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Ciclo di catechesi – I sette fratelli maccabei (2 Mac 7) Lezione 20

Catechesi La Fede 2017-18

Catechesi di lunedì 5 febbraio 2018

Ciclo di catechesi “La Fede: dubbio o Abbandono? La Scelta di una vita

Relatore: p. Giorgio Maria Faré

Ascolta la registrazione della catechesi:

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Brano commentato durante la catechesi:

Secondo libro dei Maccabei, capitolo 7

1Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re a forza di flagelli e nerbate a cibarsi di carni suine proibite. 2Uno di essi, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi di indagare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi». 3Allora il re irritato comandò di mettere al fuoco padelle e caldaie. 4Diventate queste subito roventi, il re comandò di tagliare la lingua, di scorticare e tagliare le estremità a quello che era stato loro portavoce, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre. 5Quando quegli fu mutilato di tutte le membra, comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo mentre era ancora vivo. Mentre il fumo si spandeva largamente all’intorno della padella, gli altri si esortavano a vicenda con la loro madre a morire da forti, esclamando: 6«Il Signore Dio ci vede dall’alto e in tutta verità ci dà conforto, precisamente come dichiarò Mosè nel canto della protesta: Egli si muoverà a compassione dei suoi servi». 7Venuto meno il primo, in egual modo traevano allo scherno il secondo e, strappatagli la pelle del capo con i capelli, gli domandavano: «Sei disposto a mangiare, prima che il tuo corpo venga straziato in ogni suo membro?». 8Egli rispondendo nella lingua paterna protestava: «No». Perciò anch’egli si ebbe gli stessi tormenti del primo. 9Giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». 10Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani 11e disse dignitosamente: «Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo»; 12così lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza del giovinetto, che non teneva in nessun conto le torture. 13Fatto morire anche costui, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. 14Ridotto in fin di vita, egli diceva: «E’ bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita». 15Subito dopo, fu condotto avanti il quinto e fu torturato. 16Ma egli, guardando il re, diceva: «Tu hai potere sugli uomini, e sebbene mortale, fai quanto ti piace; ma non credere che il nostro popolo sia stato abbandonato da Dio. 17Quanto a te, aspetta e vedrai la grandezza della sua forza, come strazierà te e la tua discendenza». 18Dopo di lui presero il sesto; mentre stava per morire, egli disse: «Non illuderti stoltamente; noi soffriamo queste cose per causa nostra, perché abbiamo peccato contro il nostro Dio; perciò ci succedono cose che muovono a meraviglia. 19Ma tu non credere di andare impunito dopo aver osato di combattere contro Dio».

20La madre era soprattutto ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché vedendo morire sette figli in un sol giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. 21Esortava ciascuno di essi nella lingua paterna, piena di nobili sentimenti e, sostenendo la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: 22«Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. 23Senza dubbio il creatore del mondo, che ha plasmato alla origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi».

24Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quella voce fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l’avrebbe fatto ricco e molto felice se avesse abbandonato gli usi paterni, e che l’avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato cariche. 25Ma poiché il giovinetto non badava affatto a queste parole il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo. 26Dopo che il re la ebbe esortata a lungo, essa accettò di persuadere il figlio; 27chinatasi verso di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua paterna: «Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. 28Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. 29Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia». 30Mentre essa finiva di parlare, il giovane disse: «Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. 31Ma tu, che ti fai autore di tutte le sventure degli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio. 32Per i nostri peccati noi soffriamo. 33Se per nostro castigo e correzione il Signore vivente si adira per breve tempo con noi, presto si volgerà di nuovo verso i suoi servi. 34Ma tu, o sacrilego e di tutti gli uomini il più empio, non esaltarti invano, agitando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo; 35perché non sei ancora al sicuro dal giudizio dell’onnipotente Dio che tutto vede. 36Gia ora i nostri fratelli, che hanno sopportato breve tormento, hanno conseguito da Dio l’eredità della vita eterna. Tu invece subirai per giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia. 37Anche io, come gia i miei fratelli, sacrifico il corpo e la vita per le patrie leggi, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu fra dure prove e flagelli debba confessare che egli solo è Dio; 38con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l’ira dell’Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe». 39Il re, divenuto furibondo, si sfogò su costui più cudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno. 40Così anche costui passò all’altra vita puro, confidando pienamente nel Signore. 41Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte.

42Ma ora basti quanto s’è esposto circa i pasti sacrificali e le incredibili crudeltà.

Testo della catechesi

Scarica il testo della catechesi in formato PDF

Benvenuti a tutti, siamo al secondo libro dei Maccabei, capitolo 7: “Il martirio dei sette fratelli”. Il tema è una vicenda abbastanza conosciuta, che tratta proprio del martirio di questi sette bambini.

Non dimentichiamo che stasera facciamo la catechesi nella memoria di Sant’Agata, vergine e martire, tanto cara a Catania. Una grande santa, una grande martire, una grande ragazza. E non dimentichiamo che leggiamo questo testo proprio in concomitanza di questa ricorrenza.

Maccabei 2 — Capitolo 7  

Il martirio dei sette fratelli

1Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re a forza di flagelli e nerbate a cibarsi di carni suine proibite. 2Uno di essi, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi di indagare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi». 3Allora il re irritato comandò di mettere al fuoco padelle e caldaie. 4Diventate queste subito roventi, il re comandò di tagliare la lingua, di scorticare e tagliare le estremità a quello che era stato loro portavoce, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre. 5Quando quegli fu mutilato di tutte le membra, comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo mentre era ancora vivo. 

Allora, per leggere questo testo è necessario uscire dalla parte degli spettatori ed entrare nella parte degli attori perché, letto così, può fare senso, può fare impressione, può destare ammirazione, ma non è quello che il testo, secondo me, vuole produrre. E certamente, queste cose con la fede servono poco. L’ammirazione passa, lo stupore pure, domani mattina siamo tutti con caffelatte e biscotti, e tutto si è normalizzato come prima. Bisogna entrare in un’altra parte; ed è uno sforzo molto importante. Tutti noi dobbiamo immaginare qualcuno (speriamo che ci sia) che nella nostra vita amiamo profondamente. Chi è madre o chi è padre, può pensare a suo figlio, o ai suoi figli, non essendoci, per loro, nulla di più importante. Per un figlio e per una figlia si muore, si rinnega sé stessi, si rinuncia alla propria vita; quindi, dobbiamo pensare a quel livello lì. E chi non è genitore, pensi alle persone o alla persona più cara al suo cuore.

Qui c’è una mamma e ci sono sette fratelli, c’è un rapporto di unione profondissima — come vedremo nel testo — tra questa mamma e questi figli. Questi figli sono uno più santo dell’altro, uno più vero, uno più onesto, più coerente, più sincero, più sapiente dell’altro. Questa madre aveva sette gemme preziose, sette splendori dell’universo, probabilmente perché lei era uno splendore dell’universo e quindi, stando accanto a una donna così, è difficile diventare qualcosa di brutto. Dentro a questo contesto di grandissimo amore, di un amore che io vi auguro di conoscere (ma magari non conosciamo), di un amore di questa altezza, di uno scambio reciproco di questa entità, dentro a questo contesto meraviglioso — come fu con la casta Susanna la volta scorsa — ovviamente, irrompe il male. E questa storia non finirà come è finita quella della casta Susanna, finirà in un altro modo.

Avere fede in Dio vuol dire qualcosa di veramente duro. Questa è la fede, però!  Quella roba mielosa, sentimentaloide, che un po’ va e un po’ viene, quella roba di canti, di balli, di danze, non è quella fede di cui parliamo stasera, è un’altra cosa, e adesso vedremo. Questo primo figlio, intanto, è stato mutilato davanti agli occhi di sua madre, di questa madre che, tra l’altro, per averli educati così, doveva essere una donna sensibilissima; quindi, immaginiamo vedere davanti ai propri occhi uno scempio del genere…

Questo figlio viene mutilato brutalmente davanti alla madre e ai fratelli, che sono anche piccoli, e viene arrostito vivo. E questi non fanno come in un certo film, che, per salvare gli altri, negano la fede. No, no, perché questa è proprio un’interpellanza diretta all’apostasia. Non è come nel caso che abbiamo visto le altre volte, che c’era il problema di trasgredire il sabato ed erano indecisi se combattere; qui è una domanda diretta di apostasia, una domanda diretta di rinnegamento della fede, e quindi bisogna prendere posizione.

Mentre il fumo si spandeva largamente all’intorno della padella, gli altri si esortavano a vicenda con la loro madre a morire da forti, esclamando: 6«Il Signore Dio ci vede dall’alto e in tutta verità ci dà conforto, precisamente come dichiarò Mosè nel canto della protesta: Egli si muoverà a compassione dei suoi servi».

Mentre questo ragazzo sta morendo, bruciato e mutilato, loro si rivolgono a Dio. Quindi, le cose migliori da fare dentro una situazione di folle persecuzione sono due. 

Primo: aiutarsi a vicenda. È fondamentale questo aiutarsi, è essenziale questo spronarsi. E noi, spesse volte, invece, viviamo come monadi, come satelliti; noi viviamo come persone che vivono la loro fede, ma fatichiamo a unirci, a stringerci uno con l’altro, a sostenerci. C’è molto individualismo, c’è molto perbenismo e, spesse volte, c’è una falsa educazione: “Non voglio disturbare, non voglio invadere, non voglio sentirmi rifiutato, ho paura del no dell’altro, ho paura che l’altro si offenda”; ma questo è amor proprio, questa è superbia, non è carità. Siccome io ho paura del rifiuto dell’altro, allora io non mi muovo; ma questa è superbia. Perché se la persona è umile e, se uno la rifiuta, pensa che non sia quella la storia che deve percorrere, vuol dire che non è quella la persona giusta per lei. Ma la devo provare, quella persona, devo verificarla, devo pure accostarmi, devo pur propormi, perché, sennò, come faccio a sapere?

Guardate che noi passiamo anni della nostra vita lasciandoci mangiare via dal tempo momenti e occasioni d’oro, che non torneranno mai più. Perché siamo lì, attorcigliati sulle nostre idee, sui nostri preconcetti; ma quella roba lì non ti tiene compagnia! Quelle cose lì non tengono compagnia a nessuno! Quando sei solo, tutto il tuo perbenismo, il tuo individualismo e la tua “educazione” non ti terrà caldo nel letto, questo non dimenticatevelo. E l’occasione persa è persa. Domani è un altro giorno, tu quell’occasione che vivi oggi, non ce l’avrai mai più. E perché te la sei giocata? In nome di quale idolo, di quale dio Moloch, ti sei giocato l’occasione? Appunto: per la paura del rifiuto, per la paura di far figure, per la paura di essere giudicato male, per la paura che l’altro veda qualcosa di te che tu hai vergogna di far vedere, per la paura di manifestare i tuoi sentimenti. Ma dille, le cose! A parte che nessuno di noi è stupido, e quindi le cose un po’ si capiscono, ma poi, dille! Dillo chiaro quello che hai dentro, dillo chiaro quello che provi, dillo chiaro quello che desideri, quello che tu speri, perché tu non sai domani se avrai questa opportunità.

Vi invito a riflettere caldamente su queste parole, perché domani quella persona potrebbe essere morta, e dopo è inutile che vado a fare le processioni ai cimiteri! A dire: “Ah, mi dispiace, vado a confessarmi, perché l’ultima cosa che ho fatto è stata trattarla male, risponderle male. L’ultima cosa che ho fatto è stato aver paura, non avvicinarla, non dire quello che provavo. Avrei voluto dirle mille cose…”, e perché non gliele hai dette? Poi arriva il momento del funerale e, se voi notate, tutti parlano del defunto come di un santo, tutti! Viene la mitizzazione del defunto, il de cuius diventa improvvisamente un santo, è come se non avesse mai avuto nemici e non avesse mai fatto niente di male; è solo pura bontà. Ma è chiaro che è falso, questa cosa non è reale. E tutte quelle cose che tu hai provato, che tu dici, che tu racconti, sei andato a dirgliele quando era vivo? Sei andato a dire a quella persona quanto era preziosa per te, quanto tu sei debitore verso di lei, quanto lei ti ha fatto del bene? Gli hai espresso tutta la riconoscenza che avevi nel cuore? Una volta che è morto, è morto! Dopo, fiori, candele e piante non servono a niente, dopo è andata! Queste cose vanno fatte da vivo e vanno fatte subito. Appena il cuore ce lo dice (perché il cuore ce lo dice) queste cose vanno fatte immediatamente.

Io dico che se vogliamo vivere il martirio, non lo possiamo vivere da soli, dobbiamo allenarci all’unità, sennò, quando arriverà il martirio, cadremo come patate. Perché il martirio non è una passeggiata! Morire smembrati, bruciati vivi, non è una passeggiata, ve lo assicuro. Vedere le altre persone, a te care, morire smembrate, non è una passeggiata. Quel coraggio lì, tiene solo “se”.

7Venuto meno il primo, in egual modo traevano allo scherno il secondo e, strappatagli la pelle del capo con i capelli, gli domandavano: «Sei disposto a mangiare, prima che il tuo corpo venga straziato in ogni suo membro?». 8Egli rispondendo nella lingua paterna protestava: «No». — Interessante che usi la lingua di suo padre, come per dire: io non rinnegherò mai la mia eredità e te lo dico con la mia lingua, con la lingua di mio padre — Perciò anch’egli si ebbe gli stessi tormenti del primo. 9Giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». — Pensate che fede che avevano; non è ancora venuto Gesù col tema della resurrezione, eppure … — 10Dopo costui fu torturato il terzo, — intanto la madre sta vedendo tutto, pensiamoci … —  che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani 11e disse dignitosamente: «Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo»; 12così lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza del giovinetto, che non teneva in nessun conto le torture.

C’è un amore per il corpo, che però non è superiore alla fede in Dio. Questo corpo comunque è un dono e, anche se lo amo, di fatto non può essere superiore al mio rapporto d’amore con Dio. E quindi, credo che Dio, a questo corpo, farà qualche cosa di buono. E questo è un esempio per gli altri, perché vedere che noi, per il corpo, abbiamo un amore sano, quindi ordinato, anche per le altre persone diventa motivo di riflessione; anche per le altre persone diventa un’occasione nella quale possono imparare qualcosa. Proprio perché, vedendoci, hanno l’occasione di dire: Anche per me c’è una possibilità; anche per me c’è una speranza, anch’io posso farcela, anch’io posso avere questa dignità; anch’io ho una speranza e anch’io posso, in qualche modo, vivere a questa altezza. Se noi non facciamo di tutto per stare uniti, noi andremo a tradire Gesù, Dio, perché il martirio non lo puoi affrontare così. C’è bisogno di un sostegno, c’è bisogno di una chiesa che ti accompagna, ti conforta e ti sostiene, come fanno loro.

13Fatto morire anche costui, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. 14Ridotto in fin di vita, egli diceva: «E’ bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita». 15Subito dopo, fu condotto avanti il quinto e fu torturato. 16Ma egli, guardando il re, diceva: «Tu hai potere sugli uomini, e sebbene mortale, fai quanto ti piace; ma non credere che il nostro popolo sia stato abbandonato da Dio. 17Quanto a te, aspetta e vedrai la grandezza della sua forza, come strazierà te e la tua discendenza». — Parole forti, parole vere, parole profetiche, che gli stanno dicendo: tu stai occupando un posto che non ti spetta e stai facendo qualcosa di terribile — 18Dopo di lui presero il sesto; mentre stava per morire, egli disse: «Non illuderti stoltamente; noi soffriamo queste cose per causa nostra, perché abbiamo peccato contro il nostro Dio; perciò ci succedono cose che muovono a meraviglia. 19Ma tu non credere di andare impunito dopo aver osato di combattere contro Dio».

È bello per noi pensare che, quando accade qualcosa di terribile, come accade a loro, sia anche un modo di riparare al peccato degli uomini, al male che gli uomini fanno e anche al nostro, di male. Cioè, è un’occasione di espiazione, è un’occasione anche di riflessione. Di riflessione perché, forse, alle volte, nella vita siamo stati troppo superficiali e non abbiamo saputo fare tesoro dei doni che abbiamo. Se invece noi ne facessimo tesoro, probabilmente, anche i doni avrebbero un’età diversa, una durata diversa. Noi, invece, tante volte diamo per scontato tante cose e, dandole per scontate ogni mattina, non le guardiamo con meraviglia e con stupore, non le guardiamo come se fossero la prima, l’unica e l’ultima volta. Questa catechesi potrebbe essere l’ultima perché, tra sette giorni, voi potreste già portarmi i fiori al cimitero, tranquillissimamente. In sette giorni si muore, si fa il funerale e si viene sepolti. Per cui, io dico: guardiamoci e guardiamo le occasioni che Dio ci dà! Ma non solamente per quanto riguarda in questo caso la catechesi o per quanto riguarda una chiesa, o per quanto riguarda una messa, ma per quanto riguarda tutto! Tutto per noi deve essere un’occasione: un’occasione di ringraziamento, un’occasione di elevarci a Dio e di dire al Signore il nostro grazie.

Io, più di una volta vi ho detto che, secondo me, è molto bella l’esperienza dei coniugi che si abituano ogni sera a togliere la fede e poi, al mattino, a rimettersela reciprocamente. È un gesto molto forte, è una memoria costante del loro sacramento. Come per un prete che, ogni mattina, dicendo la Santa Messa, rivive il giorno della sua prima Messa, rivive il momento della sua ordinazione presbiterale. Non può, questa cosa, passare così, quasi come se fossimo abituati. Perché non è detto che le cose ci vengano lasciate. Noi dobbiamo sempre vivere con questo senso di precarietà e sempre ringraziare Dio, perché “il Signore da e il Signore toglie”. Nessuno di noi ha la certezza, domani mattina, di essere a questo mondo. E capite che, per chi rimane, sono tante le domande che si aprono, sono tante le riflessioni che partono.

Ecco perché vi ho detto: non nascondete i vostri sentimenti; quando il cuore parla, lasciatelo parlare, quando il cuore parla, dategli ascolto. Magari parla in modo disordinato, può essere, l’ordinerete, ma non abbiate paura di ascoltare il vostro cuore, non abbiate paura di dire quello che voi pensate, quello che voi provate. Una delle paure classiche, come vi ho detto prima, è quella del rifiuto, ma il rifiuto cosa cambia? Niente, vi dà l’occasione di conoscere l’altro, basta: l’altra persona non è degna di questa cosa? Va bene, fine, ce ne sarà un’altra che sarà degna. L’altra persona magari non è in grado di reggere quella cosa, di portare il peso del tuo cuore? Beh, allora è meglio che lo sappiamo subito, no? Che emerga subito, questa cosa, così non perdiamo tempo nell’illusione vicendevole.

Non perdete l’occasione, perché i sette fratelli vi dicono che, quando arriva il re empio e vi mette a morte, quello è l’ultimo giorno, non ci sarà un altro giorno, quel giorno lì conclude tutti i giorni.

20La madre era soprattutto ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché vedendo morire sette figli in un sol giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore.

Ha visto morire sette bambini, li ha visti morire tutti e sette in un giorno, eppure ha sopportato tutto in modo ammirevole. “Degna di gloriosa memoria”; infatti, la stiamo ricordando ancora oggi. L’espressione: “Porre tutte le speranze nel Signore”, è forte! Lei vi ha posto innanzitutto le sue sette speranze, i suoi sette figli e questo vuol dire veramente porre speranza nel Signore; vuol dire: ci credo; a questa cosa credo veramente.

21Esortava ciascuno di essi nella lingua paterna …

Ritorna ancora il tema della lingua paterna; non usa la lingua pagana, uso proprio la loro lingua! Usa proprio il loro linguaggio. Sì, perché vedete, questa è un’altra cosa che è giusto dire: quando ci si ama veramente, si crea anche un linguaggio nuovo; gli innamorati, gli amici, hanno un loro linguaggio. È come se coniassero — plasmassero — parole nuove, espressioni nuove. E cosa dice, questo linguaggio nuovo? Dice l’intimità profonda, cioè: quando l’intimità è veramente profonda, quando l’unione è veramente profonda, questa allora emerge, si esprime, in un linguaggio nuovo. Si cominciano a coniare espressioni nuove, che capiscono solo gli innamorati.

Forse è per questo che, nel libro dell’Apocalisse, i centoquarantaquattro mila — quelli che seguono l’Agnello dovunque va — parlano una lingua che nessuno può intendere. Quei centoquarantaquattromila, gli immacolati, parlano una lingua che capiscono solo loro. Certo, è giusto, perché solo loro hanno quella comunione interiore. E chi è fuori, è perché ha fatto altre scelte, non ha fatto le loro scelte. Quindi è inutile che uno poi sta lì a fare l’imbronciato; tu sei fuori, io sono fuori, gli altri sono fuori, va bene, però impari che, effettivamente, quelle scelte producono quel linguaggio. Infatti, se voi notate, quando le persone vivono queste esperienze così forti e creano questi legami interiori così belli, così unitivi, quasi si intendono a colpo d’occhio. C’è un’intesa che supera le parole, c’è proprio un’unione dei cuori, che va oltre, e si vede proprio che sono uno per l’altro. Ed è a questo a cui noi dobbiamo mirare, è questo che noi dobbiamo desiderare. Magari non ci verrà mai dato, perché magari, forse, chissà, abbiamo sciupato troppo; può darsi, va bene, fa niente, però, almeno prima di morire, abbiamo capito che è possibile, che è reale, che qualcuno sta godendo di questo, che magari in qualche modo posso aiutarli, se non altro gioendo per loro, godendo della loro gioia, godendo del loro benessere, della loro verità.

Questa lingua paterna è molto importante; è un po’ il linguaggio che c’è tra Gesù e i mistici. Se voi notate, a un certo punto, il mistico dice: “Gesù mi ha detto delle cose che non posso dire a nessuno”. A Padre Pio è capitato tante volte, e quelle cose non l’ha dette a nessuno! Perché ci sono delle cose che appartengono solo a quell’esperienza e, nel momento in cui tu provi a comunicarle a un altro, le hai già perse; perché non le può capire, ma non perché è cattivo, ma perché non è dentro quell’esperienza, quindi non riuscirebbe a portarne il peso.

21Esortava ciascuno di essi nella lingua paterna, piena di nobili sentimenti e, sostenendo la tenerezza femminile con un coraggio virile, — che bello questo binomio: la tenerezza femminile col coraggio virile; tenere insieme queste due cose. Sicuramente la mamma era una innamorata di Dio, quindi quella dolcezza era sostenuta fortemente da quella fermezza — diceva loro: 22«Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. — fa memoria nella verità; quanto è importante! — 23Senza dubbio il creatore del mondo, che ha plasmato alla origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi».

Come è bello che noi non ci curiamo di noi stessi per la legge di Dio! Che ci curiamo tanto della legge di Dio dimenticandoci di noi. E come è bello avere una persona come questa madre, che dice: “Siete i miei figli, ma non io vi ho dato l’alito di vita. Quindi io vi ricevo, io vi restituisco, seppure questo mio cuore è lì, con voi, che arde sopra le padelle roventi”. Però lei li restituisce con questa speranza nel cuore.

Per questo, vi ho detto prima: impariamo a pregare e ringraziare Dio per le persone che ci ha messo accanto, per le persone importanti; impariamo a pregare e ringraziare Dio per i doni che ci ha fatto attraverso dei volti concreti; e a dire al Signore: “Ma io, fino a quattro giorni fa, neanche sapevo che si poteva essere così, che c’era questa occasione. Adesso tu mi stai dando questa opportunità, ma quanto è bella questa cosa per me! Quanto importante è questa cosa per me! Quanto bene mi fa questa realtà! Questa persona, che valore fondamentale ha nella mia vita! Cosa sarebbe della mia vita, senza questa o quelle persone! Dove sarei io adesso?”. E allora, supplicare il Signore — sapete che il ringraziamento fatto a Dio attira le grazie — dicendo: “Signore, ma questa persona, questi amici, questi genitori, non donarmeli per un giorno solo, donameli il più possibile, il più a lungo possibile”. Impariamo a non dare per scontato mai nulla, come fa questa mamma dei sette Maccabei, e a rimandare costantemente l’origine di tutti i beni a Dio.

24Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quella voce fosse di scherno, — perché non capiva niente — esortava il più giovane che era ancora vivo e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l’avrebbe fatto ricco e molto felice se avesse abbandonato gli usi paterni, e che l’avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato cariche. 25Ma poiché il giovinetto non badava affatto a queste parole il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo. — Quale salvezza!? — 26Dopo che il re la ebbe esortata a lungo, essa accettò di persuadere il figlio; 27chinatasi verso di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua paterna: «Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. — questo è il figlio più piccolo e, come tale, è sempre più nel cuore — 28Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. 

29Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, — vedete l’unità e l’esempio? — accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia». 30Mentre essa finiva di parlare, il giovane disse: «Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. 31Ma tu, che ti fai autore di tutte le sventure degli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio. 32Per i nostri peccati noi soffriamo. 33Se per nostro castigo e correzione il Signore vivente si adira per breve tempo con noi, presto si volgerà di nuovo verso i suoi servi. 34Ma tu, o sacrilego e di tutti gli uomini il più empio, non esaltarti invano, agitando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo; — “i figli del cielo”, bella questa espressione! — 35perché non sei ancora al sicuro dal giudizio dell’onnipotente Dio che tutto vede. 36Gia ora i nostri fratelli, che hanno sopportato breve tormento, hanno conseguito da Dio l’eredità della vita eterna. Tu invece subirai per giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia. 37Anche io, come già i miei fratelli, sacrifico il corpo e la vita per le patrie leggi, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu fra dure prove e flagelli debba confessare che egli solo è Dio; 38con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l’ira dell’Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe». 39Il re, divenuto furibondo, si sfogò su costui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno. — In realtà non lo stava prendendo in giro, stava dicendo la verità. Ma siccome il re, dentro, è un mostro … —  40Così anche costui passò all’altra vita puro, confidando pienamente nel Signore. — Capito cos’è la purezza? Non c’entra il sesso! “Il male non l’ha toccato”, questa è la purezza! La corruzione non l’ha corrotto, l’empietà, non l’ha sedotto e non l’ha spaventato — 41Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte.

42Ma ora basti quanto s’è esposto circa i pasti sacrificali e le incredibili crudeltà.

Un esempio, credo, meraviglioso per tutti noi e per le nostre varie situazioni di vita. Certo, se io mi sento tanto amato — ma sento nel modo più vero: sento, so, vedo, che sono molto amato — io posso affrontare anche l’inferno intero! Questa è una verità incontrovertibile! Solo colui che si sente profondamente amato, ha una certezza solidissima su cui basarsi, che gli permette di affrontare qualunque persecuzione, qualunque martirio. Certo, innanzitutto amato da Dio e, poi, da dei volti. Non a caso i martiri, quando andavano nell’arena, c’erano gli altri cristiani lì presenti a sostenerli, confortarli, incoraggiarli, a pregare per loro e poi, quando venivano uccisi, portavano via il cadavere; non era un caso! Non è che questi martiri erano nell’arena e gli altri se ne stavano a casa; erano lì presenti, in modo tale che la loro presenza, il loro sostegno, gli desse la possibilità di non tradire fino all’ultimo.

Se voi andate a vedere quel bellissimo film, “Un Dios prohibido”, c’è il momento finale, quando uno di quei seminaristi sta per cedere; gli stanno per mettere la corda alle mani per poi portarlo a morire, e lui dice: “Ma io non sono prete”, e allora quell’altro gli toglie la corda, come per dire: va bene, allora basta, se tu non sei prete, rinneghi. Il compagno che aveva vicino — il confratello seminarista che, poverino, era tutto magro, devotissimo, tutto esile — si gira e gli dice: “Pensa alla Vergine”. Non è che gli fa l’omelia, dice solo così. Un altro compagno lo abbraccia e gli dice: “Ma è il mio compleanno, non puoi non farmi questo regalo!”; e lui, che tremava come una foglia d’inverno, riprende la corda dalla mano del carnefice e se la mette lui stesso alle mani.

Se noi non facciamo sentire l’altra persona amata, che vuol dire che noi l’amiamo veramente, non sarà mai possibile nessuna santità, perché non c’è nessuna maturazione umana. Ma se, invece, quella persona si sente amata profondamente, allora va in bocca all’inferno e lo vince, perché dentro ha un’appartenenza. Sentirsi amati vuol dire appartenere a qualcuno; “la lingua dei propri padri” di cui parla la Scrittura; cioè, io so che appartengo a mio padre. Questa appartenenza non la posso violare, nessuno me la può portar via e, quindi, non la posso tradire. L’unità viene dalla carità, è nella misura in cui io amo, che io do all’altro la possibilità di essere unito e di andare insieme a morire, e di avere una certezza interiore. Se io comincio a farmi i miei conti e a farmi tutte le mie elucubrazioni, non c’è vera unità. C’è una simpatia, c’è un volersi bene, c’è un farsi compagnia, possiamo andare a mangiare insieme, ma non c’è vera unità. La vera unità nasce dalla carità: “ut unum sint”, quello che dice Gesù, cioè: “gli altri crederanno in me se vedranno voi essere uniti uno con l’altro”, altrimenti, non c’è testimonianza di fede. E questo vuol dire concretamente rischiare; vuol dire che io rischio per te, io rischio per lei, io rischio per le persone. Vuol dire che mi devo mettere nella condizione in cui l’altro possa entrare nella mia storia. Ma non chiunque, perché il Signore non ci mette tutti allo stesso livello. Ci sono delle persone che sono più vicine a noi, ci sono le famose affinità elettive, cioè si creano queste affinità interiori. Certo che, se però io non le coltivo, le lascio lì a morire, a congelare e a estenuarsi fuori al freddo, l’affinità è finita! Se non sono il primo che l’accoglie, la coltiva e la porta avanti, finisce tutto.

Tanti genitori amano i loro figli, ma non gli appartengono, perché questi genitori non sono mai appartenuti a nessuno, e nessuno è mai appartenuto a loro. E si capisce lontano un miglio, quando un figlio appartiene al suo papà e alla sua mamma, e quando è semplicemente amato. Cioè, appartenere non è neanche, secondo me, un “extra”, un “uscire da”; appartenere è totalmente un “intra”, cioè, la persona che appartiene a me è me. È un’anima in due corpi, come dicono San Basilio e San Gregorio, cioè, si crea una tale fusione, una tale unione, che tu lo capisci, che veramente uno appartiene all’altro, perché l’appartenenza è biunivoca. Quindi, quel papà e quel bambino appartengono effettivamente uno all’altro, e tu lo vedi, perché quella persona ha presente interiormente una solidità, una stabilità fortissima, cosa che il bambino o la bambina che non appartiene non ha. È un’oscillazione continua, perché in continua ricerca.

Perché, spesse volte, succede che i ragazzi escono in continuazione? E i genitori dicono: “Questa casa non è un albergo, non stai bene in casa tua?”. Ma è già una tristezza che tu stia facendo questa domanda, perché una persona intelligente questa domanda non la fa, perché la risposta già c’è: sì, io non sto bene con te; io non ti appartengo e tu non mi appartieni, io sto cercando chi mi appartiene e a chi io appartengo. 

Vi siete mai chiesti: ma perché una ragazza così bella è andata a buttarsi dietro a un bozzo del genere? Perché una ragazza così si fa “smembrare viva da”, per quale motivo? Mica perché è stupida, mica perché è empia, mica perché viziosa, mica perché è dominata da chissà quale demonio; ma per una ragione molto semplice: perché quello, nel male, gli ha presentato un’appartenenza. Questa, che  non ha mai avuto un’appartenenza a nessuno, quando l’ha vista, ci si è buttata dentro a capofitto!

Noi, pur di appartenere a qualcuno, siamo disposti a morire smembrati. Ma almeno “io so che appartengo a qualcuno” e chiudiamo gli occhi, non vediamo neanche più che quello è il male! Perché noi abbiamo bisogno di appartenere a qualcuno, di sentirci parte di qualcuno e, se non è possibile averlo nel bene, lo avremo nel male. Queste persone non sono più stupide di noi, non sono più cattive o meno cristiane. Sono persone che hanno bisogno, sono persone che cercano disperatamente qualcuno che le faccia sentire “di qualcuno”, qualcuno che sia la loro casa, il loro nido, il loro riparo, dove loro possono sempre tornare, sapendo che, anche se sono conciate da sbattere via, lì possono sempre tornare e c’è sempre una possibilità.

Ma oggi si sentono certi discorsi dei genitori ai figli: “Devi essere migliore, devi essere perfetto, devi essere di qua, devi essere di là, devi riuscire in questo, devi riuscire in quell’altro”. Un bambino di dodici anni, che fa: judo, scuola di musica, nuoto e il dopo scuola, la ginnastica e studia dodici lingue, perché sennò “non avrai speranze”; uno finisce che dice: “Ma quando avrò vent’anni, cosa farò?”. Poi però, gli stessi genitori, non lo prendono mai in braccio! È questa la cosa pazzesca! Poi nemmeno a morire che lo portino a letto, gli rimbocchino le coperte; nemmeno a morire che lo tengano lì, lo bacino, gli facciano le carezze sui capelli, lo tengano lì e lo facciano addormentare sul petto. Nemmeno a morire, che facciano queste cose! Però lui deve essere: questo, quello e quell’altro. Dopo, questo ragazzo incontra qualcuno che — speriamo nel bene, ma sennò nel male — gli dà veramente o gli dà l’illusione di dargli queste cose, ed è perso! Ma quello non lo vai a prendere più, ma neanche morto. Tu puoi dirgli tutti i ragionamenti che vuoi, quello è andato; perché finalmente ha trovato quello che ha sempre cercato e per cui è nato.

Non a caso, un bambino, per allattarlo, lo devi tenere sul grembo; non puoi tenere un bambino a venti centimetri di distanza, per allattarlo lo devi appoggiare sul tuo seno. Questa forma non è un caso! 

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

Informazioni

Padre Giorgio Maria Faré ha tenuto queste catechesi tutti i lunedì alle ore 21 presso il Convento dei Padri Carmelitani Scalzi di Monza.

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