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I santi segni. Romano Guardini, parte 4

S. Messa

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: «I santi segni. Romano Guardini, parte 4»
Martedì 9 maggio 2023

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

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VANGELO (Gv 14,27-31)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a martedì 9 maggio 2023.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo quattordicesimo di San Giovanni, versetti 27-31.

Continuiamo la nostra lettura del libro di Romano Guardini: I Santi Segni. Proseguiamo da dove siamo arrivati ieri:

E il significato più profondo del movimento giovanile, in quanto è movimento e non solo mera organizzazione, sta appunto in questo: nella sua volontà protesa al reale. 

Interessante: è la volontà protesa al reale che fa la differenza; lui parla del movimento giovanile ma noi possiamo pensarlo e sperarlo per tutti. Quindi: “Che è movimento, non solo mera organizzazione. Ecco, il significato più profondo di questo movimento, del muoversi: sta appunto nella sua volontà di protesa al reale”. Vedete quanto ritorna questo richiamo alla realtà.

Prosegue:

Basta con le larve di parole: rimettiamoci dinanzi alle cose! Evadiamo dalle nebbie infide delle idee indeterminate e adusate e riapriamo gli occhi alla forza penetrante del reale! Deponiamo la veste glaciale delle frasi fatte!

Sentite adesso, come se già non ci avesse sufficientemente stupiti! Sentite adesso cosa scrive Romano Guardini: che meraviglia in questa frase!

Rioffriamo il petto all’impressione delle cose, di modo che esso, nello stupore, nel dolore, nella gioia, ne percepisca la potenza!

Io credo che ciascuno di noi rimanga felicemente folgorato da queste parole, da questa sintesi. 

Romano Guardini ci dice: “Rimettiamoci dinanzi alle cose”. Se questa che ho davanti a me è una macchinina, non è un pappagallo! Questa è una macchinina. Non ha importanza se è verde, se ha qualcosa che mi richiama il pappagallo. Una macchinina è una macchinina, non è un pappagallo. Altrimenti, se non ci mettiamo dinanzi alle cose — con tutto quello che abbiamo già detto — noi non diremo parole ma diremo “larve” di parole. 

Dobbiamo evadere — dice Guardini — dalle idee indeterminate e adusate. Noi dobbiamo riaprire gli occhi alla forza penetrante del reale”. Questa è una macchinina, fine del discorso. Non esiste: “a me sembra, io credo, per me lo è, per te potrebbe essere diverso”, no! Questa è una macchinina, non c’è un’alternativa. Se è una macchinina, è una macchinina, basta! Se davanti a me ho una mela, non può succedere che per te sia una pera o una banana, è una mela, fine. 

Dobbiamo smettere di procedere nel nostro ragionare e nel nostro parlare — e quindi nel nostro agire — in base a idee indeterminate per cui chi ci ascolta dice: “Ma io non capisco niente. Ma cosa stai dicendo?”. E questo accade non a motivo del fatto che magari una persona parla con un linguaggio forbito, difficile, filosofico, teologico, medico, ingegneristico, matematico, non è questo il problema. Non è la tecnicità, la professionalità, il rigore linguistico con cui uno parla che crea difficoltà. Ciò che crea difficoltà è l’indeterminatezza: avere idee indeterminate, cioè che non sono precise. Capite, è diverso dire “il cane” e dire “un cane”,  non è la stessa cosa. È diverso dire: Io sono “la via, la verità e la vita” e dire, “io sono una via, una verità, una vita”, è completamente diverso. È diverso dire: “La strada per arrivare a Rimini è questa, questa e questa” e dire: “Mah, ci sono tante strade, per arrivare a Rimini ce ne sarà una”. E uno dice: “Certo, ma io devo andare a Rimini, così non mi stai aiutando”.

Noi abbiamo bisogno di idee determinate. Le idee indeterminate e adusate, cioè abusate, producono che cosa? Frasi fatte. E anche la persona con meno cultura possibile si accorge quando qualcuno parla dicendo frasi fatte, frasi insipide, frasi senza calore, senza colore, senza sentimento. Frasi che potrebbe dire chiunque. Chiunque potrebbe dire quelle frasi, frasi inespressive. 

Riapriamo quindi gli occhi alla forza penetrante del reale”. Di nuovo: stiamo alla realtà! Non abitiamo ideologie, perché l’ideologia è proprio l’antitesi della realtà. È proprio una forma di corruzione della realtà e produce solamente tantissima sofferenza, tantissima confusione, tantissima ingiustizia. E questa si vince solo stando nella realtà. 

E allora lui dice: “Rioffriamo il petto — che vuol dire il cuore. Bello, no? — all’impressione delle cose” cioè lasciamo che ciò che incontriamo e vediamo ci possa stupire. O meglio, lasciamo che il nostro petto, il nostro cuore, possa percepire la potenza che viene dallo stupore, dal dolore, dalla gioia che l’impressione delle cose generano su di noi. C’è una potenza nel dolore, c’è una potenza nella gioia, c’è una potenza nello stupore. Permettiamo alle cose il famoso “urto” di cui parlavamo ieri. Permettiamo alle cose di urtarsi, permettiamo alle persone di… Stiamo nell’onda d’urto che l’incontro reale con le persone, con le cose permette che accada. Stiamo dentro a questo accadimento. Lasciamo che la potenza dello stupore, del dolore, della gioia ci possa toccare. 

E lui scrive:

Certo, al primo momento, questo sconcerterà e renderà muti.

Quando noi ci esponiamo alla potenza, per esempio, del dolore — pensate al dolore più acerbo che possiamo provare o vedere, che è il dolore della morte di una persona cara — se noi non fuggiamo da questo dolore e se noi non insegniamo a fuggire, ma insegniamo a offrire il petto alla potenza di questo dolore,  lui dice che “questo sconcerterà”. Ma guardate la stessa cosa vale per la gioia, vale per lo stupore, vale per la bellezza, vale per tutto, per tutto ciò che è reale. Lui dice che in un primo momento, questo sconcerterà e renderà muti.

È molto bello vedere la scena di quando, attorno a un bambino appena nato, si genera solitamente un grande silenzio, una grande delicatezza, un grande stupore. Questa nuova vita lascia come ammutoliti, è semplicemente qualcosa di meraviglioso da contemplare.

Lui prosegue e dice:

Le parole sembrano non più usabili, essendo state prostituite da un lungo abuso.

Pensate alla parola “amore”. Sembra che oggi ormai si faccia fatica a pronunciare questa parola, perché vediamo usare la parola “amore” per ogni cosa. “Io amo il cioccolato” è un’espressione impropria. Non si può amare il cioccolato, io posso desiderare il cioccolato, posso gustare il cioccolato, posso apprezzare il cioccolato, ma non lo posso amare. “Io amo questa macchinina”, no! Perché tra me e questa macchinina, tra me e il cioccolato non esiste una relazione, esiste un uso, che può diventare un abuso — mi mangio 3 chili di cioccolato e sto male — ma non esiste una relazione, uno scambio. Il cioccolato non può ricambiare il mio amore; la macchinina che uso per giocare non può ricambiare il mio amore. Non c’è relazione. E Guardini dice che le parole sembra che non siano più usabili perché c’è stato un abuso delle parole. Per cui oggi se dico a una persona “Io ti amo”, quella risponde: “Sì, vabbè, esattamente come ami la tua pastasciutta, come ami andare a vedere le partite di calcio”. Addirittura, noi usiamo una parola ancora più grave, grave proprio nel senso di “più densa”: “Io adoro”, come in: “io adoro il cioccolato”, questo è veramente un abuso della parola adorare.

Allora lui scrive:

Ricomincia una specie di balbettio. 

Il discorso è agganciato a quanto ha scritto prima: “se noi offriamo il petto all’impressione delle cose in modo da percepire tutta la potenza… ricomincia una specie di balbettio…”

Molte cose vengono scoperte di nuovo e in modo nuovo vissute; gli oggetti, visti e sentiti in una nuova maniera, debbono cercarsi il proprio corpo verbale: allora la parola acquista una potenza nuova, e la più semplice comincia a risplendere con la maggiore intensità.

“Gli oggetti vengono visti e sentiti in una nuova maniera e devono avere il proprio corpo verbale”: “Io gusto molto il cioccolato”, ecco il nuovo corpo verbale da usare! E rifletterò molto sulla parola “gustare”. La parola acquista una potenza nuova e ha più intensità, dice Guardini. Quindi, quando dirò: “gustare”, saprò che dentro quella parola ci sta “tanto”. 

Attenzione adesso:

È così anche con le formalità. Via le maschere che non rivelano più i sentimenti, bensì li occultano! Via i formalismi che si frappongono tra cuori viventi e li ingannano! La gioventù ha da sperimentare di nuovo nel profondo ciò che vuol dare al prossimo, ciò che vuol essere per lui. Essa sente inoltre che nelle forme correnti non sopravvive molto di questa sincerità.

Quante maschere noi indossiamo per occultare i sentimenti che portiamo dentro di noi; quanti formalismi adottiamo tra noi e gli altri per ingannare! Noi mettiamo le maschere per cui, a chi vorremmo dire: “Mi sei antipatico”, attraverso la maschera di un finto sorriso noi diciamo: “Mi sei simpaticissimo”. Attraverso la maschera di un finto consenso, di un finto vivere insieme, noi nascondiamo delle tensioni terribili, noi nascondiamo dei rancori profondissimi, per esempio. Oppure il contrario: abbiamo nel cuore dei sentimenti bellissimi che però nascondiamo con la maschera dell’indifferenza, perché abbiamo paura di manifestarli, per esempio perché potremmo essere giudicati male, perché potremmo essere fraintesi, perché potremmo essere rifiutati. E allora, attraverso le maschere che di volta in volta tiriamo fuori dal nostro borsone, noi occultiamo i nostri sentimenti, così gli altri non incontrano i nostri sentimenti, ma incontrano le nostre maschere. E questo è un problema, perché noi possiamo illuderci di amare qualcuno, o di voler male a qualcuno, ma in realtà noi non stiamo incontrando veramente i sentimenti di quella persona, stiamo incontrando le maschere dietro le quali si nasconde.

Ci sono tante ragioni per cui una persona arriva ad occultare i suoi sentimenti. Tante esperienze nella vita, magari negative; oppure vivere in un contesto ostile; oppure vivere in un contesto dove una persona non si sente apprezzata, non si sente guardata. Uno dice: “Ma io perché dovrei manifestare i miei sentimenti?” 

E capite che se occulto i miei sentimenti, di necessità arrivo a mentire, perché qualcosa devo pur mostrare. Quindi: o mostro i miei sentimenti e mostro la verità o, se io mi maschero, mostro la menzogna. Quindi divento bugiardo, divento una finzione vivente. E ci sono tante ragioni per cui fare questo, veramente tante ragioni: possono esserci dei traumi, possono esserci delle sofferenze, può esserci la paura di vedersi rifiutati, come vi dicevo. 

Se io, in un pollaio di galline, mi spiumo dalle piume finte della gallina e viene fuori che sono un pavone, viene fuori che sono un’aquila, viene fuori che sono un colibrì, viene fuori che sono… non lo so quali altri bei volatili ci sono… viene fuori che sono uno di quei bei pappagalli tutti colorati, certo le galline non saranno molto contente! Non ti tratteranno più come una gallina, come loro. E quindi diventa un problema. Se si scopre un lupo in un branco di cani, quella presenza è un problema. Ma non perché il lupo è cattivo e i cani sono buoni, ma perché il lupo non è uno dei cani randagi che ci può essere in giro, è un lupo. Se ho in casa tre gatti e tra questi c’è un cucciolo di tigre, per i primi due mesi forse ancora ancora va tutto bene, ma quando arriviamo ai sei mesi eh, non so di quei gatti cosa rimane! Perché quello è un cucciolo di tigre, e un cucciolo di tigre diventerà una tigre, punto, non diventerà un gatto siamese, quello diventerà una tigre; un cucciolo di pantera diventerà una pantera e questo bisogna che sia chiaro, non possiamo andare contro la natura.

Occultare i sentimenti, se ci pensiamo bene, è andare contro la nostra natura. Sicuramente, un andare contro la nostra natura psicologica, contro la nostra natura spirituale. E questa è una cosa molto brutta. Da questa cosa non potrà mai venire niente di buono. Io credo che sia meglio essere rifiutati, meglio essere perseguitati — mi viene in mente Gesù, il primo, e poi a seguire tutti gli altri — è meglio essere ammazzati.

Pochi giorni fa abbiamo ricordato e festeggiato Sant’Atanasio, andate a leggere la vita di questo santo. Mi sono dimenticato in questi giorni di nominarlo, quando ho nominato i persecutori, ma veramente stupidamente, mi son dimenticato di lui, devo rimediare assolutamente. A Sant’Atanasio hanno fatto veramente di tutto, se non ricordo male è stato in esilio per un totale di 17 anni, tra esilio, ritorno dall’esilio, esilio, 5 volte in esilio, in totale 17 anni. Hanno fatto due sinodi contro di lui; lo hanno accusato di essere superbo, di dividere la Chiesa, lo hanno accusato di essere orgoglioso. Guardate, se noi oggi non siamo ariani, tutti ariani, è solo per merito di Sant’Atanasio. Veramente, vi prego, andate a leggere la sua vita, la sua biografia.

Tra l’altro mi pare di ricordare che il Santo Cardinale Newman abbia scritto un testo proprio su Sant’Atanasio… ma non sono sicuro… aspettate che controllo sul libro… no, mi sto sbagliando: l’ha fatto sul Crisostomo, l’ha fatto su Teodoreto ma non su Sant’Atanasio. Ecco qua, mi sono confuso, però è stata un’occasione per andare a riprendere velocemente il libro ed è un’occasione per dirvi che anche San Giovanni Crisostomo ha vissuto delle persecuzioni terribili. Vi invito davvero ad andare a leggere questo bellissimo libro di John Henry Newman che si intitola: Benedetto, Crisostomo, Teodoreto. Profili storici, della Jaca Book, con l’introduzione di Monsignor Inos Biffi. Ecco, anche questo è un libro veramente molto, molto bello, vi consiglio proprio di andarlo a leggere. Anche qui troverete delle persecuzioni incredibili. Va bene, comunque è stato utile perché in questa maniera abbiamo avuto l’occasione, a causa della mia ignoranza, di rimettere sotto gli occhi anche questo bellissimo santo che è San Giovanni Crisostomo.

Ebbene, Sant’Atanasio è stato accusato delle cose più terribili. Addirittura, lo hanno fatto accusare da una donna — a quei tempi non c’era ovviamente l’esame genetico — di essere incinta di Sant’Atanasio. Guardate, delle cose incredibili! Lo hanno accusato di omicidio! Ha scritto delle lettere meravigliose ai suoi fedeli, quando doveva lasciare la sua sede episcopale, sono dense di tanta sofferenza, di tanta umanità colpita nel modo più terribile (anche San Giovanni Crisostomo ha patito veramente delle persecuzioni terrificanti). Ma Sant’Atanasio ha continuato quello che doveva fare e poi è stato mandato in esilio, come vi ho detto, è vissuto in questa sorta di solitudine, di eremitaggio. Insomma, veramente una vita iper travagliata. Ma lui si è opposto ferocemente fino alla fine della sua vita contro Ario e l’eresia ariana.

Costa! Costa caro! Può costare la vita, ma Sant’Atanasio, come San Giovanni Crisostomo, non si sono mascherati, hanno rivelato i loro sentimenti. Non hanno finto, non hanno vissuto di formalismi per salvarsi. Sant’Atanasio, se non ricordo male, fu proprio lui a chiamare “novelli Pilato” coloro che avevano una certa percezione e coscienza di avere a che fare con un eretico, ma entravano in compromesso, cioè occultavano quello che portavano dentro. Percepivano che Ario era eretico e non doveva essere seguito ma lo nascondevano. E, di fatto, poi cosa succede? Attraverso le maschere, attraverso i formalismi, noi inganniamo. Ecco perché lui dice che la gioventù nelle forme correnti, avverte che non c’è sincerità.

Prosegue Romano Guardini:

Essa sente inoltre che nelle forme correnti non sopravvive molto di questa sincerità. Ne rimane sconcertata. E la si rimprovera di sconvenienza perché non ne vuol più sapere ormai di questi cadaveri di azioni.

Noi non possiamo rimproverare la gioventù di sconvenienza. La gioventù, tendenzialmente, è molto sincera, molto franca e noi abbiamo paura della forza vitale che sta nella gioventù; quindi, cerchiamo in tutti i modi di lobotomizzarla, di normalizzarla, di narcotizzarla, di formalizzarla e di costringerla a vivere nelle maschere che abbiamo addosso noi, perché l’urto che ne verrebbe sarebbe troppo potente per noi, per il nostro “pilatesimo”. E quindi cerchiamo in tutti i modi di cristallizzare, un po’ come fa il ragno quando cattura una preda. Cosa fa il ragno? L’avvolge dentro la sua ragnatela schifosa e la immobilizza per poi succhiarsela. Ecco, noi cerchiamo di fare così con tutto ciò che è vivo. Perché se nella ragnatela cade una foglia secca, il ragno non fa niente, ma se ci va dentro una creaturina viva, il ragno va subito lì e l’avvolge subito immediatamente, per paralizzarla, per bloccarla, per mettere questo bozzolo e poi portarsela via su e risucchiarsela e mangiarsela dopo con calma. Noi cerchiamo di fare così con la forza vitale che sta nei giovani, nelle persone vere, nei santi, nei Sant’ Atanasio, in San Giovanni Crisostomo, in San Francesco, in San Giovanni della Croce. Noi cerchiamo di “imbozzolarle” — questo termine ovviamente non esiste, l’ho inventato io adesso — cerchiamo di rinchiuderle dentro a questi bozzoli per paralizzarle, per bloccarle. Ma capite, la verità non si può “imbozzolare”! Ha una forza troppo dirompente.

E allora Romano Guardini dice che noi rimproveriamo di sconvenienza i giovani, cioè diciamo: “Ecco sei irrispettoso, ecco sei superbo — come dicevano a Sant’Atanasio — ecco sei saccente, ecco non rispetti le regole, ecco tu manchi di educazione, ecco tu non sei umile, ecco tu non ti adatti, ecco tu non sai vivere insieme agli altri”. Ad Atanasio è accaduto questo! Capite che fare due sinodi contro un vescovo… miseria! Dobbiamo fare due Sinodi?! Ma cos’era questo vescovo!!

E Sant’Atanasio l’hanno chiamato “il leone che ruggisce”, perché ne è bastato uno per salvarci dall’arianesimo. Guardate che tra arianesimo e neo-arianesimo è stata un’eresia terrificante, veramente ha fatto strage questa eresia. L’arianesimo è stata una delle eresie peggiori: una delle più sottili e delle più potenti. 

Romano Guardini parla di: “Questi cadaveri”. Io poco tempo fa vi ho parlato proprio delle persone che sono morte dentro, questi cadaveri di azioni. Sono morti, seminano morte e vogliono attorno a loro la morte, portano morte. Non portano speranza, non aprono alla speranza, loro sono morti e tu devi essere morto, perché se tu sei vivo: ecco l’urto, ecco lo stupore, ecco la vita, ecco la speranza; ma questa non deve esserci.

Ricordate il Signore degli anelli, quando vanno ad accendere i fuochi partendo, se non ricordo, male da Minas Tirith — adesso io non mi ricordo tutti i nomi precisi ma penso che partano da lì — da questa cittadella, da questo castello. Da lì accendono il fuoco e cominciano ad accendere i fuochi, sono lì tutti sulle montagne che accendono i fuochi e a un certo punto — si dice — “è riapparsa, è riaccesa la speranza, allora dobbiamo combattere”, contro chi? Questo è il bello del Signore degli anelli: “contro gli orchi”, che sono fatti di marcio, di vermi, di putridume, di morte. E infatti gli orchi di cosa si nutrono? Di sangue umano, di carne umana. È la morte che cerca di ingoiare la vita. Vedete, terribile! E che cosa vogliono gli orchi? Cosa vogliono? Vogliono distruggere l’uomo, la vita, vogliono estendere ovunque il potere di Mordor. Quindi tutto deve essere “Mordor”, tutto deve essere morto, tutto deve essere morte. Non ci deve essere vita. Gli orchi sono cadaveri in azione. Gli Uruk-hai, che cosa sono? Sono cadaveri in azione. Infatti, quando gli elfi e gli uomini combattono gli orchi e li colpiscono, le lame delle loro spade si sporcano di nero, il sangue degli orchi è nero. Perché non è sangue, è morte. Ecco perché Romano Guardini parla di “cadaveri di azione”: fanno, ma sono morti e seminano morte.

E allora, se c’è qualche giovane in ascolto — come so che c’è — mi viene da dire: “Non lasciatevi portare via la speranza dai cadaveri di azione, dagli Uruk-hai. Non fatevi rapire la speranza, non fatevi normalizzare”. Usando un altro film interessante, Matrix, mi verrebbe da dire: “Attenti alla pillola che prendete”. Volete struttura? Volete far parte della coscienza comune collettiva? Volete essere rinchiusi, intubati nei baccelli incubatori, dove tu sei dentro in quel liquido schifoso, con i tubi che ti entrano e ti escono da tutte le parti e le macchine dominano e ti fanno “illudere” di vivere una realtà che non c’è perché tu sei lì, intubato, nel liquido, “imbozzolato” lì dentro? Loro ti illudono di vivere dentro a questa coscienza collettiva, ma non c’è, non è reale.

Dovremmo fare un ciclo di catechesi sul Signore degli anelli, su Matrix. Sono due film veramente molto, molto interessanti e molto complessi anche da affrontare. Vabbè, nella prossima vita lo faremo. Ma come vedete, in tutti e due i film: che si combatta contro una coscienza collettiva, istituita dalle macchine che cerca appunto di narcotizzare tutti, di farli “imbozzolare” e intubare, che parliamo di orchi del Signore degli anelli è la stessa cosa! Capite? Noi dobbiamo essere uomini di speranza e non lasciarci narcotizzare, “imbozzolare”, normalizzare, bloccare, spaventare, intimidire, sentirci in colpa.

Perché dico “sentirci in colpa”? Perché questo è quello che si vuole suscitare, come Sant’Atanasio si è sentito dire dal sinodo di tutti i vescovi: “Tu sei superbo, tu dividi la chiesa”.  A Sant’ Atanasio! Capite? Sant’Atanasio accusato di dividere la Chiesa! Sant’Atanasio che ha salvato la Chiesa dall’eresia ariana e dalla divisione è accusato di divisione… Certo! Perché lui non era un cadavere di azione. Lui stava portando la speranza, legata alla verità. 

Ma i cadaveri, gli orchi, gli Uruk-hai, le macchine intubatrici, ovviamente, cosa vogliono? Struttura! Struttura, sì, ma la loro di struttura. Quella che ti normalizza dentro a un “bot” (è un’espressione usata da Matrix) — questa diventa una meditazione trans-disciplinare! Ma noi non  dobbiamo essere bot — ce ne sono in giro tanti di bot, purtroppo — noi dobbiamo essere persone. I giovani devono mantenere il loro stupore, la loro bellezza, la loro integrità, la loro freschezza, il loro entusiasmo. E se incontrate dei cadaveri, andate oltre. Non fatevi ingoiare, non fatevi spaventare dai cadaveri di azioni. Perché è proprio forse tipico vostro, proprio di chi è giovane, questo entusiasmo, questo fervore, tipico di chi è giovane e tipico di chi è santo. 

E allora noi ricominciamo da questo balbettio — siccome le parole sono abusate, dice Romano Guardini — ricominciamo da questo balbettio, ricominciamo  a “rigustare” le parole per quello che sono. E quindi partiamo proprio dalla parola “speranza”, partiamo dalla parola “gioia”, partiamo dalla parola “amore”, partiamo dalla parola “realtà”. E su questo, e da questo, ricominciamo a vivere, fossimo anche l’unico leone o l’unico leoncino, dipende da quanti anni abbiamo, da che esperienza abbiamo. Ecco sentiamo come il “nostro protettore amico” Sant’Atanasio, perché il leone, tranquilli, non è oggi, non è domani, il leone ruggisce.

Prendete Le Cronache di Narnia, altra trilogia bellissima da affrontare, da commentare c’è anche un bellissimo libro che vi consiglio di leggere, Le Cronache di Narnia, bellissimo per i ragazzi, stupendo. Anche lì c’è la contrapposizione tra Narnia e Telmar. Di quale città vogliamo far parte? Di Telmar, che struttura tutto e che vive secondo una logica binaria, bianco / nero, 10010011 o vogliamo vivere a Narnia, dove i tassi parlano, dove i cavalli parlano e dove gli uomini imparano anche dai centauri? Dove vogliamo vivere? Dove c’è spazio per la fantasia, dove c’è spazio per l’immaginazione, dove c’è spazio per lasciarci stupire, oppure dove tutto è normalizzato?

Ecco, auguriamoci che queste parole di Romano Guardini ci possano effettivamente aprire a qualcosa di profondamente nuovo e bello.

Stiamo arrivando alla fine della premessa, con un po’ di fatica, ma ci arriviamo. Io penso che non possiamo andare troppo veloci perché sono riflessioni veramente troppo, troppo belle e troppo importanti per tutti noi.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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