69.
Continuiamo la nostra lettura e meditazione del libro di don Divo Barsotti. Titolo del nuovo capitolo:
DARE LA VITA PER I FRATELLI
Ha detto Gesù: «Nessuno dimostra maggior amore di colui che dà la propria vita per coloro che ama». Ma in che modo «dai la tua vita» per coloro che ami? Rispondendo per loro, riparando per loro, come Cristo. Colui che ripara dà la propria anima in cambio. Ricordate la preghiera di S. Paolo? ricordate la preghiera di Mosè? S. Paolo dice: «Desideravo io stesso di essere anatema per i miei fratelli nel Cristo». S. Paolo desiderava essere egli stesso diviso dal Cristo, a favore dei suoi fratelli… un desiderio assurdo, perché questo desiderio medesimo era stato acceso nel suo cuore precisamente dall’unione col Cristo: S. Paolo viveva fino in fondo, nella maniera più grande, il mistero del Cristo, che è mistero di riparazione e di amore. Nell’istante in cui Mosè dice a Dio: «Cancella anche me dal libro della vita», dimostra d’avere nel cuore l’amore di Dio. Non è che Mosè e S. Paolo si mettano contro il Signore, anzi, essi portano proprio nel cuore di Dio anche tutti i fratelli: il loro amore vince su tutto, vince anche la giustizia divina; non è però che la giustizia divina non debba ottenere quel riconoscimento che le è dovuto per il peccato dell’uomo: essa l’ottiene con l’umiliazione di colui che si offre, con l’immolazione di colui che si offre, perché giustamente il castigo ricade su colui che si fatto solidale col peccatore e risponde per lui. D’altra parte, l’atto della riparazione è anche l’atto dell’amore più grande per Iddio. Non soltanto, riparando, noi amiamo nel modo più efficace il nostro prossimo; si ama anche nel modo più alto il Signore. Di fatto che cosa possiamo offrire al Signore? Che cosa potrebbe donare a Dio, il nostro amore? L’uomo ha tolto qualche cosa a Dio, ha calpestato i suoi diritti, ha misconosciuto la sua sovranità, ha negato la sua gloria. Dopo il primo peccato, la creazione non dà più a Dio quella gloria che gli avrebbe dato se l’uomo non avesse peccato. Gli uomini, creati per Iddio, lo bestemmiano e lo offendono. Dov’è il Signore? Chi ne parla? Nelle strade, nelle case, nei ritrovi umani, Dio è come assente, quando non è addirittura bestemmiato ed offeso. Come posso io soffrire che avvenga questo senza sentirmi lacerato nell’intimo? È questa pena la prova di un nostro amore per Iddio. Si fa presto a dire di amarlo: la prova del nostro amore è l’angoscia di fronte a tutto questo peccato umano che tenta di oscurare la gloria di Dio. E soltanto con la riparazione il nostro amore per lui si dimostra veramente efficace nel ristabilire l’ordine offeso: Dio è riconosciuto come Dio nella sua sovranità, nella sua santità; vengono riconosciuti i diritti della giustizia divina e viene ristabilita la sua gloria. Soltanto per la tua riparazione, Dio ritorna ad essere Dio veramente, per te. Ma la riparazione non può essere soltanto preghiera: è necessario precisamente pagare il «pretium sanguinis». La riparazione è redenzione, pagamento. Si deve versare un prezzo se si vuol riparare. La parola che noi possiamo pronunziare, quando recitiamo una formula di riparazione, è parola che ci impegna a subire tutto il peso della divina giustizia. È una parola che ci impone di abbandonarci alla santità di Dio, come si è abbandonato a questa santità il Figlio Unigenito, che da questa santità è stato, nella sua umanità, umiliato e immolato.
Ci fermiamo qui. Allora, in che modo diamo la vita per i fratelli? Riparando per loro, rispondendo per loro, come ha fatto Gesù. E poi cita S. Paolo, quando dice: «Desideravo io stesso di essere anatema per i miei fratelli nel Cristo» cioè, essere scomunicato, essere separato. Mosè dirà a Dio: «Cancella anche me dal libro della vita»; tutte queste espressioni e queste frasi dimostrano — dice don Divo — il grande amore per Dio che avevano questi santi.
Poi lui dice che di fatto noi uomini bestemmiamo e offendiamo il Signore. «Dov’è il Signore? Chi ne parla? Nelle strade, nelle case, nei ritrovi umani, Dio è come assente, quando non è addirittura bestemmiato ed offeso». Questa pena che noi proviamo è la prova — dice don Divo — del nostro amore per Dio. Provare pena per queste cose, questa angoscia è esattamente la prova del nostro amore per Dio. Ed è per questo che è importante la riparazione, per ristabilire la sua gloria. E questa riparazione è il «pretium sanguinis», c’è un prezzo da pagare.
La «riparazione è parola che ci impegna a subire tutto il peso della divina giustizia», ecco perché siamo tutti capaci di recitare una preghiera, siamo tutti capaci a dire un’intenzione del Rosario, ma poi ci fermiamo lì. Non assumiamo sulla nostra vita, nella nostra carne, questo pretium sanguinis! Infatti, qualcuno aveva addirittura paura a fare l’Atto di offerta all’amore misericordioso di Teresina, dicevano: “Eh, ma non è che poi mi vengono addosso le sofferenze, i dolori?”; vedete, è questo il problema, il problema è la paura.
E volevo leggervi, a questo proposito, un testo di S. Leonardo da Porto Maurizio, che fa vedere la pena di colui che ama veramente il Signore, e fa vedere che poi, di fatto, dobbiamo riparare; poi, sul “come”, ognuno si muoverà secondo la propria generosità, però. Il testo dice così:
Se quando voi andate alla chiesa per ascoltare la Messa pensaste ben bene che andate al Calvario, per assistere alla morte del Redentore, ci andreste con un tratto così immodesto, e con abbigliamenti così sfacciati? Se la Maddalena fosse andata al Calvario ai piedi della Croce tutta abbigliata, profumata, ed imbellettata, come quando trattava con i suoi amanti, che si sarebbe detto di lei? Or che si deve dire di voi, che andate alla Santa Messa, come se andaste ad una festa di ballo?
Che sarebbe poi, se profanaste quell’azione sacrosanta con cenni, con risa, con cicalecci, amoreggiamenti, e sacrilegi? Dico, che l’iniquità disdice in ogni tempo, ed in ogni luogo; ma i peccati, che si commettono alla Messa, e vicino agli altari, sono peccati, che si tirano addosso la maledizione di Dio. Maledetto l’uomo che compie l’opera del Signore con negligenza (Jer. 48, 10).
Non credo che queste parole di S. Leonardo abbiano bisogno di tanti commenti. Credo che debbano essere semplicemente meditate e riflettute bene. Mi sembra che una buona meditazione di queste parole porti già ad una vera riparazione. E quindi magari offriremo volentieri al Signore. Io comincerei da qua, direi: “Gesù, guarda, io non sono capace di fare grossi sacrifici, grosse penitenze e portare nel mio corpo il peso del peccato degli altri, non ne ho la forza. Però, qualcosa di più piccolo, lo posso fare”. Che cosa, esattamente? Per esempio: oggi non mi lamento del caldo, del freddo, della fame e della sete, della stanchezza; oggi mangerò quello che mi verrà messo davanti nella qualità e nella quantità; oggi imparo, prima di fare una qualunque scelta importante, un po’ fuori dall’ordinario, a confrontarmi, a chiedere consiglio. Perché guardate che oggi, già all’età di sedici, diciassette anni, ci si sente dei piccoli Dio, per cui non si avverte neppure più il bisogno, il dovere e la necessità di chiedere consigli, di confrontarsi. I consigli si chiedono dopo; prima si fanno i pasticci, prima si fanno i disastri, poi si chiedono i consigli, quando ormai i disastri sono fatti, e poi uno dice: “Eh, adesso io cosa faccio?” Eh, cari miei, adesso raccogliamo il frutto della semente che abbiamo seminato, cosa dobbiamo fare?
Questi sacrifici non sono cose difficilissime — o, meglio — non comportano chissà quale spargimento di sangue interiore o di sofferenze particolari, però almeno ci abituano, ci fanno capire che la riparazione è un impegno di vita, non è semplicemente una preghierina.
Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.













