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Mi ami tu? – La mistica della riparazione, di don Divo Barsotti pt.51

Mistica della riparazione

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: Mi ami tu? – La mistica della riparazione, di don Divo Barsotti pt.51
Giovedì 26 settembre 2024 – San Cosma e Damiano, Martiri

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Lc 9, 7-9)

In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Testo della meditazione

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Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a giovedì 26 settembre 2024. Oggi ricordiamo e festeggiamo i santi Cosma e Damiano, martiri.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal nono capitolo del Vangelo di san Luca, versetti 7-9.

È interessante notare che non basta voler vedere Gesù perché ci sia una vera ricerca. Anche Erode era curioso e voleva vedere Gesù, anche Erode aveva questo interesse, però non era assolutamente un interesse sano e neppure un interesse vero e neppure un interesse santo; era tutt’altro.

Continuiamo la nostra lettura del libro di don Divo. Siamo al capitolo:

 

 

LUOMO DEVE CORRISPONDERE ALLAMORE DI DIO

Non leggeremo tutto il capitolo perché è molto lungo. Mi soffermerò solamente su una parte, che mi sembra quella più riassuntiva e più importante. Verso la fine, don Divo scrive così:

«Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?». Sembra la domanda dolcissima e trepidante di un fidanzato; ed è questa la parola che Gesù rivolge a ciascuno di noi.

Bene, proviamo a mettere il nostro nome al posto di quello di Simone. Uno può mettere il nome Luca, Laura, Enrico, Giovanni, Fabrizio, Elena, Sara, Rachele, ognuno di noi ha il suo nome. Quindi, “figlio di”, ognuno di noi è figlio di qualcuno, «mi ami tu?».

Ecco. «Sembra la domanda — “è” la domanda — dolcissima e trepidante di un fidanzato», o di una fidanzata, no? Mi ami?

Arriva un momento, in un rapporto d’amore, nel quale uno lo chiede all’altro, non gli bastano le manifestazioni, non gli basta il tempo dedicato; arriva un momento in cui la parola deve suggellare la vita; la parola ha proprio una funzione di sigillo, in questo momento particolare. Ed è il momento della domanda dell’amore: mi ami tu? Ed è una domanda fondamentale, a questa domanda si può rispondere solamente con un “sì” proprio di quelli roboanti, un sì solenne, un sì deciso, un sì forte; ogni tentennamento, ogni pausa, ogni attesa nella risposta è già una risposta terribile. Quindi, a questa domanda o si risponde immediatamente: “Sì, ti amo”, oppure “Non ti amo”, qualunque altra cosa è un “non amore”. Una domanda molto importante.

Non ripete egli forse a S. Margherita Maria Alacoque quel che disse a Pietro: «Almeno tu amami»? È questo un carattere della devozione al Sacro Cuore: un rapporto personale, una comunione cosi intima come non si potrà mai realizzare fra gli uomini.

Questo cerca Gesù con noi: «un rapporto personale, una comunione così intima come non si può realizzare con nessun’altra persona». Adesso attenzione a cosa scrive.

Nessun uomo ha bisogno di me, ma Dio vuol avere bisogno di me. Fintanto che uno non sente il bisogno di essere amato non ama: Dio mi ama perché vuol essere amato.

Guardate che sono frasi importantissime, densissime. “Nessun uomo ha bisogno di me”. Guardate, in fin dei conti, stringi, stringi, è proprio vera, questa frase. Nel senso che noi oggi diciamo: “Ah sì, ho proprio bisogno di te, tu sei importantissimo. La tua vita, la tua presenza, la tua persona, per me hanno un significato incredibile. Mi hai salvato la vita.”; e tutte queste parole. Domani, basta che tu, alzandoti dal letto, gli schiacci la coda, o gliela schiacci camminando per la casa, o camminando per il luogo di lavoro, camminando in chiesa — perché ognuno di noi ha una coda molto lunga, molto pelosa e molto sensibile — basta che tu, inavvertitamente, senza volerlo, gli schiacci un pelo della coda (neanche la coda, un pelo della coda), caro mio, noi ci giriamo e, da dolcissimi agnellini, ci trasformiamo in pantere, tigri fameliche.

Che uno dice: “Ma cosa è successo?”. Eh, caro mio… noi esseri umani siamo tanto dolci, tanto buoni, tanto cari, tanto devoti, tanto: “Ah sì, guarda, tu sei il mio sole, io sono il tuo girasole”, e poi, cari miei… Bisogna stare attenti a come ci si muove, a come si parla, a come si guarda, a come si mettono le virgole alle parole, agli sguardi, perché basta poco per cadere in disgrazia, basta pochissimo.

Quindi «Nessun uomo ha bisogno di me». È vero, io sono convintissimo di quello che scrive don Divo. Perché uno vive bene anche senza, per l’amor del cielo, su questo io sono proprio d’accordo con lui. Perché poi, di fatto, ognuno di noi… “Sì, sì, ti voglio bene, sì, tutto quello che vuoi. Però: io a casa mia e tu a casa tua”. E poi, sapete, non di rado c’è questo motto che sta sotto: “Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o passato”. Eh, funziona così. Quindi, arriva un momento nel quale si vede che non c’è questo gran bisogno. E, se non lo vedi, lo capisci; se non sei stordito, lo capisci: tutto questo bisogno non c’è. Sì, c’è un bisogno, magari circostanziato, occasionale, estemporaneo, va bene, ho bisogno che tu mi prepari una minestra, mi fai la spesa, mi fai una bell’omelia, ecco, va bene, però quei dieci minuti, un quarto d’ora, mezz’oretta, ma poi, come si dice a Milano, föra di pè (fuori dai piedi).

Dio, invece, vuole aver bisogno di me; Dio ha bisogno di me. Incredibile: lui, che è Dio, ha deciso di voler avere bisogno di me, misera creatura.

«Fintanto che uno non sente il bisogno di essere amato non ama». Non può amare chi non sente il bisogno di essere amato. Come fa ad amare? E quindi tu ti trovi questi ghiaccioli, che riempiono le chiese, che riempiono le nostre comunità, con un’affettività pari a quella di un sasso, che non sono capaci di empatizzare, perché non sentono il bisogno di essere amati, non lo sentono! Non sentono questa necessità, non hanno bisogno dell’amore degli altri.

Io su questo sono intervenuto tantissime volte, anche prima di registrare queste meditazioni. Già dall’inizio del mio sacerdozio io sono intervenuto tantissimo, intervenivo soprattutto nei tempi di Natale e di Pasqua, e dicevo: “Smettiamola con questo comportamento gretto, egoistico, meschino — non so quale altro aggettivo usare — a causa del quale teniamo le nostre case chiuse”. E io non sto parlando di aprirle al povero, come si fa a Natale: “aggiungi un posto a tavola per ospitare il povero”, che poi dopo, durante tutti gli altri 364 giorni dell’anno, proprio zero, neanche ti accorgi che esiste! No, io sto parlando delle persone care che Dio ha messo nella tua vita, le persone che tu vedi ogni giorno, le persone che ti vogliono bene, che tu dovresti amare.

Queste case sono chiuse!

“Eh no, perché ho tante cose da fare, perché poi dopo devo fare quello, perché poi, se invito le persone, devo pulire tutta la casa”.

Ma secondo te, se mi inviti a casa tua, vengo in casa tua con il guanto bianco e lo passo su tutti i mobili della tua casa, sopra le porte, entro nelle vetrerie, vado a guardare nell’ultimo angolo del ripiano di vetro della tua vetreria, col dito col guanto bianco per vedere quanta polvere c’è? Vado a fare l’ispezione igienica del tuo water? Ma cosa mi interessa? Certo, basta che non mi inviti in una casa dove ci sono dentro le galline, le capre e i topi — ma penso che nessuno di noi viva in una stalla — poi, per il resto, io credo che tutti abbiamo un livello di igiene sufficiente, più che sufficiente, tale per cui posso venire a casa tua a fare una cena, senza prendere la leptospirosi; penso che sia così per tutti, non mi servirai il cibo marcio.

No, noi se non abbiamo la casa come una sala operatoria: “Eh, no, no, no, ma non ce la faccio, ma è troppo impegnativo, è troppo pesante, poi devo stare lì a preparare, e poi devo stare lì a “spreparare”…”; ma di’ alle persone di portarsi da casa qualcosa! È un peccato mortale? Dici: “Senti, ti invito a cena, io preparo il primo e tu porta il secondo, e quell’altro porterà il dolce”, qual è il problema? “Eh, no, non sta bene, non è secondo il galateo”. Perché poi te lo dicono sottovoce, con una mezza voce: da morire! Questi non hanno bisogno di essere amati; vivono come i vampiri dentro le loro bare, vivono come i morti dentro i loro cimiteri, sono già morti prima ancora di morire. Chiusi lì, nella loro aria asfittica, piena di naftalina, dentro il loro congelatore, e stanno lì, e gli va bene così. Ma neanche ti cercano!

Vabbè, son cose che, guardate, veramente, quando ci penso, mi bolle il sangue nelle vene, come avrete capito, e sono cose che a me proprio fan venire il voltastomaco. Perché poi, invece, stiamo attenti a tutte le novene, stiamo attenti alle profezie dell’ultimo pseudo profeta… perché quelle lì le sappiamo tutte; sappiamo tutte le profezie dell’ultimo pseudo profeta, dell’ultima pazza che si è svegliata stamattina e ha detto che parla con non so chi… Perché poi guardano noi sacerdoti e dicono: “Ma perché, lei non ha le profezie?” — “No. Non le ho!” — “Ma lei non ha le cose interiori?” — “No” — “Non ha i ratti mistici?” — “No, non ho né ratti né gatti, non ho niente, non ho niente di mistico” — “Ma lei non sente la Vergine?” — “No” — “Non sente la Vergine Maria?” — “No, non la sento, non la vedo e quindi?” — “Eh, ma lei allora che cosa sente?” — “Pane e prosciutto, io sento questo: pane e prosciutto, al massimo un po’ di ciliegie ghiacciate e un po’ di pane con la marmellata e col burro. Questo è il massimo della mia mistica”.

Cari miei, mi spiace, io di più non ho, non ho altri carismi, non ho altri doni, non ho niente, nulla. Se venite per cercare profezie, locuzioni, parole, trasverberazioni, viaggi mistici, incontri con la Vergine, incontri con gli angeli, non c’è niente di tutto questo. Voi l’avete, io no. Perché si sente: “La Vergine Maria mi ha detto”, “Lo Spirito Santo mi ha fatto capire”, “Il cuore di Gesù mi ha parlato nel mio cuore”, “Lo sguardo di Gesù, il volto di Gesù, mi ha illuminato nella mia mente… E a lei, padre Giorgio?” — “Pane e prosciutto”. Punto. Io ho quello: pane e prosciutto, né più e né meno che pane e prosciutto.

Però, almeno, la mia casa non è mai stata chiusa. Avrò la mistica del pane e prosciutto, però, guardate, la mia casa, da quando son bambino, è sempre stata aperta a tutti, a tutti!

Vi lascio questo aneddoto: mi ricordo una volta — quando facevo servizio ai tossicodipendenti, andavo alle superiori — sono tornato da Messa, arrivo in casa e sento la mia mamma che parla con una persona, e dico: “Chi c’è qui?”. Perché solitamente si sapeva però, era anche vero che c’era sempre un via vai di persone e quindi dicevo: “Ma chissà chi è arrivato?”, non sapevo chi dovesse arrivare; poi alle sette e qualcosa di sera (perché tornavo da Messa)… bah! Arrivo in casa e mi trovo, seduto sul divano, uno dei tossicodipendenti che seguivo. Noi questi ragazzi li conoscevamo quando facevamo il servizio in ospedale poi, quando uscivano, li continuavamo a seguire come Caritas. E io lo guardo e dico: “E tu cosa fai qui?”. Perché non sapevano dove vivevo, non gli dicevo dove vivevo, ci mancava solo che glielo dicessi. Quindi: “Cosa fai qui?” — “Ah no, niente, sono venuto a cercarti e, per caso — perché poi sono furbi — ho visto il tuo nome sul citofono!” — “No, dico, scusami, siamo in un paese di più di ventimila persone, fammi capire, e tu, per caso, hai trovato il mio nome su un citofono in un paese fatto di ventimila persone. Che caso! Cioè, è un caso proprio fortuito, così, per caso, ti è capitato di trovare, in questa via, a questo numero, su questo citofono, il mio cognome. Ma guarda un po’, sei stato proprio fortunato. Questa fortuna, se tu la avessi usata alla lotteria, avresti vinto non so che cosa!” — “No, ma no, ma cosa pensi?” — “Penso l’unica cosa che posso pensare, che tu mi hai cercato, non che tu mi hai trovato per caso”. Poi la mia mamma: “Ah, ma è simpaticissimo” — lei non sapeva tutto il retroscena — “Ma Giorgio, ma non mi hai detto che conoscevi questa persona, ma che persona simpatica…”, e qui, e là, e su e giù… “Sì, sì” — ho detto — “va bene, va bene…”. Questo per dirvi quanto la casa era aperta.

La casa è fatta per essere aperta, non per essere chiusa. E cosa interessa se è perfetta, se c’è tutto in ordine, ma tira fuori quelle quattro cose che hai lì, mettile lì… Se uno vince e non ha nessuno con cui condividere la sua vittoria, che senso ha quella vittoria? Una vittoria, una meta raggiunta, una gioia ricevuta, è bella perché la puoi condividere con qualcuno. Sennò che senso ha? Che cosa ti dà? Niente!

Dio ha bisogno di me; «Dio mi ama perché vuole essere amato». A me è questo quello che ha sempre colpito di Dio: che Dio cerca il mio amore, Dio vuole il mio amore, che la sua casa è sempre aperta. Ecco perché nella mia chiesa, se mai la dovessi avere, io staccherei le porte, per questa ragione: perché la casa di Dio non può essere chiusa, bisogna togliere anche il tetto, perché così si buttano dentro anche da sopra, se non fosse che poi si mette a piovere.

«La mia povera vita acquista un immenso valore dal momento che Dio implora il mio povero dono»; oggi nessuno implora più niente a nessuno, capite? Oggi ognuno fa la sua vita, pensa alle sue cose, al massimo ti fanno un po’ di carità, ma, per l’amor del cielo, farsi invadere la casa, farsi invadere gli spazi, farsi invadere la propria vita… “Nooo! No, eh! Ma nooo!”; perché poi te lo dicono con la bocca un po’ socchiusa: “Ma padre Giorgio, no, ma non si può, sì, vabbè, una volta ogni tanto, ma non è che mi posso mettere qui, adesso, sempre così, ma come si fa; ma poi io ho le mie cose da fare”. E quando saremo vecchi, e quando saremo moribondi, sono le cose da fare che ci terranno compagnia? Sono quelle che ci daranno consolazione? “Ah, che bella casa pulita! Ah, che bella casa in ordine!”; intanto sei lì che stai morendo. Ah, però c’è la casa pulita, eh! Solo come un cane, abbandonato da tutti: “Ah, però ho la casa pulita!”. Eh sì, sì, va bene, sarà un grande conforto quando starai morendo, almeno morirai nel pulito.

«Mi ami tu?». Ecco lultima parola che luomo ha udito dal Verbo Incarnato prima che salisse al Cielo.

Ci avete mai pensato? L’ultima parola detta da Gesù è: “Mi ami tu?”. Prima di salire al cielo, prima dell’ascensione; “mi ami tu?”. Cioè, vuol dire che è importante!

Ed è questo il significato della devozione al Sacro Cuore … non solo siamo amati, ma siamo anche sollecitati ad amare. Dio ce lo comanda, lo implora. È già miracolo stupendo che Dio ci ami; che Dio, lInfinito, ami ciascuno di noi in particolare; ma più stupendo ancora è che ci chieda lamore.

Incredibile, bravissimo don Divo, bravissimo, veramente un grandissimo sacerdote. Quindi: cambiamo stile. E sapete quando si capisce che noi abbiamo compreso che Dio viene a cercare il nostro amore, quando noi siamo entrati in questa logica del “mi ami tu”, quando noi sentiamo il bisogno di essere amati, quando noi vogliamo ricambiare il bisogno che ha Dio di essere amato da noi, sapete da cosa si capisce? Da una cosa sola: dal fatto che gli altri invadono la nostra vita, da lì si capisce. Fino ad allora, siamo case chiuse, siamo casseforti, siamo bare, siamo cimiteri.

Non siamo certo l’immagine di un Paradiso che è fatto per essere condiviso e vissuto insieme.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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