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Riconoscere la realtà – L’abbandono dei Tabernacoli accompagnati, S. Manuel González pt.30

L’abbandono dei Tabernacoli accompagnati - San Manuel Gonzales Garcia

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: Riconoscere la realtà – L’abbandono dei Tabernacoli accompagnati, S. Manuel González pt.30
Venerdì 19 aprile 2024

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Gv 6, 52-59)

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a venerdì 19 aprile 2024. 

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal sesto capitolo del Vangelo di san Giovanni, versetti 52-59.

Continuiamo la nostra lettura e meditazione del libro di san Manuel González. Siamo arrivati a pagina 57.

Rileggiamo le ultime righe che abbiamo visto ieri.

PERCHE SI PARLA TANTO POCO DELLABBANDONO DEI TABERNÀCOLI ACCOMPAGNATI

Orrore del nome

Poiché mi accingo a scrivere di questa sorta di paradosso che è l’abbandono nella compagnia dei Tabernacoli, voglio cominciare con la spiegazione dei termini che impiego, la qual cosa, in una buona dialettica, dev’essere l’inizio di ogni trattazione. L’abbandono del Tabernacolo! Ecco il durus sermo che ha tolto all’azione delle Marie, riparatrici di ogni genere di abbandono del Tabernacolo, più di una simpatia ed ha arrecato loro non poche mormorazioni, sospetti e proteste.

Certo, chi dice abbandono di una persona o di una cosa buona, dice disprezzo, ingratitudine, durezza di cuore, slealtà e tante altre brutture del genere, e dire che tutte queste brutture pendono da un Tabernacolo come cumuli di ragnatele polverose è molto doloroso e molto vergognoso; ma questo dolore e questa vergogna sono una ragione sufficiente per sopprimere dal vocabolario cristiano la combinazione di queste due parole: Tabernacolo abbandonato?

Volesse Dio che si scontrino tra loro prima gli astri e saltino in milioni di pezzi, che si fossero incontrate queste due parole e si fossero unite come una cosa sola! Però, ripeto, il dolore e la vergogna, e persino lo scandalo che potrebbe causare nei semplici il pronunciare, riunite, queste due parole, ci sollevano dal farlo? Il giorno in cui si dimostrerà che le malattie non si curano con le medicine, ma nascondendole, allora dirò che al male dell’abbandono del Tabernacolo si rimedia non parlandone.

Dunque, san Manuel dice che questa espressione: “Tabernacolo abbandonato”, è ciò che ha causato verso tutte le anime riparatrici, in tutti coloro che vogliono riparare, un’ostilità; ha causato: sospetti, proteste, critiche, mormorazioni e perdita di simpatia, perché è un linguaggio duro; però san Manuel dice che questa è la realtà. Sarà un linguaggio duro, sarà un’espressione, un nome, che genera orrore, “Tabernacolo abbandonato”, però è la realtà. Ed il fatto che generi dolore, che generi vergogna, non sono ragioni sufficienti per sopprimere dal vocabolario cristiano queste due parole; non basta.

Cioè, noi abbiamo un po’ questo vizio che, quando una cosa non ci piace, la nascondiamo; quando una cosa non ci piace, facciamo finta di niente; quando una cosa non ci piace, tiriamo giù le tapparelle.

Ma se fuori ci sono il temporale e la tempesta — con i fulmini, i tuoni e quant’altro — se abbasso le tapparelle quello che c’è fuori non smette; io semplicemente non lo voglio sentire, ho paura e mi illudo, tirando giù tutte le tapparelle (essendo così più isolato dal rumore, non sentendolo), che il temporale non ci sia, ma lui c’è. 

Se fuori c’è un uragano, se io mi chiudo in casa e tiro giù le tapparelle, quello non finisce di esserci; se fuori c’è un terremoto, se mi nascondo sotto il tavolo e mi metto i tappi per le orecchie, il terremoto non cessa, anzi, se rimani in casa, ti cade addosso tutto e muori. Il temporale, l’uragano e quant’altro che c’è fuori, resta, non va via! Se sono in mare con la barca e viene una tempesta, se mi chiudo dentro la barca la tempesta non finisce, la tempesta c’è e può essere anche molto rischioso.

E la stessa cosa dice san Manuel “Sì, può fare orrore, può fare dispiacere, può fare vergogna, può fare dolore, però è un dato di fatto: i Tabernacoli sono abbandonati”. E questa cosa non la si risolve facendo finta di niente, non la si risolve dicendo “no, non ci voglio pensare, giro la testa dall’altra parte”. 

È interessante quando dice che persino il fatto che queste parole possano causare scandalo nei semplici — soprattutto a quel tempo (adesso molto meno ovviamente); parlare dei Tabernacoli abbandonati, in quell’epoca, era una cosa un po’ scandalosa — non è motivo sufficiente perché possiamo esimerci dal farlo. Se una cosa è vera, è vera! 

Poi uno può dire “a me non piace e faccio finta di …”, va bene, anche a quelli che erano sul Titanic non piaceva che la nave stesse affondando, e loro hanno deciso di continuare ad andare avanti a suonare, a mangiare, a ballare e a danzare; ma per l’amor del cielo, sei libero di farlo! Quelli che hanno detto “non mi piace che la nave stia affondando, mi fa paura, però cerco una scialuppa di salvataggio, trovo il modo di saltare dalla nave e di mettermi io salvo”, quelli si sono salvati. Gli altri, che sono rimasti dentro a mangiare, danzare e cantare, sono morti tutti. Per l’amor del cielo, sono stati liberi di farlo! Però son morti tutti. Non è che la nave ha smesso di affondare perché loro continuavano a danzare e a ballare; la nave ha continuato ad affondare ed è affondata, con loro dentro, che sono morti tutti annegati. Alcuni degli altri sono riusciti a salvarsi, perché son saltati fuori dalla nave e perché sono andati nelle scialuppe di salvataggio. Quella nave stava affondando, loro hanno accettato questa realtà e hanno trovato una soluzione.

Il punto della questione è sempre questo: non conta se una cosa mi piace o non mi piace, se una cosa mi crea dispiacere o mi crea scandalo! La domanda non è questa, la domanda è: questa cosa è vera o falsa, è reale o non è reale? Se è vera, se è reale, bisogna prendere le dovute misure, c’è poco da fare. 

Sarà capitato anche a voi di dire a qualcuno: “Guarda, questa cosa è falsa, ti porto le prove (perché bisogna sempre portare le prove). Le prove sono queste, le fonti sono queste, questa cosa è falsa — o magari è parzialmente vera, ma c’è qualcosa lì dentro che va corretto, non può essere detta, insegnata così — guarda, se tu hai delle prove diverse, portale! Se tu puoi provare che ciò che io ho trovato è parziale, non è vero, è stato rettificato successivamente, è stato corretto, benissimo! Siamo tutti contenti! Porta le prove! Non ci sono? Allora basta, questa è la realtà, questa è la verità” — “Si, ma a me questa cosa non mi piace, questa cosa mi scandalizza, questa cosa mi fa dispiacere… E quindi penso che per il Signore vada bene comunque” 

Eh, ma tu puoi pensare quello che vuoi! Capite? Io non ho Dio che mi appare e che mi dice il suo pensiero. Non ho questa grazia che magari hanno altri, io mi baso sulle fonti, mi baso sui testi, sui documenti. Non mi baso sul “io penso che Dio pensi”. Io non so che cosa pensa Dio, non viene a dirmelo alla sera prima di andare a letto. Con me non funziona così, con altri sarà così, meglio per loro! Siccome a me Dio non lo dice, io guardo le fonti, guardo i documenti e mi fido di quelli. E dico: so che in base alle fonti, in base ai documenti, la storia è questa, la realtà è questa, la verità è questa. A me piace? No, magari non piace neanche a me, magari dispiace anche a me, però cosa ci devo fare? Se la realtà è questa, io posso andare contro la realtà? Tiro giù le tapparelle? Mi metto lì a cantare e dico “no, ma tanto il temporale non c’è!”, ma non è vero! Che cristiano sarei, che sacerdote sarei se, sapendo come stanno le cose, annunciassi la falsità per far star tranquille le persone? E dire: “No, ma non temete, il Titanic non sta affondando, non è vero!” — “Ma siamo tutti inclinati, si rovesciano i bicchieri!” — “Ma no, ma è un’illusione. Ma no, sono un po’ di ondine! Andate avanti a cantare, a ballare, a danzare, a mangiare, e a bere”; sì, intanto quella gente poi muore, anche per colpa mia, perché lo illuse che… No, non si può.

Quindi san Manuel dice: “Anche se questo può scandalizzare, siamo autorizzati a non farlo, a non dirlo?”. No, non siamo autorizzati, perché noi dobbiamo sempre annunciare ciò che è vero, non ciò che ci piace, non ciò che vorremmo, non ciò che desideriamo. Noi dobbiamo annunciare ciò che è vero. E se io per trent’anni o per dodici anni o per un anno — faccio delle ipotesi — ho creduto essere vero ciò che vero non è, oppure ho creduto che fosse totalmente vero ciò che invece era parzialmente vero, se a un certo punto scopro che i documenti, le fonti, mi dicono che è falso, basta. Dico: “Signore, io l’ho fatto in buona fede, pensavo che fosse vero, pensavo che fosse giusto, adesso ho capito che così non è; ti ringrazio che mi hai messo la luce davanti agli occhi, e quindi questa cosa la correggo, se è da correggere; oppure non la faccio più, se è da non fare più; oppure inizio a farla, se bisogna iniziare a farla; dipende che cosa la verità dei documenti, delle fonti, mi porta a comprendere. 

Però ripeto, poi ognuno è libero di dire: “No no, questa cosa a noi dispiace, questa cosa a me dispiace, questa cosa…” Poi magari ti dicono che bisogna essere più prudenti. Più prudenti cosa vuol dire? È come se noi dicessimo al vescovo san Manuel “devi essere più prudente, non devi dire che i Tabernacoli sono abbandonati, perché questo scandalizza”, e lui dice: “No, io invece lo dico”. La prudenza è proprio questa; la prudenza è la scelta dei mezzi per il fine. La prudenza non è fare il gesto delle tre scimmie: non vedo, non parlo, non sento. La prudenza non è fare lo struzzo, che nasconde la testa sotto la sabbia, non è questa la prudenza. La prudenza non è tacere la verità, questa non è prudenza, questa è stoltezza, questa è falsità, questa è millanteria, questo è ingannare le persone, ingannare noi stessi.

E quindi il vescovo dice: “No, io le cose le devo dire”. Perché poi, sapete, la logica è la logica: è sempre la stessa storia, quando qualcuno dice: “Ciò che tu dici è falso”, uno deve rispondere: “Va bene, portami le prove” — “No, ma io penso…, ma io …”; no, no, siamo sempre lì. Ciò che io dico è falso? Va bene, porta le prove, porta le fonti, porta i documenti. Sennò è inutile.

Allora poi, il passaggio successivo — vedete, abbiamo appena letto — qual è? Calunniare, mormorare, alimentare sospetti, proteste, togliere la simpatia, andare sul personale, accusare moralmente una persona. E da lì capisci che chi fa questo non ha prove, non ha documenti, non ha logica da portare e, quindi, si attacca a questi mezzi infimi, indegni, non cristiani, che cercano di toccare — cercano, ma di fatto non lo fanno — l’apostolo, l’annunciatore, colui che è mandato, nella sua persona. Ma tu lo puoi anche uccidere, questo non cambia niente; perché questi sono modi di uccidere le persone: le mormorazioni, i sospetti, le proteste e tutte queste cose qui che ha detto il vescovo, sono modi di uccidere colui che insegna, colui che porta, colui che testimonia. Ma tu puoi anche uccidere la persona, anche fisicamente, ma il contenuto che ha annunciato non lo tocca nessuno. Il fondamento di tutto quello che ha detto, la verità che ha annunciato, la realtà che ha mostrato, rimane lì e non la si può togliere. Il testimone lo raccoglierà qualcun altro, non importa. Non finisce con chi uccido. Questa è l’illusione del “se io ammazzo quella persona, ho risolto il problema di coloro che si oppongono al male”. No, anzi quel sangue diventerà motivo, fonte, di altri testimoni, di altri martiri. È sempre stato così, nella storia della Chiesa, tu ne uccidi uno, ne germineranno cento. Funziona così, perché quando una cosa è vera, quando quel contenuto è fondato, non puoi fare nulla, anche se ammazzi quella persona in tutti i modi che vuoi, quella cosa resta vera.

E quindi vedete il ragionamento che fa adesso il vescovo: il giorno in cui si dimostrerà che le malattie non si curano con le medicine, ma nascondendole, allora dirò che al male dell’abbandono del Tabernacolo si rimedia non parlandone. 

Guardate che in quattro righe ha fatto un sillogismo, un ragionamento perfetto. E chi può dire che è falso? Le malattie in che modo si curano? Con l’acqua e zucchero? No. Si curano con le medicine; che uno poi prenda le erbe, che poi uno prenda quello che vuole, ma son sempre e comunque delle forme di medicine. Così si curano le malattie. Non curo il mal di denti nascondendolo a tutti, perché dopo un giorno in cui, in preda alla disperazione, mi viene da spaccarmi la testa contro il muro, capisco che non si cura così, nessuno ha mai curato il mal di denti facendo un sorriso. Quando ti viene il mal di denti, tu in testa hai una cosa sola: andare dal dentista, trovarlo in ogni modo possibile e immaginabile, basta che ti tolga quel dolore che ti fa impazzire.

Quindi non si curano le malattie nascondendole. Se uno ha un tumore, non puoi tentare di curarlo facendo finta di niente, perché è brutto da dire. È vero che è brutto da dire, ed è vero che è brutto da accettare, ma purtroppo va detto e va accettato; per poter tentare di curarlo in qualche modo, di frenarlo o comunque di intervenire il prima possibile. Non puoi nasconderlo, anzi, proprio il contrario, lo devi dimostrare e bisogna attaccarlo subito.

La stessa cosa è il male dell’abbandono del Tabernacolo. Non si rimedia al male dell’abbandono del Tabernacolo tacendo; si rimedia al male dell’abbandono del Tabernacolo parlandone, riparando, non lasciandolo più abbandonato. Capite? Ecco, questa è la cosa sulla quale dobbiamo tutti riflettere.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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