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I santi segni. Romano Guardini, parte 20

S. Messa

Meditazione

Pubblichiamo l’audio della meditazione: «I santi segni. Romano Guardini, parte 20»
Giovedì 25 maggio 2023

Predicatore: p. Giorgio Maria Faré, OCD

Ascolta la registrazione:

Per motivi di intenso traffico non ci è possibile rendere disponibile l’ascolto dei file audio direttamente dal nostro sito. Se hai dubbi su come fare, vai alle istruzioni per l’ascolto delle registrazioni.

VANGELO (Gv 17, 20-26)

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Testo della meditazione

Scarica il testo della meditazione in formato PDF

Sia lodato Gesù Cristo! Sempre sia lodato!

Eccoci giunti a giovedì 25 maggio 2023.

Abbiamo ascoltato il Vangelo della Santa Messa di oggi, tratto dal capitolo diciassettesimo del Vangelo di San Giovanni, versetti 20-26.

Oggi ricordiamo il compleanno di Padre Pio da Pietrelcina, che è nato nel 1887. E poi oggi è anche la memoria di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. Ecco, due santi veramente bellissimi e con delle vite molto intense e, se li conosciamo poco, vi invito ad approfondire bene le loro storie.

Continuiamo la nostra lettura del libro di Romano Guardini: I Santi Segni.

Oggi leggiamo: “Luce e Calore”.

Scrive:

Noi aneliamo all’unione con Dio; vi siamo sospinti da un’intima necessità. Due vie ci mostra la nostra anima. Sono diverse ma sboccano però alla stessa mèta. La prima via dell’unione passa attraverso la conoscenza e l’amore. Conoscere è unirsi. Noi penetriamo le cose conoscendole e le attiriamo a noi. Diventano nostra proprietà: elementi della nostra vita. Anche l’amore è unione. Non una semplice brama, bensì è esso stesso di per sé unione. L’uomo intanto ama una cosa in quanto gli appartiene. Questo amore però ha una maniera particolare, che si esprime quando si dice di esso ch’è «spirituale». Però la parola non esprime con precisione il concetto; spirituale è anche un altro amore di cui si ha da parlare più avanti. L’amore di cui parliamo è questo: è l’amore che attua l’unione non nell’essere, bensì in un movimento; nella coscienza e nella vita affettiva. C’è pertanto una figurazione esterna per questo? Una similitudine? Certo, e magnifica: luce e calore. Qui v’è un cero: porta luminosa una fiammella. Il nostro occhio ne vede la luce e l’accoglie in sé, se ne compenetra diventando una cosa sola con essa; eppure non lo tocca. La fiamma rimane in sé e l’occhio pure; tuttavia ha luogo un’intima unificazione; un’unione piena di reverenza e verecondia, si potrebbe dire, senz’altro e senz’alcuna mescolanza, in mera visione. Profonda similitudine di quell’unione che si compie tra Dio e l’anima nella conoscenza. «Dio è la verità», dice la Sacra Scrittura. Chi conosce la verità, la possiede nello Spirito. Dio è presente nel pensiero che lo conosce rettamente. Dio vive nello spirito che pensa a Lui veramente. Perciò «conoscere Dio» vuol dire: unirsi con Lui, come l’occhio con la fiamma nella visione della luce. Con questa vi è anche un’unione mediante il calore. Lo avvertiamo sul viso, sulla mano. Notiamo com’esso ci compenetra riscaldandoci; eppure la fiamma sta, non tocca, in se stessa. E questo è pure l’amore: un compenetrarsi con la fiamma di Dio mediante il calore, senza toccarla per nulla. Perché Dio è buono e chi ama il bene se lo trova anche già vivente nello spirito. Il bene è mio non appena io l’amo; ed esso appartiene a me in quanto e per quel tanto ch’io lo amo; eppure io non lo tocco. «Dio è amore», ha detto San Giovanni,

«e chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio è in lui». 

Conoscere Dio e amare Dio significa unirsi con Lui. Perciò la felicità eterna sarà un contemplare e amare. Il che non significa un bramoso stare innanzi a Dio, bensì una profondissima partecipazione all’intimità, compimento e soddisfacimento. Abbiamo già visto come la fiamma sia similitudine dell’anima. Ora riconosciamo in essa anche la similitudine del Dio vivente, «perché Dio è la luce e nessuna tenebra v’è in Lui». Come la fiamma emette luce, così Dio elargisce verità. E l’anima accoglie in sé la verità e si unisce in essa con Dio, allo stesso modo che il nostro occhio vede la luce e in essa si unifica con la fiamma. E la fiamma manda calore; così Dio profonde calda bontà. Ma chi ama Dio, diventa nella bontà una cosa sola con Lui, come la mano e il viso con la fiamma, quando ne percepiscono il calore. Ma la fiamma rimane in sé, intatta, pure, nobile. Come è stato detto di Dio, che «abita nella luce inaccessibile». 

Fiamma luminosa e ardente — tu sei immagine del Dio vivente! 

Come lo comprendiamo bene ora, quando nella consacrazione del sabato santo il cero pasquale diventa simbolo di Cristo! Quando il diacono saluta con giubilo la fiamma lumen Christi, e le luci della chiesa vengono accese, affinché dovunque illuminino e riscaldino la luce e il calore del Dio vivente.

Ecco, ho voluto leggervi tutte queste riflessioni perché, come sempre, è talmente bella che interromperla mi dispiace. Diamo adesso qualche indicazione.

Lui dice: “La prima via dell’unione passa attraverso la conoscenza e l’amore. Conoscere è unirsi. Noi penetriamo le cose conoscendole e le attiriamo a noi”. Diventano elementi della nostra vita.

Guardate, questa via noi praticamente non la frequentiamo quasi mai. Se voi dite a qualcuno — a chiunque, pure ai nostri fratelli nella fede, a chiunque lo dite, a chiunque — “Se ti dico questa parola, a te cosa viene in mente? Fammi un paragone, un riferimento. Io ti dico una parola e tu mi dici che cosa ti viene in mente” e gli dite la parola: “unirsi”. Ecco provate a vedere, a sentire che cosa vi dicono, quando voi dite la parola “unirsi” che cosa gli viene in mente. Se poi gli dite: “Se io ti dico, «conoscersi è unirsi», a che cosa pensi tu immediatamente?”.

Noi non frequentiamo l’ambito della conoscenza per vivere l’unità perché richiede tempo, richiede sacrificio, richiede fiducia, richiede donazione di sé. Ma quando io permetto all’altro di conoscermi, quando io mi lascio conoscere dall’altra persona, perché mi apro… ecco questo è il punto! Perché mi apro! Perché sono vero, perché sono sincero, perché so nominare i miei sentimenti, perché so parlare di me, con semplicità e senza falsi pudori, senza vergogna, senza timore di essere giudicato, senza paura di essere condannato, rischiando. Perché è un rischio! La fede è un rischio! Avere fede in qualcuno è un rischio! Perché questo qualcuno può deluderti, questo qualcuno può tradirti. Gesù stesso ha subito questo fallimento della fiducia con Giuda. Gesù stesso ha vissuto il rischio della fiducia. E Giuda, l’ha tradito. Ma questo non vuol dire che non dobbiamo usare questa via della conoscenza, vivere questa dimensione per unirci.

Cioè lo scopo, la ragione del conoscere è l’unità. 

Noi penetriamo le cose conoscendole e le attiriamo a noi. Diventano nostra proprietà: elementi della nostra vita.

Dopo uno si chiede: “Ma come mai i matrimoni finiscono così velocemente, così facilmente?” Perché non c’era conoscenza, tra le altre cose, e quindi non c’era vera unità. Se io non conosco l’altro, come faccio a essere unito a lui? Come faccio se non sappiamo parlare di noi e non abbiamo il coraggio di parlare di noi? Se è più facile illuderci di unirci attraverso i corpi, capite che quella unità è molto fragile, è molto illusoria. Perché è un’unità apparente! Dovrebbe essere espressione dell’unità più profonda che viene dalla conoscenza e invece, spesse volte, è semplicemente una via alternativa, una fuga dalla vera unità che è fondata sulla conoscenza.

Che cosa io conosco delle persone a me più care? Della persona a me più cara, io che cosa conosco? E quella persona, che cosa conosce di me? Fin dove ho permesso a quella persona di entrare per conoscermi? Il paradosso di tutto questo è che tutti vogliono conoscere, ma per possedere, non per unirsi. Questo è il volto corrotto dell’unirsi e del conoscersi: quando io desidero conoscere per possedere l’altro, per esercitare qualche forma di potere su di lui o su di lei, per — come dire — avere un diritto di prelazione su quella persona. E invece noi dobbiamo conoscere, siamo chiamati a conoscere e a farci conoscere, con l’unico scopo di puntare all’unità. Questo richiede tanta disponibilità, questo richiede una vera voglia di unità. E invece facciamo tanta fatica a dire i nostri sentimenti. A dire quello che proviamo, quello che sentiamo, quello che desideriamo. Abbiamo vergogna. E poi c’è una falsa umiltà: “No, io non lo dico per non disturbare; non lo dico perché aspetto che siano gli altri ad accorgersene; io non lo dico per non forzare”. Ma tu dillo! Ma tu dillo, comincia a dirlo e poi vediamo cosa succede.

Anche l’amore è unione. Non una semplice brama, bensì è esso stesso di per sé unione. L’uomo intanto ama una cosa in quanto gli appartiene. 

Cioè: noi possiamo dire di amare Dio tanto quanto gli apparteniamo. Perché Gesù può dire di amare il Padre? Perché Gesù appartiene interamente e totalmente al Padre. Questa è proprio la singolarità di Gesù: la sua appartenenza al Padre. Questo è il cardine della sua singolarità: Gesù è Gesù tanto quanto appartiene al Padre.

Ma noi? Possiamo dire che avvertiamo la nostra vita come forma di appartenenza al Padre? La persona che noi amiamo, possiamo dire che ci appartiene? Ovviamente in un modo diverso, in modo diverso dall’appartenenza a Dio e assolutamente non nell’accezione di “possessione”, di “brama di dominio”, ma nell’accezione positiva dell’appartenenza. Possiamo dire che ci appartiene? 

Inoltre, noi a chi apparteniamo? Nel segreto della nostra anima dove nessuno ci vede, rispondiamo a questa domanda: “Io a chi appartengo?” Cioè: di chi mi sento parte? Questo vuol dire! Io mi sento parte di chi? Io sono parte della vita di chi? Chi senza di me sentirebbe un vuoto incolmabile? Chi senza di me sentirebbe una parte di sé morire? Chi piangerebbe veramente per la mia morte? Chi profondamente sente la mia mancanza e desidera fervorosamente la mia compagnia, la mia presenza, la mia parola, il mio sorriso, il mio silenzio, chi? Per chi io darei la vita? Quale risposta a questa appartenenza?

Come del resto ha fatto Gesù. Gesù ha dato la vita per noi in risposta alla volontà del Padre, perché Lui appartiene al Padre e perché noi apparteniamo a Lui. Tutto si gioca qui. 

Il peccato non è altro che una risposta negata all’appartenenza. Il peccato è: non ti voglio appartenere, io non sono tuo. È quello che hanno fatto Adamo ed Eva, è quello che gli ha suggerito il serpente: “Voi non siete suoi, voi siete liberi…”, cioè: la libertà intesa nella logica del serpente, come alternativa all’appartenenza al Creatore. Nella logica del serpente, l’appartenenza è una forma di schiavitù. E invece no! E invece no! Perché non c’è amore senza appartenenza. L’appartenenza in realtà è la forma dell’amore, è l’espressione dell’amore. La fede che i coniugi portano al dito dopo il matrimonio, che cosa dice, se non questo? Bella la fede di Santa Rita! È quella dove ci sono due mani che si che si intrecciano. La fede di Santa Rita è formata da un cerchio tenuto insieme da un lato all’altro con due mani che si intrecciano, bellissimo!

Quindi cerchiamo di rispondere a queste domande. Potrebbe essere che queste risposte ci lascino un po’ in imbarazzo, va bene, va bene. Partiamo da qua, partiamo dalla realtà, direbbe Guardini, e poi da qui si costruisce qualcosa. Magari, se siamo veri fino in fondo, risposte un po’ drammatiche a queste domande forse ci spingono ad una conversione. Forse possiamo dire che stiamo cercando l’amore nel posto sbagliato? Forse possiamo dire che stiamo cercando l’amore nella conoscenza sbagliata? Forse possiamo dire che stiamo cercando l’amore nell’appartenenza sbagliata?

C’è un film, un po’ violento eh — devo essere sincero — un po’ troppo violento, un po’pesante — bisogna dire le cose come stanno — però sicuramente molto bello. Si chiama “300” e tratta tutta la questione della lotta tra gli spartani e i persiani, nella fattispecie tra il re Leonida, re di Sparta, e Serse, il re dei persiani. È tutta una vicenda di resistenza alla prepotenza e alla volontà di supremazia dei persiani che volevano assoggettare Sparta e questi trecento uomini che si oppongono a Serse al passo delle Termopili. E avrebbero vinto!

La cosa interessante è che questi 300 uomini — nel film è reso molto bene — sono un corpo solo, sono profondamente uniti, sono veramente un corpo solo. Se voi lo guardate rende molto bene: son 300 ma è come se fossero uno, ed è lì che sta la loro forza, la loro invincibilità. E quindi appunto, si oppongono, e nonostante Serse, avesse gli elefanti e un esercito numericamente oltremodo superiore, da quel varco non riesce a passare, perché questi 300 costantemente sbaragliano ogni attacco, ogni legione che viene mandata, e per Serse diventa un problema. E avrebbero vinto!

Purtroppo — e qui ci sarebbe da fare qualche meditazione su questa questione — purtroppo il re Leonida fa un errore gravissimo che gli costerà la vita, sua e di tutti i suoi 300 uomini, e la perdita in battaglia, la sconfitta. E l’errore qual è? È che c’era un uomo, uno storpio, di nome Efialte che, avrebbe voluto far parte anche lui di questo esercito di 300. Ma il problema di quest’uomo è che era storpio, era gravemente storpio. Se voi vedete il film quest’uomo è proprio inguardabile; ma non solo è brutto, ma è proprio tutto storpiato, un mostro. E il re Leonida  rifiuta la richiesta di Efialte spiegandogli che non potrebbe combattere perché, non essendo in grado di sollevare il suo scudo e la spada, non potrebbe coprire le spalle del compagno. Insomma, gli spiega, da spartano ovviamente, non da damerino di Parigi, da spartano gli spiega che non è possibile. Però, glielo spiega “un po’ troppo da spartano” e sottovalutando la figura di Efialte. Perché vedete, ogni uomo, anche il più storpio — in questa logica— anche l’ultimo tra gli ultimi, anche quello su cui tu non scommetteresti due lire, ogni uomo, nella vita, può fare tanto bene e può fare tanto male. E nessuno di noi — direbbe Gandalf nel Signore degli Anelli — nessuno di noi conosce la parte che ogni uomo deve svolgere nella storia. E infatti Gollum, nella storia del Signore degli Anelli, di fatto, sarà la figura risolutiva. Senza Gollum, quell’anello nella lava non sarebbe mai andato. Quindi aveva proprio ragione Gandalf. Perché Frodo, alla fine, cede al potere dell’anello.

Quindi, il re Leonida, non vive di questa saggezza, non pensa che veramente tutti, non solo i suoi 300 super valorosi  spartani, ma anche Efialte, storpio com’era, poteva avere una storia! Cosa avrebbe potuto fare Leonida? Dire: “Guarda Efialte, tu non puoi combattere,  perché non è possibile, ti faccio capire che non è possibile dimostrandoti che non riesci — gli fa proprio fare la prova — non riesci a sollevare col braccio lo scudo. Sei una caricatura di te stesso vestito da spartano e, appunto, non riusciresti a difendere i tuoi compagni. Però — ecco, questa sarebbe stata la saggezza di Leonida — un posto per te lo troviamo. Se tu desideri combattere, un posto lo troviamo”. Per esempio, la saggezza di Leonida sarebbe stata quella di dire: “Guarda, facciamo così, invece di stare davanti o in mezzo nelle fila, tu stai dietro a tutti e il tuo compito sarà quello di curare i feriti. Perché ci saranno dei feriti, quindi a mano a mano che verranno feriti, tu farai parte dell’esercito con la funzione importantissima di curarli”. Questo non è un imbroglio, non è una bugia, non è un raggiro delle persone! È un compito da svolgere e in guerra ci sono gli infermieri e hanno un compito importantissimo, mica tutti possono essere soldati da prima linea. Gli avrebbe dato un posto, gli avrebbe dato un senso, gli avrebbe fatto sentire un’appartenenza, lo avrebbe incluso dentro a questo meraviglioso gruppo che erano i 300. Leonida non lo fa. Perché purtroppo noi nella vita facciamo questi errori e disprezziamo le persone, come nel Signore degli anelli: Gollum viene disprezzato da tutti, sempre. Tranne che da Gandalf, che impedisce a Frodo di cacciarlo e di lottare contro Gollum, e gli dice: “Lascialo stare, tu non sai qual è il suo ruolo in tutto questo”. Ognuno di noi ha un suo ruolo, anche la persona più ultima del mondo.

E quindi, per farla breve, Efialte cosa fa? Rimane umiliato profondamente da tutto questo e va e si rivolge a Serse. E questo che cosa fa? Serse “coglie”… Perché il male invece ha questa intelligenza, a differenza del bene, che spesse volte si rivela stupido, perché è talmente preso da sé stesso da dimenticare che anche il bene deve muoversi secondo una strategia, la strategia del bene, non può semplicemente puntare al fine. Il male, invece, ha sempre in mente una strategia.

Efialte va da Serse e praticamente Serse gli promette di tutto di più, lo fa diventare un suo combattente — che è una pagliacciata, ovviamente — però gli dà la spada, l’elmo, lo scudo, tutto quello che lui voleva. Poi, come per gli spartani, non servirà a niente, ma a Serse non interessa, lo soddisfa in tutti i suoi bisogni. Poi gli dà il piacere, poi gli dà l’onore, poi gli dà qualunque cosa chiedendogli che si metta in ginocchio davanti a lui (questo vuole il male, no? “Prostrati e adorami” dice Satana a Gesù). Ed Efialte, in risposta a tutto questo, che cosa fa? Consegna a Serse i 300. In che modo? Gli rivela la “via delle capre”. Cioè: c’è un modo di sconfiggere Leonida che è quello non di prenderlo frontalmente, ma attraverso questa via delle capre che conosceva solamente Efialte. Era una via che passava sui monti — “delle capre” perché era veramente inerpicata — tramite la quale avrebbero preso gli spartani dall’alto. Ma quella via la conosceva solamente Efialte. E quindi lui gliela rivela. Così Serse manda tutti i suoi soldati in alto sul monte, attraverso la via delle capre, e dall’alto li ammazzano tutti, tutti! Li uccidono tutti con le frecce, gli fanno cadere addosso una montagna di frecce e li ammazzano tutti. Per l’insipienza di Leonida — grande guerriero, grande re, tutto d’un pezzo, che non si mette in ginocchio davanti a Serse, che combatte fino al sangue, alla morte, coraggiosissimo ma insipiente — per questa insipienza farà morire lui e tutti i suoi uomini. E la causa sta proprio in Efialte.

Noi abbiamo bisogno di appartenere e allora chiediamoci a chi apparteniamo. Tutti hanno bisogno di un’appartenenza. Stiamo attenti a rigettare i desideri di appartenenza delle persone. Perché poi possono succedere anche queste cose. Ecco perché il cuore di Gesù accoglie sempre tutti, perché nessuno deve sentirsi escluso e quindi spinto tra le braccia di Serse.

L’amore di cui parliamo è questo: è l’amore che attua l’unione non nell’essere, bensì in un movimento; nella coscienza e nella vita affettiva.

Vedete, è bellissimo. L’amore è movimento, l’amore è movimento… Mi ricordo che anche Dante, nel paradiso, parla di questo movimento, quando parla delle anime beate che vede muoversi. Adesso non mi ricordo più il canto, né mi ricordo a memoria la citazione di Dante, assolutamente, però mi ricordo questo tema del movimento delle anime nel paradiso. E quindi lui fa tutta questa riflessione, che adesso io non posso approfondire, della luce, del calore che avete sentito. Ecco, perciò conoscere Dio vuol dire unirsi con Lui, vuol dire riunirsi con Lui.

E questo è pure l’amore: un compenetrarsi con la fiamma di Dio mediante il calore, senza toccarla per nulla. 

Vedete come nella conoscenza e nell’amore rimane sempre questo “non toccarsi”, cioè un’appartenenza che è sempre anche una distanza, bellissimo anche questo. La vera appartenenza, il vero amore, contempla sempre una distanza, non c’è mai un’invasione di uno sull’altro. Non c’è mai una possessione di uno sull’altro.

Conoscere Dio e amare Dio significa unirsi con Lui. 

Certo.

… una profondissima partecipazione all’intimità, compimento e soddisfacimento.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.
Amen
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga.
Sia lodato Gesù Cristo sempre sia lodato.

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